Prigione N° 5 [Indice]


Nel 2016 la giornalista, attivista e artista curda Zehra Doğan, classe 1989, viene condannata a 2 anni, 9 mesi e 22 giorni di reclusione. L’accusa? Far parte di un’organizzazione politica illegale. Non solo: Doğan, che da poco ha vinto il prestigioso Metin Göktepe Journalism Award con un’inchiesta sulle donne yazide rapite dall’ISIS, ha realizzato un dipinto che ritrae le bandiere del governo turco che sventolano sulle macerie di Nusaybin. «Sono loro ad aver distrutto la città. Io l’ho solo ritratta. Non hanno punito i veri colpevoli, ma me che l’ho solo disegnata.» Al termine di un periodo di clandestinità, Zehra Doğan viene arrestata e condotta nel carcere di Diyarbakir, uno dei più temuti luoghi di tortura della Turchia. La storia di Prigione N° 5 inizia qui. Doğan desidera raccontare la propria esperienza. Per farlo adopera il linguaggio del fumetto. Peccato che il regime carcerario proibisca l’utilizzo di qualsiasi tipo di materiale artistico: così Doğan chiede alla sua amica Naz Öke di spedirle un gran numero di lettere, avendo cura di lasciare il retro intonso. È qui che disegna. Per dare vita alle immagini, Doğan sfrutta mozziconi di matita. Per aggiungere macchie di colore adopera caffè, trucco e sangue mestruale. Tutto pur di documentare la reclusione nel settore BK-4, dove sta confinata insieme alle altre detenute politiche. Lo stile è incerto ma espressivo. I corpi appaiono schiacciati, privi di grazia, incisi con la punta sottile di una grafite. I volti esprimono martirio, tormento, afflizione. Guernica è un riferimento imprescindibile. Come pure la risposta che diede Picasso a Otto Abet, ambasciatore nazista di Francia: «Questo quadro che vedete non l’ho fatto io, signore. L’avete fatto voi.» Doğan racconta: «C’è voluto un mese per abituarsi, perché svanissero tutte le preoccupazioni, perché questo sistema maschilista repressivo si volatilizzasse sotto le risate delle donne. In galera tutto si sistema con la sorellanza.» La gineologia, l’ideologia femminista fondata da Abdullah Öcalan, leader del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), abolisce qualunque approccio vittimistico all’esistenza: il connubio tra identità politica e artistica ne viene fuori rafforzato, tanto quanto l’insopprimibile bisogno di Zehra Doğan di prendere la parola. La casa editrice BeccoGiallo (che rende omaggio al nome di una celebre rivista satirica italiana, dichiaratamente antifascista, uscita negli anni Venti del Novecento) pubblica un’opera di notevole importanza storica e di indubbio valore artistico. Non si tratta di graphic journalism.

Vengono in mente i lavori di Joe Sacco e Guy Delisle, Marjane Satrapi e il Kobane Calling di Zerocalcare, certo, anche se è più opportuno parlare di graphic memoir. Lo spiega Elettra Stamboulis, curatrice d’arte e sceneggiatrice, nella bella introduzione che impreziosisce il volume: Prigione N° 5 non è una rielaborazione a posteriori, per quanto dolorosa. Zehra Doğan concepisce e realizza le sue tavole durante la sua orribile esperienza. Il racconto della routine carceraria non concede tregue. Per restare informate le prigioniere usano una radio e per migliorarne la ricezione usano a mo’ di antenna il coperchio di una pentola. C’è chi prepara delle polpette di carne da lanciare ai gatti che stazionano sui tetti. C’è chi fabbrica giocattoli per i bambini sacrificando un paio di pantaloni e un po’ di imbottitura presa dai cuscini. Ogni giorno, dopo cena, avviene la lettura dei giornali: «Ma l’amministrazione del carcere non ci rende la vita facile. Spesso dimenticano i nostri quotidiani preferiti.» In mezzo ad attività innocenti e comuni si insinuano le vicende laceranti delle donne rivoluzionarie alle prese con massacri, deportazioni, rapimenti, esecuzioni: «Ormai l’est della Turchia è un paesaggio di corpi senza vita, di prigionieri, di città saccheggiate. Alle distruzioni si succedono gli arresti. Migliaia di funzionari vengono licenziati per decreto. Gli studenti universitari che hanno firmato un appello per il cessate il fuoco sono espulsi e in seguito arrestati.» Un’immersione vertiginosa nell’inferno della guerra che s’arresta soltanto davanti alle “Madri della Pace”, le mamme di quei guerriglieri che continuano a combattere in nome di una pace duratura: «Sono le ginocchia delle madri a darci serenità. Addormentarci su di loro, in pace, è la cosa più bella che si possa fare qui in carcere.» Mosso da un’implacabile tendenza informativa, Prigione N° 5 si conclude, però, non con una risposta bensì con una domanda. Arrivato il giorno della propria scarcerazione, Zehra Doğan fatica a togliersi di dosso una strana, sgradevole sensazione: la colpa. E scrive: «Tutti quelli che vengono liberati si sentono in colpa. Non c’è sensazione più opprimente che varcare la soglia da soli, lasciandosi dietro le compagne. In un istante, ti senti ferita, come l’uccello la cui ala si è impigliata nel filo spinato. Né del tutto libera, né più prigioniera. Dopotutto, cos’è la libertà?»

