FIFA 98 il videogioco miliare [RU]

Fa un po’ strano dirlo, ma venti anni fa usciva FIFA 98: Road to World Cup. Io, all’epoca, avevo diciassette anni. E a FIFA, a quel FIFA lì, ci giocavo. [Anni prima, però, avevo giocato in maniera ferocemente ossessiva, pure 9, 12 ore al giorno, rinchiuso nella solitudine della mia cameretta, durante un’estate interminabile e appiccicosa, di cui forse, un giorno o l’altro, scriverò, un altro titolo calcistico. Il mio preferito di sempre: Sensible World of Soccer.] Seguivo anche il calcio giocato. Allora. Il Mondiale negli Stati Uniti del 1994 (il primo vissuto da tifoso, appena tredicenne), mi aveva lasciato con l’amaro in bocca per la finale persa ai rigori, ma con una nuova passione. Una passione per il calcio che si era poi concretizzata nel tifo per una squadra, la Juventus, che proprio nel 1994 avrebbe visto: (01) l’arrivo di un nuovo allenatore (Marcello Lippi); (02) un importante cambio ai vertici della dirigenza (con l’insediamento della cosiddetta Triade, formata da Roberto Bettega, Antonio Girando e Luciano Moggi); (03) il primo, nuovo scudetto dopo ben nove anni. Poi questa passione per il calcio, sia reale che virtuale, un poco alla volta, s’era affievolita. [Certo, lo scandalo di Calciopoli aveva giocato un ruolo importante. Tuttavia, non fondamentale.] E che trovavo il calcio raccontato male. In televisione, ma anche sui giornali. Gli articoli sulla Gazzetta dello Sport, oppure su Il Corriere dello Sport, fatta qualche rara eccezione, li trovavo illeggibili. Di sicuro, non alimentavano la mia passione. Come pure non la alimentavano le discussioni che ascoltavo intorno al calcio: approssimative, parziali, molto spesso biliose. Così, quando Davide Coppo, coordinatore editoriale di Rivista Undici — la testata che dal 2014 porta avanti questo “approfondimento vero che racconti gli uomini e le donne che fanno lo sport e le dinamiche socio-economiche che si muovono attorno” — mi ha chiesto, per il numero 18, un articolo sui vent’anni di FIFA 98: Road to World Cup, ho subito pensato di cogliere l’occasione per fare i conti con questo discorso. O con una sua parte. Mi pare ovvio, infatti, di non aver nemmeno iniziato a grattare la superficie…

***

È il 1998. Una calda serata di fine estate. Le immagini trasmesse dal televisore mostrano quello che ha tutta l’aria di essere lo Stade de France. Costato 290 milioni di euro (di cui 45 spesi soltanto per il tetto: un vero prodigio dell’architettura), è una possente struttura d’acciaio che custodisce un rettangolo d’erba: un prato. All’improvviso, la telecamera — alta, in cielo; aggrappata a chissà cosa — si abbassa; scende in picchiata verso il dischetto del centrocampo: il pallone, ancora immobile, scintilla come una perla all’interno di un’ostrica. I giocatori si dispongono in campo. Gli spettatori iniziano a urlare. Danno il via a un incessante sfarfallio di flash. È un fuoco di fila puntato sui volti serafici dei loro beniamini. I ragazzi sono tesi. Nervosi. Hanno percorso una lunga strada per giungere fino a questo punto; giocare i 90’ più prestigiosi che un calciatore professionista possa sognare di disputare nell’arco di un’intera carriera: la finale della Coppa del mondo. Tutto è pronto, quindi. Manca soltanto il fischio d’inizio. L’arbitro sta per portare il fischietto alla bocca. Quando… il Giocatore Uno schiaccia il tasto Pausa, sul joypad della Play Station grigia.

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Io, Me Stesso e i Dieci Regni [M&M]

BLOG_08

Dovrei occuparmi, e preoccuparmi, di questo mio blog, molto, molto più spesso. Anche perché una certa cosa, una certa cosa mia, strana, personalissima, l’ho scritta, ultimamente; ed è uscita, anche; addirittura su una rivista prestigiosa come Minima&Moralia; corredata, come se non bastasse, da uno dei disegni che ogni tanto realizzo per illustrare le pagine delle mie tante, sicuramente troppe, agende Moleskine. Fa parte del romanzo al quale sto lavorando, sapete?

***

Per venire subito al peggio, quello che sto per presentarvi non è un racconto vero e proprio, ma solo una specie di pellicola familiare, e tutti quelli che hanno visto il materiale da montare mi hanno sconsigliato caldamente di pensare a far progetti di distribuzione.
Zooey, J.D. Salinger

Dove va a finire un’emozione potente quando è sostituita da un’altra altrettanto potente?
Nichiren Daishonin

1.

Torino. Novembre 2016. Le dieci e trenta circa d’un sabato mattina. Sono calmo. Rilassato. In realtà sono abbastanza calmo, abbastanza rilassato. Ho appena finito di farmi la doccia. Indosso un enorme accappatoio di spugna bianco che mi fa assomigliare a un mansueto orso polare. Ma tengo i capelli ancora bagnati. Al solito: ho iniziato una cosa e non l’ho ancora finita. Ma sto per finirla. Giuro. A voler essere più precisi, comunque, tengo il tallone appoggiato al bordo della sedia; tutto concentrato nell’atto di tagliarmi le unghie dei piedi. Nove le ho già sistemate. All’appello, adesso, mi manca soltanto l’alluce destro. La lama arcuata del taglierino è a un paio di millimetri dall’ultima, irregolare, eccessiva estremità semitrasparente. Ce l’ho quasi fatta. Quindi: sto per finire. Poi però, improvvisamente, mia moglie — che si trova dall’altro lato della stanza; concentrata, pure lei, a controllare sul computer il contenuto di certe slide per un corso che deve tenere a Milano questo fine settimana — mi chiede se domenica pomeriggio, domani cioè, ho voglia di andare a visitare un [qui: suono incomprensibile]. «Hai detto, scusa?» domando, e sollevo la testa. «Domenica pomeriggio.» «No, sì. Quello ok. È prima che non ho capito.» «Ti ho chiesto se ti va di andare a visitare un tempio.» «Che tempio?» «A Milano.» «Tu vuoi andare fino a Milano a visitare un tempio?» «No io: i Palladini.» «…» «Ma solo se con noi vieni anche tu. Bisogna allungare un po’ la strada. Che ne pensi?» Già. Che ne penso? Penso che serva fare un passo indietro. Presentarmi, magari. Mi chiamo Michele Della Ragione. Sono nato a Napoli nel 1981, e di quello che è successo nella mia vita, da quando di anni ne avevo ventiquattro, a quando, improvvisamente, di anni ne ho avuti trenta, non ricordo praticamente nulla. Diciamo che mi sono ammalato di depressione. Ecco, sì: diciamo così. Adesso come adesso, non mi pare importante spiegare perché di questi sei anni io non mi ricordi praticamente nulla. So solo che avevo una famiglia. E questa famiglia, per fortuna, c’è ancora. So che avevo una passione. Per la scrittura. E questa passione — per fortuna o per sfortuna, di fatto: non sta più a me dirlo — c’è ancora. So che avevo una relazione. E questa relazione, oramai, non c’è più. Ricordo che da Napoli — dopo essere andato a lavorare per un odontotecnico del Vomero che a un certo punto decise di candidarsi come consigliere comunale nelle liste di Forza Italia — ho fatto di tutto per andarmene. E infatti me ne sono andato.

