Io, Me Stesso e i Dieci Regni

[Dovrei occuparmi, e preoccuparmi, di questo mio blog, molto, molto più spesso. Anche perché una certa cosa, una certa cosa mia, strana, personalissima, l’ho scritta, ultimamente; ed è uscita, anche; addirittura su una rivista prestigiosa come Minima&Moralia; corredata, come se non bastasse, da uno dei disegni che ogni tanto realizzo per illustrare le pagine delle mie tante, sicuramente troppe, agende Moleskine. Fa parte del romanzo al quale sto lavorando, sapete?]

***

Io, Me Stesso e i Dieci Regni
di Francesco Gallo

Per venire subito al peggio, quello che sto per presentarvi non è un racconto vero e proprio, ma solo una specie di pellicola familiare, e tutti quelli che hanno visto il materiale da montare mi hanno sconsigliato caldamente di pensare a far progetti di distribuzione.
Zooey, J.D. Salinger

Dove va a finire un’emozione potente quando è sostituita da un’altra altrettanto potente?
Nichiren Daishonin

1.

Torino. Novembre 2016. Le dieci e trenta circa d’un sabato mattina. Sono calmo. Rilassato. In realtà sono abbastanza calmo, abbastanza rilassato. Ho appena finito di farmi la doccia. Indosso un enorme accappatoio di spugna bianco che mi fa assomigliare a un mansueto orso polare. Ma tengo i capelli ancora bagnati. Al solito: ho iniziato una cosa e non l’ho ancora finita. Ma sto per finirla. Giuro. A voler essere più precisi, comunque, tengo il tallone appoggiato al bordo della sedia; tutto concentrato nell’atto di tagliarmi le unghie dei piedi. Nove le ho già sistemate. All’appello, adesso, mi manca soltanto l’alluce destro. La lama arcuata del taglierino è a un paio di millimetri dall’ultima, irregolare, eccessiva estremità semitrasparente. Ce l’ho quasi fatta. Quindi: sto per finire. Poi però, improvvisamente, mia moglie — che si trova dall’altro lato della stanza; concentrata, pure lei, a controllare sul computer il contenuto di certe slide per un corso che deve tenere a Milano questo fine settimana — mi chiede se domenica pomeriggio, domani cioè, ho voglia di andare a visitare un [qui: suono incomprensibile]. «Hai detto, scusa?» domando, e sollevo la testa. «Domenica pomeriggio.» «No, sì. Quello ok. È prima che non ho capito.» «Ti ho chiesto se ti va di andare a visitare un tempio.» «Che tempio?» «A Milano.» «Tu vuoi andare fino a Milano a visitare un tempio?» «No io: i Palladini.» «…» «Ma solo se con noi vieni anche tu. Bisogna allungare un po’ la strada. Che ne pensi?» Già. Che ne penso? Penso che serva fare un passo indietro. Presentarmi, magari. Mi chiamo Michele Della Ragione. Sono nato a Napoli nel 1981, e di quello che è successo nella mia vita, da quando di anni ne avevo ventiquattro, a quando, improvvisamente, di anni ne ho avuti trenta, non ricordo praticamente nulla. Diciamo che mi sono ammalato di depressione. Ecco, sì: diciamo così. Adesso come adesso, non mi pare importante spiegare perché di questi sei anni io non mi ricordi praticamente nulla. So solo che avevo una famiglia. E questa famiglia, per fortuna, c’è ancora. So che avevo una passione. Per la scrittura. E questa passione — per fortuna o per sfortuna, di fatto: non sta più a me dirlo — c’è ancora. So che avevo una relazione. E questa relazione, oramai, non c’è più. Ricordo che da Napoli — dopo essere andato a lavorare per un odontotecnico del Vomero che a un certo punto decise di candidarsi come consigliere comunale nelle liste di Forza Italia — ho fatto di tutto per andarmene. E infatti me ne sono andato.

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Sclavi [RS]

In occasione dei trent’anni di Dylan Dog, lo scorso 18 ottobre ho pubblicato su Rivista Studio — che ringrazio sempre per ospitare i miei papielli — un articolo che un po’ raccontava le fortune editoriali dell’Indagatore dell’Incubo (perché non era possibile fare diversamente), e un po’ affrontava il mistero del suo creatore, Tiziano Sclavi, ripercorrendo e in parte analizzando i suoi romanzi; oggi, purtroppo, introvabili. Quella che potete leggere di seguito è una parte dell’articolo che per esigenze editoriali è stata tagliata.