[Questo articolo è stato pubblicato sul numero di luglio/agosto 2021 de L’INDICE DEI LIBRI DEL MESE.]

LETTURE #03


Una grande stanza semibuia. Chi veniva dall’esterno a tutta prima non vedeva niente. K. inciampò in un mastello, una mano di donna lo trattenne. Grida infantili venivano da un cantuccio. Da un altro angolo saliva un fumo denso che della penombra faceva tenebra fitta. K. stava lì come in mezzo a una nuvola. «Già, è ubriaco» disse qualcuno. «Chi siete?» gridò una voce imperiosa, e, rivolgendosi probabilmente al vecchio: «Perché l’hai fatto entrare? Bisogna accogliere tutti i vagabondi che passano per la strada?». «Sono l’agrimensore del Conte» disse K. cercando di giustificarsi presso colui che restava invisibile. «Ah, è l’agrimensore» disse una voce di donna, e seguì un silenzio assoluto. «Mi conoscete?» chiese K. «Certo» disse brevemente la stessa voce. Il fatto che conoscevano K. non sembrava raccomandarlo.
Finalmente il fumo si dissipò alquanto, e K., a poco a poco, potè raccapezzarsi. Sembrava che fosse giorno di gran bucato. Vicino alla porta lavavano la biancheria. Ma il vapore veniva dall’angolo opposto dove due uomini facevano il bagno nell’acqua fumante di una tinozza di legno; K. non aveva mai visto una tinozza così grande, teneva il posto di due letti, quasi. Ma ancora più strano, senza che si sapesse bene perché, era l’angolo a destra. Da una grande apertura, l’unica praticata nella parete di fondo, entrava un livido chiarore di neve, che doveva venire dal cortile, e gettava un riflesso come di seta sulle vesti di una donna stanca semisdraiata su un alto seggiolone posto in quell’angolo della stanza. Ella aveva un lattante al seno. Intorno a lei giocavano due o tre bambini; si vedeva ch’erano contadinotti, ma la donna sembrava di ambiente diverso; è vero che la stanchezza e la malattia raffinano anche i villani.
«Sedete!» disse uno degli uomini che portava una gran barba e per di più un paio di baffi sotto i quali la bocca restava sempre aperta perché egli soffiava senza posa; e con un gesto buffo indicò una cassapanca, alzando il braccio oltre l’orlo della tinozza e spruzzando d’acqua calda tutta la faccia di K. Sulla cassapanca stava già seduto il vecchio che aveva fatto entrare K., e sonnecchiava. K. fu lieto di potersi finalmente mettere a sedere. Da quel momento più nessuno si curò di lui. La donna che lavava, bionda, giovanilmente opulenta, cantava a voce bassa, gli uomini nel bagno si movevano e diguazzavano, i bambini cercavano di avvicinarsi a essi, ma erano ricacciati ogni volta da spruzzi poderosi che non risparmiavano neanche K.; la donna nella poltrona gioceva inerte, non abbassava neppure gli occhi sul bimbo che aveva al seno, ma guardava vagamente in aria.
K. aveva contemplato a lungo quella bella, malinconica e immutevole scena; poi doveva essersi addormentato perché, quando si riscosse alla chiamata di una voce sonora, la sua testa posava sulla spalla del vecchio che gli sedeva accanto.

Franz Kafka, Il Castello (traduzione di Anita Rho)

LETTURE #02


Dopo un vagabondaggio notturno e «tre ore di crisi meditativa» Pavese scrive quella che verrà ricordata come la poesia della rivoltella. La suggestione per il componimento gli viene con ogni probabilità dalla morte di Elico Beraldi, compagno di classe e amico che il 10 dicembre dell’anno prima si era ucciso on un colpo di pistola. Poche settimane dopo, nel febbraio del 1927, sempre a Sturani il poeta confesserà che «dalla notte che ho fermato in quei quali si vogliano versi il mio stato d’animo, questo ha cessato di tiranneggiarmi». Scritti i «versi della rivoltella», Pavese attraversa un periodo di stasi creativa in cui – come testimonia anche la lettera dell’8 aprile – prende il sopravvento un’acuta tendenza all’autodenigrazione, appena stemperata da una vena di ironia.