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La verità, vi prego, sul regresso [lostendfound]

In giapponese, kegare vuol dire impuro. Per certi versi, osceno. E questa cosa – quest’oscenità – ha molto a che vedere con Google. Che c’entra Google? C’entra moltissimo. Google Maps consente la ricerca e la visualizzazione delle carte geografiche di buona parte della Terra. Permette di visualizzare ristoranti, monumenti, negozi… Tramite Street View, in particolare, è possibile reperire fotografie a 360° dei luoghi più immortalati dagli utenti. Con Google Moon e Google Mars, addirittura, si arriva a contemplare il suolo del nostro satellite, la Luna, e del quarto pianeta del nostro sistema solare, Marte. Per far funzionare questi programmi occorre riconoscere la capacità non di un ente ideale, impalpabile o chimerico, ma di qualcosa che potrebbe rivendicare un carattere di piena realtà. Un algoritmo. Ne La matematica degli dèi e gli algoritmi degli uomini, il matematico Paolo Zellini spiega che un algoritmo è un processo, cioè una sequenza di operazioni, che deve soddisfare due requisiti: (01) ogni sequenza di operazioni è già decisa in partenza; (02) la sequenza deve essere effettiva, cioè deve tendere a un risultato reale. Vale a dire? Vale a dire che le operazioni di un algoritmo comportano sia un tempo – quello necessario all’esecuzione dei calcoli – sia uno spazio – quello occupato dalla memoria di un computer. Un algoritmo, quindi, esiste tanto nello spazio quanto nel tempo. Non è una mera espressione aritmetica. Non siamo di fronte a un ente ideale, ma a qualcosa che potrebbe rivendicare un tratto di piena realtà. Ed è il suo carattere ibrido, tra astrazione (matematica) e fisicità (dei computer), che a mio avviso rende l’algoritmo particolarmente attraente. E in certi casi pericoloso. Seguitemi in Giappone, adesso.

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La Cosa Misteriosa Che Vive Dentro Tiziano Sclavi [RS]

TIZIANO SCLAVI

In occasione dei trent’anni di Dylan Dog, lo scorso 18 ottobre ho pubblicato su Rivista Studio — che ringrazio sempre per ospitare i miei papielli — un articolo che un po’ raccontava le fortune editoriali dell’Indagatore dell’Incubo (perché non era possibile fare diversamente), e un po’ affrontava il mistero del suo creatore, Tiziano Sclavi, ripercorrendo e in parte analizzando i suoi romanzi; oggi, purtroppo, introvabili. Quella che potete leggere di seguito è una parte dell’articolo che per esigenze editoriali è stata tagliata.