La cosa misteriosa che vive dentro Tiziano Sclavi

In difesa dei romanzi di Tiziano Sclavi verrebbe la pena citare Stephen King, che, in On writing. Autobiografia di un mestiere, assicura che molto spesso: “[…] uno scrittore è il peggior giudice del suo lavoro”. Per dimostrare quanto il talento narrativo di Tiziano Sclavi sia stato capace di esprimersi pienamente tanto nei romanzi quanto nelle sceneggiature, basterà prendere in considerazione la sua ultima opera narrativa, Il tornado di valle Scuropasso menzionato poco fa. Attraverso il racconto in prima persona di un uomo che, a seguito di un brutto esaurimento nervoso, si ritira a vivere da solo in una casa in mezzo ai boschi (soltanto l’ultima pagina lascerà emergere un’altra, sconvolgente versione dei fatti), Sclavi decide di giocare con la verità e la finzione e di fare i conti con tutte le problematiche che hanno segnato alcune delle fasi più delicate della propria esistenza: l’alcolismo, innanzitutto; ma anche la depressione, la psicoanalisi, l’elettroshock (il protagonista del Tornado si chiede, a un certo punto, per quale motivo conosce il nome di Ugo Cerletti, ideatore della teoria elettroconvulsivante). Questo appare evidente a quei lettori che hanno avuto la costanza (ma vorrei dire: la premura, l’affetto) di imparare a conoscerlo, recuperando le rare interviste preziose che ha rilasciato nel corso del tempo. L’uomo che narra la storia de Il tornado ha ingaggiato una spietata battaglia contro l’informe, gelatinosa materia oscura che è diventata la sua vita. Cerca di restare sobrio, ma senza successo (“Solo un bicchiere, penso. Anche se gli Alcolisti Anonimi dicono: uno è troppo e cento sono pochi. Ma loro non hanno visto quello che ho visto io”). Prova a rievocare i ricordi della moglie (“Il bosco era bello, sì. Ma pensarlo mi faceva ricordare Viviana. Volevo pensare a lei il meno possibile.”) e della figlia Chiara (“Non mi ricordavo il viso di mia figlia. Non mi ricordavo quanti anni aveva. Quando era nata.”), ma non ci riesce. Cerca di attenersi alla terapia farmacologica del dottor Deicas (“«Come si sente oggi?» «Mi sembra meglio. Cosa mi ha dato? Benzodiazepine? Imao? » «Non glielo dico. Buona serata.»”), ma poi butta tutto in un cestino. Prova a rassegnarsi di fronte alla possibilità che il suo gatto, Silvestro, possa essere stato investito da un’auto di passaggio (“Se avesse pensato Dio, Gatto Infinito, eccomi, vengo nella tua luce?”). Durante il succedersi di una narrazione sempre più allucinata, l’uomo viene perseguitato da una serie di strani fenomeni. C’è un rumore enigmatico che di notte non lo lascia dormire (“Un suono elettronico. In cielo. Un suono elettronico volante.”). C’è un negozio che appare e scompare (“Sono tornato al supermercato a restituire i dvd. Il supermercato non c’era più. C’era un immenso spazio asfaltato, vuoto. Così grande che sembrava finisse alle montagne, così nitide in quel giorno così sereno. [Sembrava] un’immensa pista d’atterraggio per gli UFO.”). C’è un corpo che si nasconde nel serbatoio della caldaia (“La cosa era arrivata a pelo dell’acqua. Non era di questo mondo. Era un alieno. E mi guardava”). All’origine di questi fatti, poi, si nasconde un inspiegabile avvenimento legato all’infanzia del protagonista: il tornado di valle Scuropasso, appunto. “C’era mia mamma seduta su una sedia. Cuciva. Non so cosa faceva. Avevo cinque anni. Non sapevo cos’era un tornado. «Una tromba d’aria» ha detto mia mamma. «L’aria si mette a girare e diventa come una colonna che va dalla terra al cielo. Porta su le cose. E anche la gente. I bambini.» Il vento batteva contro le persiane chiuse. Bussava. Avevo paura. Ma era bello.” All’interno di un meccanismo narrativo congegnato perfettamente, e capace di svelare a poco a poco i confini del delirio psicologico che imprigionano la mente dell’uomo, Sclavi innesta — quasi si trattasse di spie luminose — una serie di segnali che consentono all’occhio più smaliziato di rievocare l’intero corpus della sua produzione, sia narrativa che fumettistica. Valle Scuropasso, per esempio, dista appena qualche chilometro da Buffalora, l’immaginaria cittadina dell’Oltrepò Pavese che ospita il cimitero dove vive e lavora in qualità di custode Francesco Dellamorte — prototipo nostrano di Dylan Dog. L’ossessione per gli UFO riprende nei suoi toni più cupi e rivelatori, più apocalittici, all’interno della cosiddetta Trilogia Extraterrestre: tre storie di Dylan Dog intitolate Terrore dall’infinito (n. 61), Quando cadono le stelle (n. 131), Lassù qualcuno ci chiama (n. 136), legate alla vicenda di uno sfortunato rapito, Whitley Davies. L’autolesionismo nel Tornado (“Potevo essermele fatte io, quelle ferite. Da una vita mi facevo del male. Tagliandomi”) è presente anche ne La circolazione (“Una volta, ricordo, mi tagliai con un bisturi da grafico. Disinfettai la lama e il mio braccio destro, poco più sotto della piega del gomito. Mi praticai due taglietti veloci, senza sentire dolore. Schiacciai la pelle intorno per