A MARIO STURANI

9 gennaio 1927

[…] Concludendo (1*), forse il tuo male è di scrivere versi troppo spesso. Quei tuoi primi sono uno sforzo disperato di scrivere.
Sarà perché io non ho quell’anima di poeta che vorrei, ma ti dico che una mia poesia mi costa prima di cominciare a scriverla mesi intera di vita e di dolori.
Vedi se sono ormai il perfetto professore!
Ma sento qua il contravveleno. Li ho scritti il 4 gennaio alle 3 del mattino, dopo una serata errabonda e tre ore di crisi meditativa nella mia stanza. Sento come l’ho cominciato bene io l’anno.
(Ti parrà un tragico voluto ma no: tutto vi è vero.)

Sono andato una sera di dicembre
per una stradicciuola di campagna
tutta deserta, col tumulto in cuore.
Avevo dietro di me una rivoltella.
Quando fui certo d’essere ben lontano
d’ogni abitato, l’ho rivolta a terra
ed ho premuto. Ho sussultato al rombo,
d’un rapido sussulto mi è parso
scuoterla come viva in quel silenzio.
Davvero mi ha tremato tra le dita
alla luce improvvisa ch’è sprizzata
fuor della canna. Fu come lo spasimo,
l’ultimo strappo atroce di chi muore
di una morte violenta. L’ho riposta
allora, ancora calda, entro la tasca
e ho ripreso la via. Così, andando
tra gli alberi spogliati, immaginavo
il sussulto tremendo che darà
nella notte che l’ultima illusione
e i timori mi avranno abbandonato
e me l’appoggerò contro una tempia
per spaccarmi il cervello.

Saluti.

Pavese

P.S. Scrivi spesso, spendi poco e attento alla salute.

***

(1*)
Pavese commenta alcuni versi dell’amico.

Deserto rosso [FILM]

DESERTO ROSSO (1964)

Regia: Michelangelo Antonioni
Soggetto: Michelangelo Antonioni, Tonino Guerra
Sceneggiatura: Michelangelo Antonioni, Tonino Guerra
Produttore: Tonino Cervi, Angelo Rizzoli (co-produttore)
Fotografia: Carlo Di Palma
Montaggio: Eraldo Da Roma
Effetti speciali: Franco Freda
Musiche: Giovanni Fusco, Cecilia Fusco, Carlo Savina, (edizioni musicali C.A.M.), Vittorio Gelmetti, (musica elettronica)
Scenografia: Piero Poletto
Costumi: Gitt Magrini

A Ravenna, ridotta a deserto industriale, una giovane borghese nevrotica, moglie di un ingegnere, cerca vanamente un equilibrio. 9° film di Antonioni, e il suo primo a colori, in funzione soggettiva (fotografia di Carlo Di Palma, Nastro d’argento) come espressione di una realtà dissociata e con ambizione di trasformarlo esso stesso in racconto come “mito della sostanziale e angosciosa bellezza autonoma delle cose”. Come nei 3 precedenti film con Monica Vitti, la donna è l’antenna più sensibile di una nevrosi comune nel contesto della società dei consumi e della natura inquinata. Leone d’oro a Venezia.

[Il Morandini, edizione 2020]

LETTURE #01


Le prime poesie di Penna erano apparse nel 1932, tenute a battesimo da Umberto Saba, il quale per anni ricevette manoscritti da quest’uomo che non aveva mai incontrato. Una raccolta apparve nel 1939; un’altra, intitolata *Appunti*, l’anno in cui Pier Paolo arrivò a Roma. I due poeti, che molti trovavano “difficili”, andarono immediatamente d’accordo. Fecero persino una scommessa, parte seria parte per scherzo, per vedere chi si sarebbe “fatto” più ragazzi in meno tempo.

Pasolini Requiem di Barth David Schwartz

***

È tardi. Il tempo vola
ed io non ho ancor detto
uno dei più brillanti
miei ricordi di scuola.
Salito sul mio tetto
pisciavo sulla strada
e sotto il sole il getto
brillava di rugiada.
Con me c’era un maschietto,
un compagno di scuola,
e ancor più che il mio getto
guardava egli il mio viso
come un uccello vola
da un tetto all’altro tetto.
Divenne un paradiso
allora il nostro tetto
e la città supina
era nel nostro cuore
futuro più che amore
una dolce rapina.