In difesa dei romanzi di Tiziano Sclavi verrebbe la pena citare Stephen King, che, in On writing. Autobiografia di un mestiere, assicura che molto spesso: “[…] uno scrittore è il peggior giudice del suo lavoro”. Per dimostrare quanto il talento narrativo di Tiziano Sclavi sia stato capace di esprimersi pienamente tanto nei romanzi quanto nelle sceneggiature, basterà prendere in considerazione la sua ultima opera narrativa, Il tornado di valle Scuropasso menzionato poco fa. Attraverso il racconto in prima persona di un uomo che, a seguito di un brutto esaurimento nervoso, si ritira a vivere da solo in una casa in mezzo ai boschi (soltanto l’ultima pagina lascerà emergere un’altra, sconvolgente versione dei fatti), Sclavi decide di giocare con la verità e la finzione e di fare i conti con tutte le problematiche che hanno segnato alcune delle fasi più delicate della propria esistenza: l’alcolismo, innanzitutto; ma anche la depressione, la psicoanalisi, l’elettroshock (il protagonista del Tornado si chiede, a un certo punto, per quale motivo conosce il nome di Ugo Cerletti, ideatore della teoria elettroconvulsivante). Questo appare evidente a quei lettori che hanno avuto la costanza (ma vorrei dire: la premura, l’affetto) di imparare a conoscerlo, recuperando le rare interviste preziose che ha rilasciato nel corso del tempo. L’uomo che narra la storia de Il tornado ha ingaggiato una spietata battaglia contro l’informe, gelatinosa materia oscura che è diventata la sua vita. Cerca di restare sobrio, ma senza successo (“Solo un bicchiere, penso. Anche se gli Alcolisti Anonimi dicono: uno è troppo e cento sono pochi. Ma loro non hanno visto quello che ho visto io”). Prova a rievocare i ricordi della moglie (“Il bosco era bello, sì. Ma pensarlo mi faceva ricordare Viviana. Volevo pensare a lei il meno possibile.”) e della figlia Chiara (“Non mi ricordavo il viso di mia figlia. Non mi ricordavo quanti anni aveva. Quando era nata.”), ma non ci riesce. Cerca di attenersi alla terapia farmacologica del dottor Deicas (“«Come si sente oggi?» «Mi sembra meglio. Cosa mi ha dato? Benzodiazepine? Imao? » «Non glielo dico. Buona serata.»”), ma poi butta tutto in un cestino. Prova a rassegnarsi di fronte alla possibilità che il suo gatto, Silvestro, possa essere stato investito da un’auto di passaggio (“Se avesse pensato Dio, Gatto Infinito, eccomi, vengo nella tua luce?”). Durante il succedersi di una narrazione sempre più allucinata, l’uomo viene perseguitato da una serie di strani fenomeni. C’è un rumore enigmatico che di notte non lo lascia dormire (“Un suono elettronico. In cielo. Un suono elettronico volante.”). C’è un negozio che appare e scompare (“Sono tornato al supermercato a restituire i dvd. Il supermercato non c’era più. C’era un immenso spazio asfaltato, vuoto. Così grande che sembrava finisse alle montagne, così nitide in quel giorno così sereno. [Sembrava] un’immensa pista d’atterraggio per gli UFO.”). C’è un corpo che si nasconde nel serbatoio della caldaia (“La cosa era arrivata a pelo dell’acqua. Non era di questo mondo. Era un alieno. E mi guardava”). All’origine di questi fatti, poi, si nasconde un inspiegabile avvenimento legato all’infanzia del protagonista: il tornado di valle Scuropasso, appunto. “C’era mia mamma seduta su una sedia. Cuciva. Non so cosa faceva. Avevo cinque anni. Non sapevo cos’era un tornado. «Una tromba d’aria» ha detto mia mamma. «L’aria si mette a girare e diventa come una colonna che va dalla terra al cielo. Porta su le cose. E anche la gente. I bambini.» Il vento batteva contro le persiane chiuse. Bussava. Avevo paura. Ma era bello.” All’interno di un meccanismo narrativo congegnato perfettamente, e capace di svelare a poco a poco i confini del delirio psicologico che imprigionano la mente dell’uomo, Sclavi innesta — quasi si trattasse di spie luminose — una serie di segnali che consentono all’occhio più smaliziato di rievocare l’intero corpus della sua produzione, sia narrativa che fumettistica. Valle Scuropasso, per esempio, dista appena qualche chilometro da Buffalora, l’immaginaria cittadina dell’Oltrepò Pavese che ospita il cimitero dove vive e lavora in qualità di custode Francesco Dellamorte — prototipo nostrano di Dylan Dog. L’ossessione per gli UFO riprende nei suoi toni più cupi e rivelatori, più apocalittici, all’interno della cosiddetta Trilogia Extraterrestre: tre storie di Dylan Dog intitolate Terrore dall’infinito (n. 61), Quando cadono le stelle (n. 131), Lassù qualcuno ci chiama (n. 136), legate alla vicenda di uno sfortunato rapito, Whitley Davies. L’autolesionismo nel Tornado (“Potevo essermele fatte io, quelle ferite. Da una vita mi facevo del male. Tagliandomi”) è presente anche ne La circolazione (“Una volta, ricordo, mi tagliai con un bisturi da grafico. Disinfettai la lama e il mio braccio destro, poco più sotto della piega del gomito. Mi praticai due taglietti veloci, senza sentire dolore. Schiacciai la pelle intorno per far uscire il sangue e mi