far uscire il sangue e mi veniva da ridere. Era divertente”). La sindrome da acquisto compulsivo presente nel Tornado (“C’era un grande supermercato non molto distante, appena fuori Buffalora. Avevano una piccola libreria e un reparto di dischi, videogiochi e dvd. […] Una volta io e Viviana andavamo lì per comprare due cose e uscivamo con il carrello stracolmo”) c’è in Apocalisse, quando Cora, la moglie del protagonista, visita un piccolo emporio e: “in uno scaffale vide delle scatole di zampironi. Ricordò sorpresa di non aver notato neanche una zanzara da quelle parti, neanche di notte. Comprò una scatola di zampironi. E poi prosciutto, salame, sottaceti, crackers, patatine, detersivi. Lasciò un bel po’ di soldi anche in macelleria.”); e c’è anche in Non è successo niente, quando il personaggio di Mauro, fumettista di successo, ammette che: “Ho fatto un sacco di soldi con i diritti d’autore […], miliardi.” E, parlando a nome dei suoi amici colleghi, aggiunge: “Credo che nessuno di noi li abbia mai neanche investiti, sti soldi. Al massimo qualche pronto termine, ma vogliamo averli tutti lì a disposizione da spendere, magari un giorno usciamo e vediamo un jukebox anni Quaranta che costa duecento milioni, e via, duecento milioni, tre, quattro, sei mesi di diritti. Che poi è un caso limite, in realtà li buttiamo in libri, e cidì, e cidiròm, e statuine di Guerre Stellari o di Alien, mica compriamo la Jaguar o la villa a Portofino. […] Niente, ripeto, siamo dei poveri in licenza premio.” Nel Tornado ci sono le canzoni, presenti sia in Dellamorte Dellamore che ne La circolazione del sangue. Mentre Non è successo niente — che omaggia, sia nel titolo che nella copertina della prima edizione rilegata, lo scrittore e illustratore francese Roland Topor — pare diventare, addirittura, un capitolo a sé del Tornado, quando il narratore, impegnato a ricostruire il succedersi confuso degli eventi, scrive appunto che: “Non è successo niente.” Altra tematica rilevante è il rapporto con la scrittura. Il protagonista del Tornado ammette: “Ero stato abbastanza popolare, una volta. Più per i fumetti che per i romanzi. […] Molti mi chiedevano come si scrivono i fumetti. Ecco una pagina di fumetti.” E qui — a sorpresa — riporta proprio l’inizio di una delle sceneggiature più celebri di Dylan Dog, il n. 19, Memorie dall’invisibile — omettendo, però, il nome del disegnatore dell’albo, quel Giampiero Casertano che, nelle indicazioni originali, così veniva esortato da Sclavi: “Comunque ATMOSFERA, Casertano! ATMOSFERA!”). Ancora: c’è un episodio, nel Tornado (“Sono andato a Buffalora, come al solito quasi deserta. Nella piccola piazza della chiesa c’era un astronauta. Fluttuava nell’aria prono, sospeso a tre metri da terra. Teneva le braccia larghe e le gambe leggermente divaricate, come se galleggiasse nell’acqua di una piscina.”), che viene raccontato, in maniera pressoché identica, anche ne La circolazione del sangue (“Arrivato quasi in fondo, più o meno dove, alla sua destra, cominciava il sagrato della chiesa, alzò la testa e vide un uomo coricato nell’aria, sospeso a pancia in giù tre metri sopra l’asfalto, in mezzo alla strada. L’uomo teneva le braccia larghe e le gambe leggermente divaricate, come se galleggiasse nell’acqua di una piscina, guardando il fondo.”) Quasi che i mondi abitati da questi due narratori inattendibili — un malato di mente nel Tornado; un uomo dotato di una coscienza immortale ne La circolazione — fossero in comunicazione tra di loro, votati allo scambio di paure, fobie, allucinazioni; sogni, forse. E fantasmi. Ci sono un sacco di fantasmi, in queste storie. Pur di catturarli, Sclavi adopera le tecniche narrative più differenti. In Nero. altera i pieni temporali utilizzando indifferentemente flashforward e flashback, mentre in Dellamorte Dellamore inserisce una Voce fuoricampo che commenta tutto ciò che accade. Nel Tornado fa uso di espressioni cinematografiche (“Silvestro. Era là, lontano. Zoom. I suoi occhi erano enormi e luminosi. Zoom. Nelle sue pupille c’era il riflesso dell’incendio.”) e ricorre alle onomatopee dei fumetti: CRAAAAAACK, per il rombo di un tuono, SBAM, per una porta finestra che sbatte, DRIIIN, per un telefono che squilla. Leggendo i suoi romanzi impressiona la capacità che ha il suo stile di passare da un registro neutro, asettico, sterilizzato — come in Mostri, Sogni di sangue e Apocalisse — a un gergo spurio, contaminato, imprevedibile, che spesso e volentieri ricalca pedissequamente il parlato (traslando in modo sempre diverso le interiezioni “be’”, “beh”, “beh” e “bè”, oppure inventando improbabili trascrizioni fonetiche per espressioni come “l’wiskey”, per dire “il whiskey”, oppure “quelaltro”, per dire “quell’altro”), come in Le etichette delle camicie e in Non è successo niente. Proprio in quest’ultimo farà dire allo scrittore Cohan: “È inutile che cerchi una storia da raccontare. È il linguaggio che devo trovare, come ho sempre fatto. Io non racconto storie, racconto il modo di raccontarle.”