Penna papers di Cesare Garboli

***

Nella cappella c’erano una cinquantina di loculi, disposti in verticale gli uni sugli altri. Guardai le date di nascita sulle targhe. Era Luca il più giovane. Gli anziani popolavano i cimiteri, e popolavano le piazze. La tomba di Luca traboccava di fiori. Era difficile ogni settimana aggiungerne di nuovi. Il signor e la signora Varani non sapevano nemmeno chi ce li venisse a mettere. C’erano bigliettini, poesie, la lettera di un professore, un proverbio navajo. Tutti insieme formavano l’equivalente di un piccolo altare. Recitammo insieme le preghiere. Poi la mamma di Luca fece un gesto che, capimmo, le era consueto. Bussò con le nocche sul marmo della bara.
Uscii dalla cappella. Davanti il verde degli alberi e le tombe. Da qualche parte lì intorno riposava Sandro Penna. Eravamo nel pieno del pomeriggio, gli insetti galleggiavano nell’aria e la luce era perfetta.

La città dei vivi di Nicola Lagioia

L’Altra Metà Dell’Unicorno [Indice]



Per farmaco intendiamo oggi una e una cosa soltanto: una sostanza contenente una serie di proprietà curative. Lontani i tempi in cui significava anche veleno: possiede un principio attivo, responsabile dell’effetto terapeutico, e un eccipiente, in grado di proteggere il principio attivo per facilitarne l’assorbimento da parte dell’organismo. In sintesi, serve a ripristinare le funzioni fisiologiche. Davanti a un curioso oggetto narrativo come questo, quindi, appare doveroso chiederselo: cosa ambisce a curare Monokerostina, il nuovo fumetto scritto e disegnato da Alessandro Baronciani. Senz’altro c’entra Annalisa, l’adolescente che sta attraversando un brutto periodo ed è la protagonista di questo sorprendente racconto. Si fa un sacco di domande, Annalisa: «Quand’è che capiamo che carattere abbiamo? Che genere di persona siamo? C’è un momento preciso per cui un giorno decidiamo di essere timidi, di essere coraggiosi, di essere egoisti, egocentrici? Quando decidiamo di avere una personalità? Lo decidiamo noi o sono gli altri che ci dicono come siamo fatti?»?» Gli altri, già. Per loro è sempre facile. Annalisa, invece, è doppia. È sia Anna che Lisa. Per questo non capisce cosa le accade, dentro, quando incrocia lo sguardo di un certo ragazzo. Ha sempre creduto di avere un animo timido. Scopre, al contrario, di essere capace di cose orribili. Talmente orribili da richiedere l’intervento di uno psichiatra: «Annalisa, sai perché ci troviamo qui? Puoi raccontarlo?» Ma Annalisa fatica a ricordare. Sa solo una cosa: è tutta colpa del suo unicorno. «Che cosa ha fatto il tuo unicorno?» «Ha ucciso una persona.» Allora lo psichiatra le prescrive un farmaco: Monokerostina, un blister da 12 compresse. Annalisa se le rigira tra le mani e chiede se le deve assumere in un ordine preciso. «Non serve,» risponde lo psichiatra. «Puoi iniziare dalla prima in alto che è anche l’ultima in basso. Prendile prima di andare a dormire.»