veniva da ridere. Era divertente”). La sindrome da acquisto compulsivo presente nel Tornado (“C’era un grande supermercato non molto distante, appena fuori Buffalora. Avevano una piccola libreria e un reparto di dischi, videogiochi e dvd. […] Una volta io e Viviana andavamo lì per comprare due cose e uscivamo con il carrello stracolmo”) c’è in Apocalisse, quando Cora, la moglie del protagonista, visita un piccolo emporio e: “in uno scaffale vide delle scatole di zampironi. Ricordò sorpresa di non aver notato neanche una zanzara da quelle parti, neanche di notte. Comprò una scatola di zampironi. E poi prosciutto, salame, sottaceti, crackers, patatine, detersivi. Lasciò un bel po’ di soldi anche in macelleria.”); e c’è anche in Non è successo niente, quando il personaggio di Mauro, fumettista di successo, ammette che: “Ho fatto un sacco di soldi con i diritti d’autore […], miliardi.” E, parlando a nome dei suoi amici colleghi, aggiunge: “Credo che nessuno di noi li abbia mai neanche investiti, sti soldi. Al massimo qualche pronto termine, ma vogliamo averli tutti lì a disposizione da spendere, magari un giorno usciamo e vediamo un jukebox anni Quaranta che costa duecento milioni, e via, duecento milioni, tre, quattro, sei mesi di diritti. Che poi è un caso limite, in realtà li buttiamo in libri, e cidì, e cidiròm, e statuine di Guerre Stellari o di Alien, mica compriamo la Jaguar o la villa a Portofino. […] Niente, ripeto, siamo dei poveri in licenza premio.” Nel Tornado ci sono le canzoni, presenti sia in Dellamorte Dellamore che ne La circolazione del sangue. Mentre Non è successo niente — che omaggia, sia nel titolo che nella copertina della prima edizione rilegata, lo scrittore e illustratore francese Roland Topor — pare diventare, addirittura, un capitolo a sé del Tornado, quando il narratore, impegnato a ricostruire il succedersi confuso degli eventi, scrive appunto che: “Non è successo niente.” Altra tematica rilevante è il rapporto con la scrittura. Il protagonista del Tornado ammette: “Ero stato abbastanza popolare, una volta. Più per i fumetti che per i romanzi. […] Molti mi chiedevano come si scrivono i fumetti. Ecco una pagina di fumetti.” E qui — a sorpresa — riporta proprio l’inizio di una delle sceneggiature più celebri di Dylan Dog, il n. 19, Memorie dall’invisibile — omettendo, però, il nome del disegnatore dell’albo, quel Giampiero Casertano che, nelle indicazioni originali, così veniva esortato da Sclavi: “Comunque ATMOSFERA, Casertano! ATMOSFERA!”). Ancora: c’è un episodio, nel Tornado (“Sono andato a Buffalora, come al solito quasi deserta. Nella piccola piazza della chiesa c’era un astronauta. Fluttuava nell’aria prono, sospeso a tre metri da terra. Teneva le braccia larghe e le gambe leggermente divaricate, come se galleggiasse nell’acqua di una piscina.”), che viene raccontato, in maniera pressoché identica, anche ne La circolazione del sangue (“Arrivato quasi in fondo, più o meno dove, alla sua destra, cominciava il sagrato della chiesa, alzò la testa e vide un uomo coricato nell’aria, sospeso a pancia in giù tre metri sopra l’asfalto, in mezzo alla strada. L’uomo teneva le braccia larghe e le gambe leggermente divaricate, come se galleggiasse nell’acqua di una piscina, guardando il fondo.”) Quasi che i mondi abitati da questi due narratori inattendibili — un malato di mente nel Tornado; un uomo dotato di una coscienza immortale ne La circolazione — fossero in comunicazione tra di loro, votati allo scambio di paure, fobie, allucinazioni; sogni, forse. E fantasmi. Ci sono un sacco di fantasmi, in queste storie. Pur di catturarli, Sclavi adopera le tecniche narrative più differenti. In Nero. altera i pieni temporali utilizzando indifferentemente flashforward e flashback, mentre in Dellamorte Dellamore inserisce una Voce fuoricampo che commenta tutto ciò che accade. Nel Tornado fa uso di espressioni cinematografiche (“Silvestro. Era là, lontano. Zoom. I suoi occhi erano enormi e luminosi. Zoom. Nelle sue pupille c’era il riflesso dell’incendio.”) e ricorre alle onomatopee dei fumetti: CRAAAAAACK, per il rombo di un tuono, SBAM, per una porta finestra che sbatte, DRIIIN, per un telefono che squilla. Leggendo i suoi romanzi impressiona la capacità che ha il suo stile di passare da un registro neutro, asettico, sterilizzato — come in Mostri, Sogni di sangue e Apocalisse — a un gergo spurio, contaminato, imprevedibile, che spesso e volentieri ricalca pedissequamente il parlato (traslando in modo sempre diverso le interiezioni “be’”, “beh”, “beh” e “bè”, oppure inventando improbabili trascrizioni fonetiche per espressioni come “l’wiskey”, per dire “il whiskey”, oppure “quelaltro”, per dire “quell’altro”), come in Le etichette delle camicie e in Non è successo niente. Proprio in quest’ultimo farà dire allo scrittore Cohan: “È inutile che cerchi una storia da raccontare. È il linguaggio che devo trovare, come ho sempre fatto. Io non racconto storie, racconto il modo di raccontarle.”