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Manson [RS]

Il 13 settembre scorso ho pubblicato su Rivista Studio un articolo che tentava di ripercorrere la storia di Charles Manson e della sua comune hippie, la Famiglia. Affrontavo il Caso Tate — ovvero: l’uccisione di Sharon Tate, Jay Sebring, Abigail Folger, Voytek Frykowski e Steve Parent, la notte del 9 agosto del 1969, al 10050 di Cielo Drive — e il Caso LaBianca — ovvero: l’uccisione dei coniugi Leno e Rosemary LaBianca, la notte del 10 agosto del 1969, al 3310 di Waverley Drive. L’ordine degli omicidi era stato dato da Charles Manson, mentre i delitti erano stati commessi da alcuni appartenenti alla Famiglia; in particolare: Patricia Krenwinkel, Susan Denise Atkins, Leslie Van Houten, Charles Watson, Bruce McGregor Davis e Steve Grogan. Nell’articolo, tra le altre cose, ricostruivo la vita di Charles Manson, le fasi più importanti del processo — terminato il 25 gennaio del 1970, con un verdetto di condanna a morte; abolita in California nel 1972 — e provavo ad affrontare il mistero delle ragazze; di tutte quelle ragazze che a un certo punto della loro esistenza, quando, evidentemente, erano più sole e vulnerabili, incrociavano i passi di questo oscuro, misterioso individuo. L’articolo nella sua prima versione contava poco più di trentaseimila caratteri ed è stato accorciato per esigenze editoriali. Qui di seguito potete leggerne l’inizio nella sua versione originaria.

Vi rendete conto di chi state crocifiggendo?

Le ragazze hanno nomi inventati. Si fanno chiamare Louella Maxwell Alexandria, Manon Minette, Donna Kay Powell, Elizabeth Elaine Williamson, Linda Baldwin, Sandra Collins Pugh, Rachel Susan Morse, Mary Ann Schwarm, Cydette Perell, Dianne Bluestein, Beth Tracy, Sherry Andrews. Vogliono dimenticare il passato. Vogliono avere una mente libera. Sono giovani, di bell’aspetto, in rottura con ogni forma di autorità. Hanno un sacco di cose da odiare e cercano disperatamente qualcosa in cui credere. A un certo punto della loro vita è sembrato che tutte — come per effetto di uno strano incantesimo, oppure di una stregoneria — si trovassero a girovagare per le strade di San Francisco. Per conoscere un uomo. Un certo Charlie. “Charlie è l’unica persona che abbia mai incontrato su questa terra che sia un uomo completo. Non ha mai accettato parole arroganti da una donna. Non si lascia convincere a fare qualcosa da una donna. È un vero uomo”. “Charlie cambia ogni secondo. Può diventare qualsiasi cosa voglia. Può assumere qualsiasi espressione voglia in qualsiasi momento”. “Una volta ero nel deserto e ho visto Charlie raccogliere un uccello morto da terra. E poi ho visto Charlie soffiare sopra le ali dell’uccello e ho visto l’uccello volare via”. “Una sera Charlie mi ha chiesto se avevo mai fatto l’amore con mio padre. Io l’ho guardato e quasi sorridendo ho risposto: No. E lui mi ha detto: Ti sei mai immaginata di fare l’amore con tuo padre? Io ho risposto: Sì. E lui mi ha detto: Bene, adesso, quando facciamo l’amore, immaginati che io sia tuo padre. Io l’ho fatto, ed è stata un’esperienza meravigliosa. Charlie mi ha dato la fiducia in me stessa necessaria per potermi riconoscere come una donna”. Charlie è Charles Manson. Il controllo che Charles Manson esercita su queste ragazze non passa attraverso la somministrazione di sostanze psicotrope (come si potrebbe erroneamente credere), ma attraverso il sesso. Charlie riduce a brandelli gli ultimi scampoli della moralità di queste ragazze: infrange i loro tabù, vanifica l’effetto dei loro freni inibitori. Riesce, alla fine, ad avere la meglio sulla loro forza di volontà. Riesce a comandarle. Riesce a farle uccidere.