Stesso vale per noi: perché Monokerostina è un medi-fumetto, ovvero un fumetto travestito da farmaco, diviso in 12 spillati. All’interno della confezione c’è il foglietto illustrativo. Per leggerlo occorre svolgere un foglio di carta che ha impresso un inedito caduceo disegnato in verde farmacia. Così scopriamo che il nome del farmaco deriva dal monocero, l’animale leggendario dell’Asia scambiato per unicorno – da cui il latino unicornis: “un solo corno”. Dopo la sirena di Come svanire completamente, ecco allora la nuova creatura fantastica che Baronciani si diverte a evocare per realizzare narrazioni dal potere taumaturgico che sappiano tenere in vita capacità fisiologiche fondamentali: per esempio, quella di provare meraviglia. È cinque anni dopo Come svanire completamente (2016) – la scatola di colore viola opaco che teneva letteralmente insieme i frammenti di una vicenda narrata su cartine geografiche, scontrini, cartoline, polaroid e trentasei piccoli albi a fumetti – che Baronciani ci riprova. Alza il tiro e fa centro. Riduce la varietà dei formati e si dedica a una storia più intima, forse, ma più coerente e, soprattutto, più coinvolgente dal punto di vista emotivo. È vero che Annalisa richiama l’ennesima Manic Pixic Dream Girl – che nei lavori di Baronciani vive nella dissolvenza incrociata tra la Monica Vitti de L’avventura e la Gwyneth Paltrow de I Tenenbaum –, ma Annalisa supera gli stereotipi dando prova di essere un personaggio complesso e deciso ad affrontare le conseguenze delle proprie azioni. Le pastiglie l’aiutano a ricostruire le tracce oniriche di un percorso di guarigione che chi legge può compiere come preferisce, zigzagando tra elefanti con le ali, corvi che lottano contro gabbiani, alieni con la testa di caramella, ninfe di cera liquefatta e cavalieri dotati di armature smerigliate. Tra i modelli di riferimento: Building Stories (Pantheon Books, 2012), über-fumetto di Chris Ware, contenuto in una scatola grande quanto un gioco da tavolo, sulla vita di una donna priva della metà inferiore della gamba sinistra; S. La nave di Teseo (Rizzoli Lizard, 2014), romanzo scritto da J.J. Abrams e Doug Dorst che si spaccia per il prestito di una biblioteca immaginaria, con pagine ingiallite, note a mano e innumerevoli paratesti inseriti a mo’ di segnalibro; Important Artifacts and Personal Property from the Collection of Lenore Doolan and Harold Morris, Including Books, Street Fashion, and Jewelry (Bloomsbury Publishing PLC, 2009) di Leanne Shapton, catalogo d’asta che mostra i resti di una relazione attraverso la messa all’incanto di 325 lotti. Forse più di chiunque altro, tuttavia, Baronciani – sperimentando nei disegni materiali differenti, coloriture opache e traslucide, minuscoli dettagli in rilievo – si rifà a Bruno Munari, artista milanese tra i più grandi del Novecento italiano, autore dei Libri illeggibili, che ci ricorda, adesso più che mai: «La cultura deriva dalle sorprese, ossia cose prima sconosciute».

[Questo articolo è stato pubblicato sul numero di aprile 2021 de L’INDICE DEI LIBRI DEL MESE.]

Un’Oscura Intimità [M&M]


Prima ancora di stringerlo tra le mani, Alfabeto Simenon (BD Edizioni) è stata per me una piacevolissima scoperta editoriale. Finalmente, mi sono detto. Ecco il testo che mi introdurrà alla vasta, anzi vastissima produzione romanzesca di questo gigante della letteratura. Strano ma vero: di George Simenon – questo incontenibile, infaticabile scrittore belga in lingua francese – avevo letto soltanto le Memorie intime (la voluminosa autobiografia dedicata alla figlia Marie-Jo, morta suicida), la corrispondenza con Federico Fellini (un personalissimo feticcio letterario e cinematografico) e un gustoso reportage (pubblicato anche questo presso i tipi di Adelphi) intitolato Il mediterraneo in barca. Non avevo affrontato nessuno dei suoi romanzi. Né quelli definiti alimentari (centosettanta, scritti tra il 1925 e il 1930), né quelli con protagonista Maigret (settantacinque, scritti in un arco di tempo che va dal 1930 al 1975), tantomeno quelli considerati dallo stesso Simenon “romanzi duri” (tra i più celebri: Tre camere a Manhattan e L’uomo che guardava passare i treni). Per fortuna mia – e delle lettrici e dei lettori che si lasceranno conquistare da queste pagine – lo scrittore Alberto Schiavone, vincitore nel 2017 del Premio Fiesole Narrativa Under 40 con il romanzo Ogni spazio felice (Guanda), e il disegnatore Maurizio Lacavalla, autore del fumetto Due attese (Edizioni BD) nominato al Napoli Comicon come Migliore Opera Prima, con Alfabeto Simenon hanno realizzato un progetto narrativo che, oltre a offrire un’esperienza di lettura godibilissima, si presenta come un agile strumento di conoscenza. Ventisei lettere. Ventisei iniziali. Dalla A di Alias (perché tanti furono i nom de plume adoperati da Simenon: George Sim, Jacques Dersonne, Poum et Zette, J.K. Charles…) alla Z di Zézette (misteriosa reminiscenza sentimentale che affiora ne La vedova Couderc, romanzo pubblicato da Gallimard nel 1942). Schiavone, appassionato di “miti andati un po’ a male” – da ricordare Belushi. In missione per conto di dio (Edizioni BD) e una biografia di Diego Armando Maradona (Edizioni Clichy) – compone un mosaico di Simenon, scrittore la cui immagine è sempre stata contraddistinta da uno abbacinante successo, mettendone in risalto le complessità in penombra. Lacavalla, da par suo, sperimenta un approccio grafico suggestivo e, cosa fondamentale, efficace. Qualcuno avrebbe potuto aspettarsi una tentativo “alla Hergé”, l’altro genio belga (quasi coetaneo di Simenon) che con la linea chiara ha dato vita alle mille e più mille disavventure del reporter Tin Tin e del suo fido cagnolino Milù. Poche pagine sono sufficienti, invece, perché siano ben altri i modelli che tornano alla mente: le figure oniriche e perturbanti di Dino Buzzati intraviste nel Poema a fumetti e le storie nerissime di Diabolik scritte da Angela e Luciana Giussani. Grazie alla punta dei suoi pennelli, Lacavalla immerge Simenon e i suoi personaggi di fantasia in un paesaggio dai contorni incerti e tremolanti come un banco di nebbia.