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Vi Rendete Conto Di Chi State Crocifiggendo? [RS]

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Il 13 settembre scorso ho pubblicato su Rivista Studio un articolo che tentava di ripercorrere la storia di Charles Manson e della sua comune hippie, la Famiglia. Affrontavo il Caso Tate — ovvero: l’uccisione di Sharon Tate, Jay Sebring, Abigail Folger, Voytek Frykowski e Steve Parent, la notte del 9 agosto del 1969, al 10050 di Cielo Drive — e il Caso LaBianca — ovvero: l’uccisione dei coniugi Leno e Rosemary LaBianca, la notte del 10 agosto del 1969, al 3310 di Waverley Drive. L’ordine degli omicidi era stato dato da Charles Manson, mentre i delitti erano stati commessi da alcuni appartenenti alla Famiglia; in particolare: Patricia Krenwinkel, Susan Denise Atkins, Leslie Van Houten, Charles Watson, Bruce McGregor Davis e Steve Grogan. Nell’articolo, tra le altre cose, ricostruivo la vita di Charles Manson, le fasi più importanti del processo — terminato il 25 gennaio del 1970, con un verdetto di condanna a morte; abolita in California nel 1972 — e provavo ad affrontare il mistero delle ragazze; di tutte quelle ragazze che a un certo punto della loro esistenza, quando, evidentemente, erano più sole e vulnerabili, incrociavano i passi di questo oscuro, misterioso individuo. L’articolo nella sua prima versione contava poco più di trentaseimila caratteri ed è stato accorciato per esigenze editoriali. Qui di seguito potete leggerne l’inizio nella sua versione originaria.

Le ragazze hanno nomi inventati. Si fanno chiamare Louella Maxwell Alexandria, Manon Minette, Donna Kay Powell, Elizabeth Elaine Williamson, Linda Baldwin, Sandra Collins Pugh, Rachel Susan Morse, Mary Ann Schwarm, Cydette Perell, Dianne Bluestein, Beth Tracy, Sherry Andrews. Vogliono dimenticare il passato. Vogliono avere una mente libera. Sono giovani, di bell’aspetto, in rottura con ogni forma di autorità. Hanno un sacco di cose da odiare e cercano disperatamente qualcosa in cui credere. A un certo punto della loro vita è sembrato che tutte — come per effetto di uno strano incantesimo, oppure di una stregoneria — si trovassero a girovagare per le strade di San Francisco. Per conoscere un uomo. Un certo Charlie. “Charlie è l’unica persona che abbia mai incontrato su questa terra che sia un uomo completo. Non ha mai accettato parole arroganti da una donna. Non si lascia convincere a fare qualcosa da una donna. È un vero uomo”. “Charlie cambia ogni secondo. Può diventare qualsiasi cosa voglia. Può assumere qualsiasi espressione voglia in qualsiasi momento”. “Una volta ero nel deserto e ho visto Charlie raccogliere un uccello morto da terra. E poi ho visto Charlie soffiare sopra le ali dell’uccello e ho visto l’uccello volare via”. “Una sera Charlie mi ha chiesto se avevo mai fatto l’amore con mio padre. Io l’ho guardato e quasi sorridendo ho risposto: No. E lui mi ha detto: Ti sei mai immaginata di fare l’amore con tuo padre? Io ho risposto: Sì. E lui mi ha detto: Bene, adesso, quando facciamo l’amore, immaginati che io sia tuo padre. Io l’ho fatto, ed è stata un’esperienza meravigliosa. Charlie mi ha dato la fiducia in me stessa necessaria per potermi riconoscere come una donna”. Charlie è Charles Manson. Il controllo che Charles Manson esercita su queste ragazze non passa attraverso la somministrazione di sostanze psicotrope (come si potrebbe erroneamente credere), ma attraverso il sesso. Charlie riduce a brandelli gli ultimi scampoli della moralità di queste ragazze: infrange i loro tabù, vanifica l’effetto dei loro freni inibitori. Riesce, alla fine, ad avere la meglio sulla loro forza di volontà. Riesce a comandarle. Riesce a farle uccidere.