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Clowes [RS]

“PATIENCE”, il nuovo fumetto di Daniel Clowes, è da oggi disponibile in tutte le fumetterie e librerie. Lo pubblica, in contemporanea con l’edizione americana, la BAO Publishing. Un po’ di tempo fa, su Rivista Studio, è uscito un mio pezzo su Clowes, e su EIGHTBALL. Un pezzo che con grande stupore — mio e di mia moglie — è stato segnalato anche sulle pagine de Il Post Libri. Ne riporto di seguito l’inizio.

L’arte è una brutta copia di se stessi

Quand’era ancora un ragazzino, Daniel Clowes era solito partecipare alla Fiera dell’Arte del piccolo quartiere di Chicago in cui abitava. Sistemava un tavolino appena fuori dal perimetro di accesso dell’evento per non pagare la tassa di ammissione e, disegnando il più possibile, tentava di tirar su qualche dollaro. Quando le persone si fermavano incuriosite, quello era per lui il lavoro più bello del mondo; quando invece, impassibili, sfilavano senza fermarsi, diventava alquanto deprimente. Un giorno, spinto dalla curiosità, Clowes pagò il biglietto della fiera, e, gironzolando tra i padiglioni, incontrò Davo: un professionista delle caricature che realizzava ritratti con la tecnica dei pastelli. Clowes restò così colpito dal lavoro di Davo che, al ripetersi di ogni Fiera dell’Arte, prese l’abitudine di frequentare il suo stand per rubargli il mestiere. Tempo dopo, con le prime storie a fumetti già pubblicate, si imbatté in un manuale di caricature. L’autore — che strana coincidenza — sembrava rifarsi pedissequamente allo stile di Davo. Inoltre, le pagine del manuale erano fitte di annotazioni raccolte durante i tour estivi nelle fiere di paese (come la Fiera dell’Arte) e contenevano riflessioni cariche di profonda tristezza e alienazione. Fu lo spunto da cui nacque Caricature: la storia di Eightball che ha cambiato per sempre il mio rapporto con il fumetto.

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NY_01

NY_01

Per un unico istante, prima che si dimostrasse chiaramente che non ero all’altezza del ruolo, io, che di New York sapevo meno di un cronista con sei mesi di esperienza e avevo con la sua alta società meno dimestichezza di un valletto del Ritz, fui catapultato nella posizione non solo di portavoce dell’epoca, ma di suo prodotto tipico. Io, ma a questo punto vale dire “noi”, non sapevamo con precisione cosa si aspettasse da noi New York, e la trovavamo abbastanza disorientante. A pochi mesi da quando ci eravamo imbarcati in quell’avventura metropolitana quasi non sapevamo più chi eravamo e non avevamo la più pallida idea di cosa rappresentavamo. Un tuffo in una fontana pubblica, un incrocio da nonnulla con le forze dell’ordine bastava a farci finire nelle pagine di gossip, e rilasciavamo dichiarazioni su un sacco di argomenti di cui non sapevamo niente. Ma in realtà i nostri “contatti” erano cinque o sei scapoli conosciuti all’università e qualche nuova frequentazione letteraria — ricordo un Natale solitario in cui non avevamo neppure un amico in città, né una cosa in cui fossimo invitati. Non trovando un nucleo a cui aggrapparci, finimmo per diventare un piccolo nucleo per conto nostro, adattando gradualmente le nostre spinose personalità al panorama di New York dell’epoca. O meglio: New York si ricordò di noi e ci permise di restare.