Proprio alla nebbia dobbiamo l’apparizione di uno dei più celebri personaggi della storia della letteratura, il commissario Maigret. È il 1929. Simenon sta facendo il giro del mondo in barca a vela assieme alla prima moglie Régine Tigy Renchon, la governante-amante Henriette Boule Liberge e il cane Olaf. Un giorno, mentre attende la riparazione della Ostrogoth nel porto di Delfzijl, Simenon sta battendo freneticamente sui tasti della macchina da scrivere quando, all’improvviso, scorge qualcuno che emerge dalla vacuità grigiastra che l’avvolge. È lui. Maigret. Un uomo alto, corpulento, dai modi burberi, in grado di risolvere misteri e delitti indagando, più che le dinamiche criminali, le motivazioni psicologiche dei ladri e degli assassini. Due anni dopo, presso l’editore Fayard, vede la luce Pietro il Lettone. A questo primo romanzo con Maigret protagonista ne seguiranno altri settantaquattro. Un successo straordinario grazie al quale Simenon diventa il terzo autore di lingua francese più tradotto al mondo – dopo Jules Verne e Alexandre Dumas (padre). Una fortuna invidiabile basata su una disciplina ferrea capace di sparigliare ogni genere di imprevisti orditi dalla realtà. È il “metodo Simenon”: un elenco del telefono (per trovare il nome giusto da dare ai personaggi), un set di almeno otto pipe, un thermos (contenente caffè, whisky oppure vino a seconda della stagione), un gran numero di matite già temperate. Si inizia alle 06:30, dopo una doccia gelata. Un capitolo al giorno per nove giorni. Al decimo giorno il libro è pronto. Pochissime le correzioni. Sembra incredibile, eppure è così. Determinazione. Ammaestramento. Ma dentro Simenon c’è qualcosa di oscuro, di irrequieto. Un’ossessione che si agita. Di che si tratta? Nel febbraio del 1977 Federico Fellini ha appena fatto uscire nei cinema Il Casanova. Simenon, invece, non scrive più dal 1972. Nel rapporto epistolare tra i due (contenuto in Carissimo Simenon, Mon Cher Fellini, sempre per Adelphi) si può leggere: «Sa, Fellini, nella mia vita credo di essere stato più Casanova di lei! Un anno o due fa ho tirato le somme. Dall’età di tredici anni e mezzo ho avuto 10.000 donne. Il mio non era assolutamente un vizio. Non ho perversioni sessuali, avevo solo bisogno di comunicare. E anche le 8000 prostitute che vanno annoverate tra le 10000 erano degli esseri umani, esseri umani femmina. Avrei voluto conoscere tutte le femmine. Purtroppo, per via dei miei matrimoni, non potevo concedermi delle vere avventure. È incredibile quante volte in vita mia sono riuscito a fare l’amore alla svelta! Ma non è facile trovare un contatto umano, nemmeno se lo si cerca. Si trova soprattutto il vuoto, non crede?» Le donne. Importantissime. Sia nei romanzi che nella vita di Simenon. Ma sono state usate, queste donne. Maltrattate. Sminuite. È palese che l’obiettivo di Alfabeto Simenon non sia quello di emettere alcun giudizio in merito a questo rapporto sicuramente complesso se non dichiaratamente problematico; Schiavone e Lacavalla, tuttavia, fanno sì che certi personaggi femminili riescano a sottrarsi al giogo dell’esuberante Simenon: a volte si ha addirittura l’impressione che vogliano e possano evadere dalla gabbia del fumetto. Nell’ultima tavola della storia di Tigy, per esempio, gli occhi dolenti della donna incontrano lo sguardo del lettore in una scena che ricorda quella di Monica e il desiderio, pellicola di Ingmar Bergman che fece dire a Jean-Luc Godard: «Quegli straordinari minuti durante i quali Harriet Andersson [l’attrice che interpreta Monica], prima di tornare nuovamente a letto con il tipo che aveva lasciato, guarda fisso nella cinepresa, i suoi occhi ridenti sono svelati da sgomento, e prende lo spettatore a testimone del disprezzo che ha di se stessa per aver scelto involontariamente l’inferno invece del cielo. È il primo piano più triste della storia del cinema.» Schiavone e Lacavalla hanno qui senz’altro il merito di tracciare una rotta tra le centinaia di romanzi scritti da George Simenon. E, come se non bastasse, dimostrano – qualora ce ne fosse ancora bisogno – che il fumetto può meritoriamente accomodarsi al fianco dei linguaggi letterari e cinematografici quando cercano di sviscerare i desideri più complessi dell’animo umano.