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L’Arte È Una Brutta Copia Di Se Stessi [RS]

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“PATIENCE”, il nuovo fumetto di Daniel Clowes, è da oggi disponibile in tutte le fumetterie e librerie. Lo pubblica, in contemporanea con l’edizione americana, la BAO Publishing. Un po’ di tempo fa, su Rivista Studio, è uscito un mio pezzo su Clowes, e su EIGHTBALL. Un pezzo che con grande stupore — mio e di mia moglie — è stato segnalato anche sulle pagine de Il Post Libri. Ne riporto di seguito l’inizio.

Quand’era ancora un ragazzino, Daniel Clowes era solito partecipare alla Fiera dell’Arte del piccolo quartiere di Chicago in cui abitava. Sistemava un tavolino appena fuori dal perimetro di accesso dell’evento per non pagare la tassa di ammissione e, disegnando il più possibile, tentava di tirar su qualche dollaro. Quando le persone si fermavano incuriosite, quello era per lui il lavoro più bello del mondo; quando invece, impassibili, sfilavano senza fermarsi, diventava alquanto deprimente. Un giorno, spinto dalla curiosità, Clowes pagò il biglietto della fiera, e, gironzolando tra i padiglioni, incontrò Davo: un professionista delle caricature che realizzava ritratti con la tecnica dei pastelli. Clowes restò così colpito dal lavoro di Davo che, al ripetersi di ogni Fiera dell’Arte, prese l’abitudine di frequentare il suo stand per rubargli il mestiere. Tempo dopo, con le prime storie a fumetti già pubblicate, si imbatté in un manuale di caricature. L’autore — che strana coincidenza — sembrava rifarsi pedissequamente allo stile di Davo. Inoltre, le pagine del manuale erano fitte di annotazioni raccolte durante i tour estivi nelle fiere di paese (come la Fiera dell’Arte) e contenevano riflessioni cariche di profonda tristezza e alienazione. Fu lo spunto da cui nacque Caricature: la storia di Eightball che ha cambiato per sempre il mio rapporto con il fumetto.

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Metal Gear Solid [RS]

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Quando ho iniziato a scrivere questo articolo — la celebrazione di una delle più grandi saghe videoludiche che siano mai state realizzate: Metal Gear Solid (MGS, d’ora in avanti) — avevo in mente diversi obiettivi: (01) riassumere minuziosamente l’intera saga — quasi si trattasse di un previusly montato all’inizio di una serie tv; (02) trattare esaustivamente la storia delle console — partendo dal Magnavox Odyssey (1972) per arrivare alla Xbox One (2013); (03) raccontare obiettivamente le ragioni di un successo così duraturo — MGS è un brand che va avanti da quasi trent’anni; (04) indagare scrupolosamente un curioso fatto di cronaca — una storia vera: con tanto di associazioni internazionali coinvolte, furti d’identità e una rarissima malattia genetica. Tutti questi obiettivi io ho cercato di rispettarli. Anche se credo, in completa onestà, di non esserci riuscito; almeno nelle modalità espresse — perché, assieme alle parole, anche gli avverbi sono importanti. Ciò che mi ha impedito di soccombere — al solito: la mancanza di tempo a disposizione, la preparazione teorica inadeguata, la pigrizia congenita, la convinzione di non possedere alcun vero talento per la scrittura — l’ho tenuto a bada, anzi, meglio: l’ho combattuto e gli ho risposto grazie a una sensazione di nostalgia che a un certo punto si è impossessata di me, e che ho provato quando mi sono accorto che, in fondo, la storia di MGS si sovrappone in buona parte alla mia. Di quando da bambino mio padre mi accompagnava a comprare le cassette per il Commodore 64. Di quando da ragazzino mettevo da parte i soldi della paghetta per le cartucce per il Super Nintendo. Di quando da adolescente pensavo di risolvere i problemi che avevo attorno standomene per delle ore attaccato alla Playstation. È una storia che mi appartiene, quindi. E che credo appartenga a molti di voi. E non raccontarla sarebbe stato un bello spreco.

(Continua su Rivista Studio.)

Una Voce Di Dentro [ilPOST]

BLOG_03

In casa, da bambino, era più facile trovare una videocassetta con il teatro di Eduardo De Filippo che di Pirandello o Goldoni. Per non parlare di Ibsen. Tutte cose che avrei recuperato in seguito da solo, crescendo, e cercando di affrancarmi dal peso di una tradizione che ho sempre sentito asfissiante. Ma, verso i sette, gli otto anni, Eduardo avevo in casa e io Eduardo guardavo. Poteva andarmi peggio. Anche se la stima che i miei famigliari tributavano al drammaturgo mi faceva un poco vergognare quando non riuscivo a trovare interessanti tutte, ma proprio tutte le sue commedie. Ce n’era una, però, che quando ero piccolo mi piaceva particolarmente: “Le voci di dentro” (1948). Narra la storia di Alberto Saporito, un organizzatore di feste popolari che, a seguito di un incubo, accusa i propri vicini di casa, la famiglia Cimmaruta, di avere commesso un terribile omicidio. Ora: il rapporto fra la realtà e il sogno è sempre stato un tema ricorrente nelle opere di Eduardo De Filippo. Due esempi. In “Natale in casa Cupiello” (1931), Luca Cupiello tralascia la maggior parte dei problemi che affliggono la sua famiglia (la figlia Ninuccia, sposata, ha una storia con un altro uomo) per dedicarsi alla costruzione di un focolare ideale, rappresentato dal presepio. In “Questi fantasmi!” (1945), Pasquale Lojacono, troppo impegnato a fittare a pensione le camere del proprio appartamento, scambia le visite di Alfredo, l’amante di sua moglie Maria, per le apparizioni di un benevolo fantasma. Ma torniamo a “Le voci di dentro”. Si tratta di una commedia in cui i turbamenti nascono dagli orrori prodotti dalla seconda guerra mondiale. Ed è proprio con una serie di incubi che inizia la commedia. Nel primo atto siamo nella cucina della famiglia Cimmaruta. È mattina presto. Rosa Cimmaruta, la sorella del capofamiglia, e Maria, la cameriera, sono sveglie, preparano la colazione. Con loro c’è Michele, il portiere del palazzo, venuto a portare la spesa. Tra una chiacchiera e l’altra, improvvisamente Maria ricorda il sogno che ha fatto la notte. E lo racconta. Si tratta di un sogno spaventoso, complicato. Pieno di personaggi inspiegabili e di fatti strani. C’è un verme bianco che va in chiesa e un senzatetto che si trasforma in una fontana. Che vi devo dire? Adoravo questo momento de “Le voci di dentro”. Appena terminava il monologo di Maria, mandavo indietro la VHS e lo riguardavo. C’era una cosa de “Le voci di dentro”, però, che non mi convinceva: una battuta che pronunciava Michele, il portiere, al termine del sogno di Maria. Una battuta che io trovavo sbagliata. Pronunciata fuori tempo. Possibile? Un attore della compagnia di Eduardo che sbagliava? Cosa avrei dovuto fare, andare a raccontare ai miei famigliari che avevo trovato un errore nel teatro di Eduardo De Filippo? Non mi avrebbero mai creduto. Piuttosto avrebbero negato. Peggio ancora: mi avrebbero accusato di essere un presuntuoso. Pertanto non confidai a nessuno quella mia impressione. Poi, qualche tempo fa, la rivelazione. Cercando su You Tube proprio “Le voci di dentro”, ho trovato il filmato intero della commedia — con addirittura i sottotitoli integrati in inglese. Ho iniziato a guardarla e cosa ho scoperto? Che della rappresentazione de “Le voci di dentro” che ho sempre guardato, quella del ’78, esistono due versioni. Una integrale, scoperta da poco, e un’altra ridotta, con diverse scene del primo atto tagliate: in pratica, quella che vedevo da piccolo. La battuta di Michele che mi dava tanto fastidio, quindi, non era sbagliata. Apparteneva semplicemente a una versione della commedia più corta. Non solo. La versione integrale di “Le voci di dentro” conteneva altre sorprese. Al sogno della cameriera Maria, infatti, seguiva il sogno di Rosa Cimmaruta. Un sogno ancora più strano, dove gli incubi del secondo conflitto mondiale — lo sterminio del popolo ebraico, innanzitutto; in grado di trasfigurare un pranzo a base d’agnello in un pranzo per cannibali — emergevano in tutto il loro indicibile orrore. Il sollievo che ho provato! Eduardo De Filippo, allora, era davvero infallibile. E la stima che ho sempre avuto per i miei famigliari può fortunatamente rimanere, come la loro per Eduardo De Filippo, intatta.

