desolato

Kerouac, a dire il vero, non è tanto sicuro di cosa significhi beat generation. A Times Square, così come nei locali del Village, beat significa “dentro e fuori”, e “convinto in maniera intensa”. Beat però significa anche “povero, depresso, emarginato, disgraziato, barbone, triste, uno che dorme nella metropolitana”. Come se non bastasse, beat significa pure “beato nel senso della parola italiana: essere in uno stato di beatitudine, come San Francesco, cercando di amare tutte le forme di vita, cercando di essere assolutamente sinceri con tutti, praticando la tolleranza, la gentilezza, coltivando la gioia nel cuore”. Kerouac, ad ogni modo, si considera beat: “credo nella beatitudine e credo che Dio abbia amato il mondo a tal punto da dargli suo figlio unigenito.” L’unica cosa certa è che senza sua madre Kerouac scriverebbe molto meno. In Presentazione di Kerouac (1960) dirà: “[…] con lei vivo una specie di vita monastica che mi ha permesso di scrivere così tanto.” La madre di Kerouac, Gabrielle Ange Lèvesque (o L’Evesque), è una donna profondamente cattolica. Per non dire bigotta. Le pareti della sua casa di Lowell, nel Massachusetts, sono tappezzate con l’immagine di santa Teresa di Lisieux. È razzista, omofoba e odia gli ebrei. Con Kerouac parla joual, il francese québécois. Per lei (per «mémêre») Kerouac sarà sempre «Ti Jean», il piccolo Jean. Data questa situazione, maturare delle convinzioni in merito a una questione delicata come la religione e la sessualità è per Kerouac difficilissimo. Soffre molto. Finendo per scaraventarsi in un baratro di contraddizioni nel quale cerca di annegare l’angoscia e l’inquietudine tramite l’alcol e le droghe. Nel 1941, a seguito del bombardamento giapponese di Pearl Harbor, Kerouac decide di arruolarsi. Si imbarca su un mercantile, il Dorchester, e subisce violenza “da parte di un cuoco libidinoso, cattivo e grasso”. Tra la primavera e l’estate del 1942, quando di anni ne ha venti, frequenta varie donne, ma accetta un rapporto orale da un automobilista che gli offre un passaggio. Il 3 ottobre del 1948 scrive a Neal: «I posteri rideranno di me se pensano che ero frocio… i piccoli studenti rimarranno delusi. A quell’ora la scienza e i sentimenti intuitivi avranno dimostrato che è VIZIO, MALVAGIO, non amore, dolce… e Kerouac sarà un poveraccio da compatire. A questo mi oppongo. Non sono uno scemo! un frocio! Non lo sono». L’episodio più famoso, tuttavia, resta quello assieme a Gore Vidal. Nel 1949, al Metropolitan, Vidal è in compagnia di un amico il quale avrebbe addirittura pagato Kerouac per fare sesso con l’autore di Myra Breckinridge (1968). Entrambi gli scrittori elaborano l’episodio all’interno delle loro opere narrative. Problemi di tipo morale, tuttavia, emergono anche quando Kerouac si trova alle prese con una relazione eterosessuale. In Maggie Cassidy (1953), per esempio, Kerouac ricorda Mary Carney, una ragazza irlandese dai capelli rossi che gli fece perdere la testa quand’era ragazzo. Mary voleva sposarsi e avere dei figli; nel 1939 Kerouac ha appena diciassette anni e per la sua famiglia è una cosa fuori discussione. La volontà di controllare la propria frenesia sessuale procede di pari passo con il bisogno di scovare dei posti dove potersene stare tranquillo a riflettere e a scrivere. Ne I vagabondi del Dharma (1958) racconta l’esperienza compiuta tra Berkeley e San Francisco accanto a Gary Snyder, poeta e studioso di misticismo orientale. L’idea è questa: l’impegno nelle pratiche meditative, assieme all’interesse per il buddismo (nato nel 1953 a seguito dello sconforto dovuto alla lunga ricerca di un editore per Sulla strada), dovrebbe aiutarlo a gestire l’istinto sessuale; quello che nelle sue lettere Kerouac chiama “la bestia”. Il bisogno di isolamento e meditazione (a seguito della fama raggiunta con la pubblicazione di Sulla strada) viene raccontato anche in Big Sur (1962), mentre in Angeli di desolazione (1965) Kerouac si spinge fino alle cime innevate delle High Cascades per rielaborare una propria esperienza lavorativa come avvistatore di incendi. I tempi, però, sono cambiati. Gli anni Sessanta non sono gli anni Quaranta. Adesso, quando Kerouac