[Questo articolo è stato pubblicato sul minima&moralia.]

L’eclisse [FILM]



L’ECLISSE (1962)

Regia: Michelangelo Antonioni
Sceneggiatura: Michelangelo Antonioni, Tonino Guerra, Elio Bartolini, Ottiero Ottieri
Produttore: Cineriz, Inteuropa Film, Paris Film Production
Fotografia: Gianni Di Venanzo
Montaggio: Eraldo Da Roma
Musiche: Giovanni Fusco
Scenografia: Piero Poletto
Costumi: Gitt Magrini

Dopo la rottura con un amante intellettuale, una giovane donna conosce un agente di Borsa, ma è un breve incontro che presto si logora. È un blues su una situazione di crisi. Chiude la trilogia aperta con L’avventura (1960) e continuata con La notte (1961), ed è il meno romantico dei tre, il più preciso a livello psicologico, il più asciutto per nervosa stringatezza di linguaggio. La nevrosi che corrode esistenze e rapporti si fa stile, forma e non azione: in questo senso, per il dominio della casualità delle cose di cui sono scomparsi i segni umani, il finale è un punto d’arrivo e di non ritorno. L’eclisse è, ovviamente, quella dei sentimenti. O degli affetti? La canzone omonima dei titoli su un successo di Mina. Premio speciale della giuria a Cannes. Scritto con Tonino Guerra, collaborazione di Elio Bartolini e Ottiero Ottieri. Fotografia: Gianni Di Venanzo. Musica: Giovanni Fusco.

[il Morandini, edizione 2016]

Estate violenta [FILM]



ESTATE VIOLENTA (1959)

Regia: Valerio Zurlini
Soggetto: Valerio Zurlini
Sceneggiatura: Valerio Zurlini, Suso Cecchi D’Amico, Giorgio Prosperi
Produttore: Silvio Clementelli
Fotografia: Tino Santoni
Montaggio: Mario Serandrei
Musiche: Mario Nascimbene
Scenografia: Dario Cecchi, Massimiliano Carpiccioli

Storia della passione che travolge una vedova borghese e un ventenne in una cittadina balneare dell’Adriatico nella tragica estate del 1943 (25 luglio, 8 settembre). Uno dei rari e più trascinanti film d’amore nella storia del cinema italiano. Zurlini riesce a coniugare la lezione di Rossellini, Antonioni e Visconti con una partecipazione sentimentale giocata sul pedale della malinconia e una morbidezza di linguaggio senza compiacimenti estetizzanti che restituiscono l’aria del tempo. La più bella interpretazione di E. Rossi Drago. 2 Nastri d’Argento: attrice protagonista e musica (Mario Nascimbeni). Venduto in 26 paesi.

[il Morandini, edizione 2016]

Le tenebre che ognuno di noi porta dentro di sé [INDICE]