(pubblicato su IlPost)

Un Desolato Stillicidio — PARTE DUE [ilPOST]

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Kerouac, a dire il vero, non è tanto sicuro di cosa significhi beat generation. A Times Square, così come nei locali del Village, beat significa “dentro e fuori”, e “convinto in maniera intensa”. Beat però significa anche “povero, depresso, emarginato, disgraziato, barbone, triste, uno che dorme nella metropolitana”. Come se non bastasse, beat significa pure “beato nel senso della parola italiana: essere in uno stato di beatitudine, come San Francesco, cercando di amare tutte le forme di vita, cercando di essere assolutamente sinceri con tutti, praticando la tolleranza, la gentilezza, coltivando la gioia nel cuore”. Kerouac, ad ogni modo, si considera beat: “credo nella beatitudine e credo che Dio abbia amato il mondo a tal punto da dargli suo figlio unigenito.” L’unica cosa certa è che senza sua madre Kerouac scriverebbe molto meno. In Presentazione di Kerouac (1960) dirà: “[…] con lei vivo una specie di vita monastica che mi ha permesso di scrivere così tanto.” La madre di Kerouac, Gabrielle Ange Lèvesque (o L’Evesque), è una donna profondamente cattolica. Per non dire bigotta. Le pareti della sua casa di Lowell, nel Massachusetts, sono tappezzate con l’immagine di santa Teresa di Lisieux. È razzista, omofoba e odia gli ebrei. Con Kerouac parla joual, il francese québécois. Per lei (per «mémêre») Kerouac sarà sempre «Ti Jean», il piccolo Jean. Data questa situazione, maturare delle convinzioni in merito a una questione delicata come la religione e la sessualità è per Kerouac difficilissimo. Soffre molto. Finendo per scaraventarsi in un baratro di contraddizioni nel quale cerca di annegare l’angoscia e l’inquietudine tramite l’alcol e le droghe. Nel 1941, a seguito del bombardamento giapponese di Pearl Harbor, Kerouac decide di arruolarsi. Si imbarca su un mercantile, il Dorchester, e subisce violenza “da parte di un cuoco libidinoso, cattivo e grasso”. Tra la primavera e l’estate del 1942, quando di anni ne ha venti, frequenta varie donne, ma accetta un rapporto orale da un automobilista che gli offre un passaggio. Il 3 ottobre del 1948 scrive a Neal: «I posteri rideranno di me se pensano che ero frocio… i piccoli studenti rimarranno delusi. A quell’ora la scienza e i sentimenti intuitivi avranno dimostrato che è VIZIO, MALVAGIO, non amore, dolce… e Kerouac sarà un poveraccio da compatire. A questo mi oppongo. Non sono uno scemo! un frocio! Non lo sono». L’episodio più famoso, tuttavia, resta quello assieme a Gore Vidal. Nel 1949, al Metropolitan, Vidal è in compagnia di un amico il quale avrebbe addirittura pagato Kerouac per fare sesso con l’autore di Myra Breckinridge (1968). Entrambi gli scrittori elaborano l’episodio all’interno delle loro opere narrative. Problemi di tipo morale, tuttavia, emergono anche quando Kerouac si trova alle prese con una relazione eterosessuale. In Maggie Cassidy (1953), per esempio, Kerouac ricorda Mary Carney, una ragazza irlandese dai capelli rossi che gli fece perdere la testa quand’era ragazzo. Mary voleva sposarsi e avere dei figli; nel 1939 Kerouac ha appena diciassette anni e per la sua famiglia è una cosa fuori discussione. La volontà di controllare la propria frenesia sessuale procede di pari passo con il bisogno di scovare dei posti dove potersene stare tranquillo a riflettere e a scrivere. Ne I vagabondi del Dharma (1958) racconta l’esperienza compiuta tra Berkeley e San Francisco accanto a Gary Snyder, poeta e studioso di misticismo orientale. L’idea è questa: l’impegno nelle pratiche meditative, assieme all’interesse per il buddismo (nato nel 1953 a seguito dello sconforto dovuto alla lunga ricerca di un editore per Sulla strada), dovrebbe aiutarlo a gestire l’istinto sessuale; quello che nelle sue lettere Kerouac chiama “la bestia”. Il bisogno di isolamento e meditazione (a seguito della fama raggiunta con la pubblicazione di Sulla strada) viene raccontato anche in Big Sur (1962), mentre in Angeli di desolazione (1965) Kerouac si spinge fino alle cime innevate delle High Cascades per rielaborare una propria esperienza lavorativa come avvistatore di incendi. I tempi, però, sono cambiati. Gli anni Sessanta non sono gli anni Quaranta. Adesso, quando Kerouac tira fuori il pollice, non c’è più nessuno che si ferma per dargli un passaggio. L’America è diversa: famigliole benestanti e, quel che è peggio, benpensanti, hanno preso il sopravvento. Come se non bastasse, c’è una distanza sempre più grande tra Kerouac e i suoi personaggi. Scrive in Big Sur: «In tutta l’America i ragazzi delle superiori e delle università pensano: “Jack Doluoz [uno dei suoi tanti alter ego letterari. NdA] ha ventisei anni ed è sempre sulla strada a fare l’autostop” e invece eccomi qui a quasi quaranta, disgustato e stanco nella cuccetta di uno scompartimento che sfreccia attraverso il Deserto Salato.» Non fosse per mémêre, comunque, Kerouac non viaggerebbe così tanto. Nel 1943 vive a Ozone Park, un quartiere operaio del Queens, al primo piano di un appartamento tra Cross Bay Boulevard e la 33a avenue. Quando, qualche tempo dopo, decide di raggiungere Ginsberg e Cassidy a Denver, chiede a sua madre i soldi per il biglietto dell’autobus. Ed è sempre sua madre, nel 1956, a mandarlo a New York, permettendogli di consegnare di persona il dattiloscritto di Sulla strada. L’anno seguente, a bordo di un autobus Greyhood, Kerouac viaggia assieme a Gabrielle dalla Florida alla California; una lunga traversata scandita da una serie di cocktail a base di aspirina, Coca Cola e bourbon inventati da mémêre. Con i soldi guadagnati grazie alla pubblicazione di Sulla strada, Kerouac compra finalmente una casa. È al numero 34 di Gilbert Street, a Northport, Long Island. Invece di dimostrarsi più accondiscendente nei confronti del figlio, però, Gabrielle scrive una lettera ai miserable bumbs (Ginsberg e Burroughs, orribili drogati nonché maniaci sessuali) chiedendo loro di lasciare in pace il suo Ti Jean. Ciononostante, per Kerouac lei è “l’unica donna che mi accetti davvero quando torno a casa.” A proposito degli amici che lo prendono in giro, scrive: “Spesso mi chiedo se abbiano mai dormito fino alle quattro del pomeriggio e si siano svegliati per vedere le loro madri rammendargli i calzini alle luce triste di una finestra, o se siano tornati dagli orrori rivoluzionari dei weekend per vedere la loro madre con la testa eternamente tranquilla chiusa sull’ago a rammendare gli strappi di una camicia insanguinata.” «Razza di perdigiorno! Allora? Ce la vogliamo dare una mossa o no? Non avete bisogno d’aria per riempirvi i polmoni? Non cercate strade dove viaggiare?» Neal fa irruzione nel salotto e noi siamo di nuovo nel 1944, al numero 420 della 115a West. Tutti, tranne Burroughs, si voltano a guardare Neal. Gli sorridono. E noi? Meglio mettersi da parte. Tra un po’ succederà qualcosa. Me lo sento. Lucien è il primo a mettersi sull’attenti. Barcolla fino al giradischi e alza il volume. Canticchia sovrapponendo la propria voce alle note jazz: «Beeeepooooppp! Op, op, ooooop! Booooom…» «Esatto, esatto!» gli fa eco Ginsberg. Si alza anche lui, senza rendersi conto di avere i pantaloni calati attorno alle caviglie. «Guardate questo piccolo pervertito!» gli urla Neal. Pesta i piedi, china la testa e carica Ginsberg. I due si scontrano. Indietreggiano fino al divano e inciampano rocambolescamente avvinti in un abbraccio. Neal assesta un po’ di pugni nel costato magro di Ginsberg, Ginsberg affonda il mento nella spalla sudata di Neal. «Finiremo tutti quanti all’Inferno!» urla Lucien. È sul pavimento, in ginocchio: afferra una gamba nuda di Neal e la morde. Nella carne gli lascia impresso il segno dei denti. Kerouac ancora sorride. Non sa che cosa pensare di questi ragazzi. Non sa cosa pensare delle loro anime. Anche perché “nessuno sa cosa toccherà a nessun altro se non il desolato stillicidio della vecchiaia che avanza”. Sono soltanto i suoi amici. I suoi amici pazzi: “[…] pazzi di voglia di vivere, di parole, di salvezza, i pazzi del tutto e subito, quelli che non sbadigliano mai e non dicono mai banalità ma bruciano, bruciano, bruciano come favolosi fuochi d’artificio gialli che esplodono simili a ragni sopra le stelle e nel mezzo si vede scoppiare la luce azzurra e tutti fanno «Oooooh!». Kerouac chiude il quaderno degli appunti, ripone la matita in una tasca della giacca e si getta nella mischia.

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Un Desolato Stillicidio — PARTE UNO [ilPOST]