tira fuori il pollice, non c’è più nessuno che si ferma per dargli un passaggio. L’America è diversa: famigliole benestanti e, quel che è peggio, benpensanti, hanno preso il sopravvento. Come se non bastasse, c’è una distanza sempre più grande tra Kerouac e i suoi personaggi. Scrive in Big Sur: «In tutta l’America i ragazzi delle superiori e delle università pensano: “Jack Doluoz [uno dei suoi tanti alter ego letterari. NdA] ha ventisei anni ed è sempre sulla strada a fare l’autostop” e invece eccomi qui a quasi quaranta, disgustato e stanco nella cuccetta di uno scompartimento che sfreccia attraverso il Deserto Salato.» Non fosse per mémêre, comunque, Kerouac non viaggerebbe così tanto. Nel 1943 vive a Ozone Park, un quartiere operaio del Queens, al primo piano di un appartamento tra Cross Bay Boulevard e la 33a avenue. Quando, qualche tempo dopo, decide di raggiungere Ginsberg e Cassidy a Denver, chiede a sua madre i soldi per il biglietto dell’autobus. Ed è sempre sua madre, nel 1956, a mandarlo a New York, permettendogli di consegnare di persona il dattiloscritto di Sulla strada. L’anno seguente, a bordo di un autobus Greyhood, Kerouac viaggia assieme a Gabrielle dalla Florida alla California; una lunga traversata scandita da una serie di cocktail a base di aspirina, Coca Cola e bourbon inventati da mémêre. Con i soldi guadagnati grazie alla pubblicazione di Sulla strada, Kerouac compra finalmente una casa. È al numero 34 di Gilbert Street, a Northport, Long Island. Invece di dimostrarsi più accondiscendente nei confronti del figlio, però, Gabrielle scrive una lettera ai miserable bumbs (Ginsberg e Burroughs, orribili drogati nonché maniaci sessuali) chiedendo loro di lasciare in pace il suo Ti Jean. Ciononostante, per Kerouac lei è “l’unica donna che mi accetti davvero quando torno a casa.” A proposito degli amici che lo prendono in giro, scrive: “Spesso mi chiedo se abbiano mai dormito fino alle quattro del pomeriggio e si siano svegliati per vedere le loro madri rammendargli i calzini alle luce triste di una finestra, o se siano tornati dagli orrori rivoluzionari dei weekend per vedere la loro madre con la testa eternamente tranquilla chiusa sull’ago a rammendare gli strappi di una camicia insanguinata.” «Razza di perdigiorno! Allora? Ce la vogliamo dare una mossa o no? Non avete bisogno d’aria per riempirvi i polmoni? Non cercate strade dove viaggiare?» Neal fa irruzione nel salotto e noi siamo di nuovo nel 1944, al numero 420 della 115a West. Tutti, tranne Burroughs, si voltano a guardare Neal. Gli sorridono. E noi? Meglio mettersi da parte. Tra un po’ succederà qualcosa. Me lo sento. Lucien è il primo a mettersi sull’attenti. Barcolla fino al giradischi e alza il volume. Canticchia sovrapponendo la propria voce alle note jazz: «Beeeepooooppp! Op, op, ooooop! Booooom…» «Esatto, esatto!» gli fa eco Ginsberg. Si alza anche lui, senza rendersi conto di avere i pantaloni calati attorno alle caviglie. «Guardate questo piccolo pervertito!» gli urla Neal. Pesta i piedi, china la testa e carica Ginsberg. I due si scontrano. Indietreggiano fino al divano e inciampano rocambolescamente avvinti in un abbraccio. Neal assesta un po’ di pugni nel costato magro di Ginsberg, Ginsberg affonda il mento nella spalla sudata di Neal. «Finiremo tutti quanti all’Inferno!» urla Lucien. È sul pavimento, in ginocchio: afferra una gamba nuda di Neal e la morde. Nella carne gli lascia impresso il segno dei denti. Kerouac ancora sorride. Non sa che cosa pensare di questi ragazzi. Non sa cosa pensare delle loro anime. Anche perché “nessuno sa cosa toccherà a nessun altro se non il desolato stillicidio della vecchiaia che avanza”. Sono soltanto i suoi amici. I suoi amici pazzi: “[…] pazzi di voglia di vivere, di parole, di salvezza, i pazzi del tutto e subito, quelli che non sbadigliano mai e non dicono mai banalità ma bruciano, bruciano, bruciano come favolosi fuochi d’artificio gialli che esplodono simili a ragni sopra le stelle e nel mezzo si vede scoppiare la luce azzurra e tutti fanno «Oooooh!». Kerouac chiude il quaderno degli appunti, ripone la matita in una tasca della giacca e si getta nella mischia.

(pubblicato su IlPost)