Il fiume Tone si trova nella regione del Kantō, in Giappone. Una mattina, lungo le sue rive che diffondono nell’aria un dolce odore di erba, arriva un uomo. Si chiama Tsuda Kenta e la sua vita è giunta a un bivio. Possiede un negozio di jeans, chiamato “Joker”, ma sono sua moglie e i suoi figli che lo gestiscono, oramai. Gli affari faticano a stabilizzarsi e Tsuda sta pensando di tornare a fare lo scrittore. Il suo primo libro, Piana dei disperati, è stata una raccolta di racconti. Protagonisti: i burakumin, gli emarginati della società giapponese. Sono passati anni da quell’esordio. Tsuda, collaboratore “senza infamia e senza lode” di una piccola rivista di storie di pesca, questa volta vorrebbe fare sul serio. Vorrebbe scrivere: “un romanzo profondo che susciti emozioni nei cuori dei lettori”. Per trovare la serenità e la concentrazione necessari all’impresa, quindi, acquista una barca (una vecchia bagnarola) e decide di passare tre giorni al mese in completa solitudine, scrivendo in piena libertà e dedicandosi a un’altra attività altrettanto amata: pescare. Ecco l’incipit de La mia vita in barca, fumetto pubblicato sulle pagine di Comic Tsuritsuri, rivista di pesca sportiva, tra il 1997 e il 2001. Scoperto e tradotto da Vincenzo Filosa, dopo la pubblicazione in due volumi (nel 2016 e nel 2017) la Coconino li riunisce in un elegante cofanetto. L’autore è Tadao Tsuge, un mite settantanovenne, dotato, come ha detto Igort, dello “sguardo di un bambino sognatore”. Fratello del più celebre Yoshiharu, Tadao Tsuge è uno degli esponenti più importanti della corrente Geki-ga: narrazioni realistiche e drammatiche (contrapposte a quelle di puro intrattenimento definite Man-ga) che hanno visto la luce durante gli anni 60 sulla rivista Garo grazie al talento di Sanpei Shirato e Shigeru Mizuki.Il tratteggio di Tsuge, scarno, ma duro e scrupoloso, dà vita a un’irresistibile galleria di personaggi; fermi come davanti all’obiettivo di un documentarista empatico sono liberi di lasciare affiorare sui propri volti le mille espressioni che sperimentano i loro cuori. La composizione e l’accostamento delle tavole de La mia vita in barca rivela grande maestria. Come ha spiegato Ratigher, direttore editoriale Coconino: quando leggiamo le pagine a sinistra di un fumetto, a destra intravediamo il suo futuro; quando leggiamo le pagine a destra, a sinistra intravediamo il suo passato. (Certo: ne La mia vita in barca il senso di lettura è orientale, ma il discorso resta valido.) Il lettore dell’opera di Tsuge sperimenta una strana permanenza nel tempo della storia. Gli episodi si susseguono con grazia. La stessa grazia che avvolge Tsuda quando si abbandona alla corrente, verso gli argini bassi dove le radure corrono a perdita d’occhio e gli affluenti del terzo fiume più grande del Sol Levante diventano remoti e misteriosi.

Tsuda rieduca i propri gesti. La pesca gli insegna ad essere calmo, ma all’occorrenza a tenere i riflessi pronti. A sapere stare fermo, ma anche ad essere elastico. Capisce di essere alla ricerca di una realizzazione spirituale, più che materiale. E quella forza oscura che dentro di lui cerca di prendere il sopravvento, di tanto in tanto? Cosa vuole? Di che cosa ha paura, davvero, Tadao Tsuda? Della propria vanità? Oppure delle responsabilità in quanto capo famiglia? I fantasmi, in fondo, emergono sempre dal passato. Tsuda li ha conosciuti. Da ragazzo, quando ha lavorato in una banca del sangue e ha incontrato la disperazione di mutilati, ex ufficiali della marina, delinquenti e prostitute. Da adulto, quando il terrore della bomba atomica si è accompagnato alla consapevolezza, drammatica e aspra, che il ricordo di quel dolore non scomparirà mai dalla memoria del suo popolo. Tsuda non è solo in tutto questo. Anche se il suo primo incontro è con un gatto, un randagio che si chiama Kotarô, col pelo nero e gli occhi grandi, in seguito incontra: Tone Hokusai e Yamamoto Sharaku, due vagabondi che per campare chiedono l’aiuto dei contadini; Hanamura Shinobu, un visionario che raccoglie rifiuti con i quali crea inquietanti installazioni artistiche; Sakamoto Gôma che pure corre dietro a delle visioni: recupera rocce dalle forme eccentriche che poi dipinge per venderle nel suo negozio — e c’è chi sostiene che Gôma sia un kappa, uno spirito del folklore giapponese che abita sul fondo di laghi, stagni e, appunto, fiumi. Personaggi come questi, direbbe Carl Gustav Jung (preso all’amo da Tsuda nei suoi mille ragionamenti, come una carpa koi), potrebbero essere le proiezioni di un inconscio turbato, ferito, alla disperata ricerca di pace e di serenità. Potrebbero. Anche perché alla fine Tsuda, invecchiato e pieno di acciacchi, nel tentativo di mettere al riparo da un tifone la propria imbarcazione, incrocia nuovamente i passi di Kotarô, intravisto all’inizio della sua avventura. Ma che cosa può averlo evocato, proprio lì, in quel momento? I ricordi di Tsuda? Oppure quelli di Kotarô? Che non sia proprio questo, il punto?

[Questo articolo è stato pubblicato sul numero di febbraio 2021 de L’INDICE DEI LIBRI DEL MESE.]