FS Fitzgerald, La mia città perduta
(traduzione di Vincenzo Latronico)

dicembre

Nel saggio I fumetti nella vita di un uomo (1998), Geoff Dyer spiega per quale motivo a distanza di tanti anni ancora ricorda — e “con chiarezza quasi assoluta” — qual è stata la prima storia Marvel che ha letto: Il sinistro Shocker, il numero 46 di Spider-Man pubblicato nel marzo del 1967. Gli elementi che si impressero in maniera tanto indelebile nella sua mente — Dyer, all’epoca, aveva otto anni — furono diversi. Le spericolate acrobazie del tessiragnatele, impegnato a combattere i propri nemici in una foresta di cemento e acciaio, ebbero una sicura importanza. Come pure non passò inosservato l’impegno profuso nel tenere nascosta la propria identità agli occhi della Zia May, della fidanzata Mary Jane e degli amici/nemici Henry Osborn e Flash Thompson. Tuttavia, a conquistare Dyer definitivamente fu il fatto che le storie di Spider-Man, al contrario di quelle di Superman o di Batman, fossero ambientate in un mondo reale, e il linguaggio dei personaggi, che Dyer definisce “marvelese” (“Visto che non puoi scatenare la bufera con quell’ala steccata, passerei la mano finché non resto a corto di monete”, dice in una vignetta Mary Jane riferendosi al braccio ferito di Peter, il quale l’ha appena invitata ad andare a mangiare un gelato). Molti degli elementi del paesaggio di Manhattan — gli idranti agli angoli delle strade, le scale antincendio sulle facciate delle palazzi, le cisterne per la raccolta dell’acqua piovana sui tetti, e, ovviamente, i grattacieli che svettano inarrestabili verso il cielo — rendevano mitiche le gesta dell’“amichevole Uomo Ragno di quartiere” perché impossibili da realizzare tra gli edifici bassi e ospitali di Cheltenham, nel Midwest del Regno Unito, dove Dyer era nato e cresciuto. Ma Dyer riconosce un altro paio di meriti, piuttosto importanti, alla Marvel. Quando, molti anni più tardi, si ritrovò a scrivere un proprio “on the road”, andando alla ricerca delle storie di giganti del jazz come Duke Ellington, Chet Baker, Thelonious Monk da inserire all’interno di ciò che sarebbe poi diventato Natura morta con custodia di sax, Dyer si dimostrò assai abile nel destreggiarsi tra i vicoli più pericolosi e i locali più malfamati della Grande Mela; questo perché, molto semplicemente, aveva già avuto modo di conoscerli leggendo le avventure di Spider-Man. E quando negli anni Sessanta la controcultura psichedelica toccò uno dei suoi vertici — i Beatles omaggiavano l’LSD con Lucy in the Sky with Diamonds; il libro di Timothy Leary, L’Esperienza psichedelica, invitava gli esseri umani a evolversi grazie alle sostanze psicoattive; e Aldous Huxley, l’autore de Il mondo nuovo, diventava una figura di riferimento sempre più importante all’interno delle comuni hippie —, la Zona Negativa, l’universo parallelo scoperto da Reed Richards, il Mister Fantastic dei Fantastici Quattro, bene avrebbe rappresentato lo smarrimento psicotropo in cui stavano annegando le menti dei giovani americani.

novembre

1.

Sul mio cellulare, qualche giorno fa, c’è stato questo scambio di sms:

9aprile1981:
Gentile signor M***. Se per lei andasse bene, potremmo vederci oggi alle 16:00. Altrimenti, come non detto, confermiamo, sempre per oggi, alle 18:30. Attendo una sua risposta e grazie ancora per la disponibilità!
+39 329 4985***:
Ok x 18:30, abbia pazienza ma oggi per le 16 non ci riesco!
9aprile1981:
Nessun problema, si figuri. A più tardi, allora! E: le dispiacerebbe fornirmi l’indirizzo esatto?
+39 329 4985***:
Via F*** C***, 13. Suoni A*** M***
9aprile1981:
Grazie! M***, mi scusi. Possiamo fare per le 19? Il maltempo ci ha rallentati.
+39 329 4985***:
Benissimo, sono in ritardo anch’io
9aprile1981:
Ok.
: )
9aprile1981:
Noi siamo arrivati. Possiamo bussare?
+39 329 4985***:
Scendo

2.

Sono giorni in cui, almeno per me, la città di Torino si è trasformata in un tardo, piovoso pomeriggio autunnale.

3.