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New York City, 1944: immaginatevi la scena. Al numero 420 della 115a West, nel salotto di un lussuoso appartamento, c’è un giradischi che rilascia le note saltellanti di un brano jazz. Nel frattempo, nell’aria si sparge l’odore speziato della marijuana. Mettiamoci al centro, sotto la corona di luce che proietta il lampadario, e vediamo chi è che incontriamo. Il primo è Lucien Carr. Lucien ha diciannove anni, è originario di St. Louis, Missouri, e possiede due caratteristiche: è molto ricco e molto bello. Vedete come se ne sta accovacciato a terra, con le gambe incrociate, nel suo completo giacca e cravatta? Fuma uno spinello e fa ondeggiare lentamente la testa. Ha lo sguardo assente. Scommetto che sta immaginando di leccare il collo di Cline Young, una sua compagna di corso alla Columbia University. Peccato che Lucien, recentemente, sia perseguitato da David Kammerer. David è un suo amico d’infanzia. Tra qualche mese, a causa dell’ennesimo approccio sessuale, Lucien tirerà fuori un coltello (il suo coltello da boy scout, dal quale non si separa mai) e lo ammazzerà, gettandone il corpo senza vita nelle profondità dello Hudson. Sconterà due anni all’Elmira Correctional Facility. Spostiamoci, adesso. Non vorremmo certo essere scambiati per degli scocciatori. Sul divano, con i piedi nudi che sporgono da un bracciolo, c’è sistemato un ragazzo. Ha folti capelli neri e occhiali con la montatura di plastica. Tiene i mocassini sul pavimento, la camicia di cotone sbottonata e i pantaloni abbassati fino alle caviglie. È impegnato a mormorare a bassa voce (per non farsi sentire da nessuno) i versi di un componimento che ha scritto e dedicato a Lucien, di cui è segretamente innamorato. Pensare che tra qualche anno, davanti a una folla radunata in un’ex officina, leggerà una poesia che, assieme a un bel po’ di fama, gli procurerà un sacco di problemi con la censura. La poesia si intitolerà Urlo. Il ragazzo si chiama Allen Ginsberg. Ma così rischiamo di essere troppo invadenti. Mettiamoci dove la luce fa un po’ più fatica ad arrivare, che ne dite? Lo vedete quel tizio laggiù? Quello che se ne sta accanto al termosifone, nonostante l’impermeabile che tiene addosso? Anche lui possiede una particolarità, sapete? Al mignolo della mano destra manca l’ultima falange. Se l’è mozzata tempo addietro come prova di coraggio per un amore omosessuale non corrisposto. A causa di questo gesto, ha conosciuto diversi ospedali psichiatrici. Al momento sbarca il lunario grazie a un sussidio che gli passano i suoi genitori – sussidio che lui spende solo ed esclusivamente in droghe. Si chiama William S. Burroughs. Tra non molto Burroughs si recherà a Città del Messico con la sua seconda moglie, Joan; un pomeriggio, nel tentativo di imitare Guglielmo Tell, Burroughs la ucciderà, sparandole accidentalmente alla testa. Andrà a rifugiarsi in Africa. Kerouac e Ginsberg lo scoveranno a Tangeri, in Marocco, perso tra gli appunti deliranti di un manoscritto che diventerà il suo libro più famoso: Pasto nudo (1958). È il caso di prendere aria, adesso. Ho sentito uno spiffero provenire dalla finestra. Che dite? Volevate dare un’occhiata fuori? Peccato che ci sia questo tizio, allora, a occuparvi la visuale. Ha l’aria genuina del contadino e il fisico vigoroso del giocatore di football. In effetti a football ci ha giocato, per un po’; almeno fino a quando non ha litigato con l’allenatore che aveva deciso di non schierarlo in campo durante la partita inaugurale di campionato. Jean-Louis Lebris de Kerouac – questo il suo nome – sta usando il davanzale come piano d’appoggio per il suo taccuino, dove sta scarabocchiando una quantità incredibile di appunti. E la sapete una cosa? Potreste fare anche a meno di guardare fuori, per vedere la città. Tutto quello che i vostri occhi potranno mai contenere, infatti, questo ragazzo è determinato a ficcarlo tra le pagine che sta riempiendo. Considera la scrittura una questione di vita o di morte; la sua missione sulla faccia della terra. Tra non molto pubblicherà un romanzo, con il quale cercherà di fare i conti con tutti i maestri che lo hanno influenzato: Hemingway, ovviamente. Jack London e Saroyan. Wolfe. Celine, anche. Whitman, Dos Passos, Emerson, Thoreau. Il romanzo si intitolerà La città e la metropoli (1950). Ultimamente, però, gli è venuta in mente un’altra idea. Per un libro come non è mai stato scritto. Vuole intitolarlo Sulla strada. È talmente preso da quest’idea che i rumori che provengono dall’altra stanza (i montanti del letto che battono contro la parete, le molle che cigolano, le urla…) non lo distraggono neanche un po’. Ma chi c’è di là? Neal Cassady che se la spassa con qualche ragazza. Dev’essere LuAnne, sua moglie; un’adorabile sedicenne originaria del Nebraska. Ma non ci giurerei. Magari è Carolyn: l’universitaria di Denver per la quale Neal divorzierà tra qualche anno. O magari è soltanto una cameriera rimorchiata ieri sera. A dirla tutta, è stato Neal a dare a Kerouac questa nuova idea che non gli fa posare la matita neppure un attimo. Neal c’è nato, sulla strada. Letteralmente. È venuto alla luce sul sedile posteriore di un vecchio trabiccolo che attraversava lo Utah. Ma vivere la propria vita come fosse un romanzo – riflette sovrappensiero Kerouac – non vuol dire necessariamente saperlo scrivere questo romanzo. La storia che ha in mente Kerouac avrà due protagonisti principali: Salvatore “Sal” Paradise e Dean Moriarty. Una coppia di amici che viaggerà attraverso gli Stati Uniti d’America da una costa all’altra. All’inizio, Dean si dirigerà verso Est e Sal verso Ovest. Quindi Dean condurrà Sal verso Ovest. Poi faranno a cambio. L’ultimo viaggio lo compiranno assieme, in Messico, alla ricerca della “cosa”, i fellahin: coloro che vivono liberati dalle strutture e dai vincoli della società moderna. Sarà un libro fantastico, pensa Kerouac. E lo sarà. Deve scriverlo, però. Senza perdersi in chiacchiere. Tra un po’, quando Neal uscirà dalla stanza (come al solito senza le mutande, pensa Kerouac; con l’uccello molle tra le gambe come un vermiciattolo), vorrà uscire. E pure Lucien, Ginsberg e Burroughs vorranno uscire. Prenderanno il bus, oppure ruberanno un’auto – la “prenderanno in prestito”, come ama dire Neal – e andranno da qualche parte. Berranno birra, si ubriacheranno. Discuteranno di tantissime cose; di poesia, quasi sicuramente; delle cose folli e sante che diceva Nietzsche, e “di tante altre meravigliose cose intellettuali”. Porteranno per le strade questa “generazione di pazzi hipster illuminati che improvvisamente spuntano e scorrazzano per l’America, seri, curiosi, vagabondi che si spostano ovunque in autostop, straccioni, beati, belli di una nuova aggraziata bruttezza […]”: la Beat generation.

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