Quando io e mia moglie incontriamo il Signor M***, sta venendo giù un acquazzone. La pioggia ha iniziato a cadere presto, questa mattina. All’inizio ha mantenuto costanti il ritmo e l’intensità. Poi è aumentata. Il cielo — prigioniero, fin dalle prime luci dell’alba, in una sbiadita colorazione kaki — ha iniziato a farsi più denso e più scuro soltanto intorno alle cinque e mezza del pomeriggio. Guidare mi ha messo addosso un po’ di nervosismo. L’auto ha perso aderenza in un paio di curve; i tergicristalli, sebbene azionati alla massima velocità, hanno faticato a spazzare via la pioggia dal parabrezza; i pedoni hanno attraversato gli incroci ignorando le indicazioni dei semafori. Tiro il freno a mano, spengo il motore e slaccio la cintura di sicurezza. Mia moglie, invece, resta immobile. Guarda fuori attraverso il finestrino. Mi sembra preoccupata. È preoccupata? “Al telefono mi ha detto che sul tardi c’era il problema della luce”, dico. “Ma in che senso? Di luce in questa città non è che ce ne sia molta”. “Ma sei sicuro che sia qui?”. “Abbiamo usato il navigatore. Oh, io non lo so. Certe strade, qui, sembrano tutte uguali”. Sbircio al di là del parabrezza e scorgo un paio di segnali: un senso unico e un divieto di sosta. C’è anche una targa. Peccato che il nome non si legga. Guardo in alto: il cielo sembra una cupola gigantesca all’interno della quale rilucono le luminarie giallastre dei lampioni e le facciate argentate dei palazzi. Prendo il cellulare. Controllo la presenza dei pallini rossi sull’icona biancoverde dei messaggi: niente. “Adesso gli scrivo”. “Ok”. Mentre digito il testo, vedo mia moglie con la coda dell’occhio che si libera della cintura e si volta per verificare la presenza dell’ombrello sul sedile posteriore. Lo prende. Lo esamina. L’ombrello è un regalo di mio zio A***. Lui l’ha usato poche volte perché lo faceva sentire in imbarazzo. È comprensibile: la stoffa esibisce una fantasia di cuori rossi, mentre l’impugnatura, che possiede non una ma ben due aste, forma una perfetta lettera V — in modo che l’ampiezza del telo, così raddoppiata, permette a due persone di restare asciutte. Usarlo senza nessuno al proprio fianco marca in maniera decisa la propria solitudine. “C’è un tasto da premere per aprirlo, giusto?” “Uh-uh” faccio io. Rileggo il messaggio che ho scritto e lo mando. Passano un paio di secondi. “M*** ha risposto” dico a mia moglie. “Dice di scendere. Il civico è—”. Non faccio in tempo a finire che lei è già uscita: ha aperto l’ombrello (una procedura, come si vedrà in seguito, piuttosto complicata) e ha richiuso la portiera. Sfilo le chiavi dal quadro dei comandi e me la ritrovo, dal lato del guidatore, che mi porge l’ombrello. “Queste cose dovrei farle io, però” dico, guardandola negli occhi. “Facciamo presto, dài. Che voglio tornare a casa”. “Giusto, giusto” dico io. Camminiamo aggirando il maggior numero possibile di pozzanghere. Sotto braccio — e senza potere né volere distinguere di chi è il braccio di chi — decidiamo di fare il punto della situazione e di fermarci nei pressi di un incrocio. Scelta poco felice, la nostra; qui le raffiche di vento vengono incanalate tra i palazzi e, pertanto, soffiano con maggior impeto, trasportando scrosci di pioggia gelida che ci pungono sulle mani e sulle guance. L’ombrello non funziona benissimo. “Di qua stanno i pari. Di qua i dispari. Noi cerchiamo i pari, quindi…”. “Ma salgono o scendono, da qua? Non si capisce tanto…”. Stiamo per spostarci, per raggiungere una posizione più riparata, quando, poco lontano, notiamo — svelato da una luce che si allarga a ventaglio, piano piano — un portone che si apre.

4.

È un tardo, piovoso pomeriggio autunnale durante il quale potremmo essere chiamati a compiere una scelta. Il condizionale dovrebbe alleggerirci dal carico di responsabilità. Invece no. Ci crediamo.

5.

“Mi spiace per la luce. E il maltempo certo non aiuta” dice. La prima cosa che mi colpisce, vedendo il signor M***, è la differenza tra l’immagine utilizzata come contatto telefonico (visualizzato sullo schermo del mio cellulare) e la sua figura. Da una parte un signore florido, sorridente, in completo giacca e cravatta; dall’altra un uomo quasi scheletrico, che indossa jeans larghi, caratterizzato da un volto spigoloso per via degli zigomi sporgenti. Elaboro queste considerazioni in un lasso di tempo assai breve, comunque; sufficiente, però, affinché possa seguire, senza eccessivi timori, la manovra di avvicinamento di mia moglie, che lo saluta e gli stringe la mano. “Ombrello perfetto per una coppia”, commenta il signor M***. “Ce l’hanno regalato” dice mia moglie, e appoggia l’ombrello, aperto, sul pavimento che è di marmo lucido. Saluto anch’io il signor M***, e sento la punta delle sue nocche premere nel palmo della mano. L’ingresso del civico 13 di via F*** C*** è una scala di marmo di appena cinque gradini dopo la quale si apre un ambiente secondario. Intravedo a destra la rientranza per il vano dell’ascensore e a sinistra delle porte annunciate da una serie di zerbini sbiaditi. Da qualche parte, in alto, c’è una plafoniera che irradia una fioca luce bianca. Percepisco un vago odore di disinfettante. Il signor M*** si volta e sale le scale, tirando fuori dalle tasche dei pantaloni un mazzo di chiavi. Ed ecco che mi rendo conto che c’è un’altra porta — una porticina. Come ho fatto a non notarla? “Siete al primo piano”. “Bene” dice mia moglie. Non capisco se è seria oppure no. Il signor M*** porta a termine l’elaborato processo di apertura della serratura muovendo a scatti le spalle e le braccia. Entriamo. Mia moglie, durante il breve tour, fa qualche domanda. Io tengo un braccio sollevato e faccio luce con l’iPhone. “Come potrete vedere”, dice il signor M***, “la luce non c’è. Ma lasceremo questa qui aperta in modo da non restare al buio. Non so se P*** vi ha parlato dei costi, delle spese. Siete venuti fin qui e lo vorrete sapere. L’affitto è di trecento euro al mese. Più le spese. Spese che comprendono: luce acqua e gas. Che fanno altri cinquanta euro. L’appartamento non lo trovate sul mercato perché io fitto solo a persone fidate. Di voi P*** mi ha parlato bene. Ed eccoci qui quindi. Il corridoio è stretto. Ma a destra c’è subito la cucina. Forno, frigorifero. No, la lavastoviglie non c’è. Mi spiace. Passiamo di qua. È il salotto. Con un bel tavolo, come potete vedere. La credenza. E il divano. Il divano, sì, si può aprire. Diventa un letto a due piazze. Conta come un posto in più. Qui attenzione che lo spazio si divide. Da un lato c’è il bagno. Con la vasca, la lavatrice. Bene. Da quest’altro lato, invece, si sfila davanti a questo armadio. Ci potete mettere le vostre cose. Oppure i cambi di stagione. La camera da letto. Qui la luce è davvero poca. Non arriva. Me ne rendo conto. Sono sicuro però che lei avrà uno di quei telefonini—. Perfetto. In camera da letto, dicevo, il letto manca. Lo abbiamo tolto dopo la scomparsa. Però lo spazio è grande. C’entra anche un altro armadio. Oppure un comò. Torniamo nell’ingresso. A me il buio non piace molto”. L’appartamento era del nonno materno del signor M***, che ci ha vissuto fino al giorno della sua scomparsa, avvenuta il mese scorso. Anziano l’abitante, vecchia la casa. I muri del corridoio erano rivestiti da una carta da parati gonfia di bolle d’aria. Il divano in salotto aveva la seduta sfondata. Lo smalto nello scarico della vasca nel bagno era cerchiato di ruggine. La camera da letto pareva schermata da pannelli di legno rosicchiati dalle tarme.

6.

Sono giorni in cui la città di Torino si è trasformata in un tardo, piovoso pomeriggio autunnale. La possibilità di cambiare casa. Una responsabilità che io e mia moglie ci siamo presi adesso per mettere da parte, chissà quanto momentaneamente, la curiosità di immaginarci altrove. Poi andrà fatto.

7.

9aprile1981:
Gentile M***,
l’ultima volta che ci siamo visti ci siamo lasciati con l’impegno, da parte mia e di mia moglie, di farle sapere la nostra decisione in merito al l’appartamento.
Le diciamo allora che per il momento preferiamo rinunciare.
Siamo consapevoli dei diversi aspetti positivi, ma, al momento, stiamo valutando davvero che tipo di sistemazione sarebbe meglio per noi.
È stato comunque un piacere averla incontrata e ci auguriamo che lei trovi presto dei bravi coinquilini.
Un saluto.
+39 329 4985***
Francesco ci mancherebbe, nessun problema per me. E’ stato un piacere. Fatemi sapere se cercaste un po’ più grande, che forse ho ancora una opzione. Un caro saluto. A*** M***