mgs [RS]

Quando ho iniziato a scrivere questo articolo — la celebrazione di una delle più grandi saghe videoludiche che siano mai state realizzate: Metal Gear Solid (MGS, d’ora in avanti) — avevo in mente diversi obiettivi: (01) riassumere minuziosamente l’intera saga — quasi si trattasse di un previusly montato all’inizio di una serie tv; (02) trattare esaustivamente la storia delle console — partendo dal Magnavox Odyssey (1972) per arrivare alla Xbox One (2013); (03) raccontare obiettivamente le ragioni di un successo così duraturo — MGS è un brand che va avanti da quasi trent’anni; (04) indagare scrupolosamente un curioso fatto di cronaca — una storia vera: con tanto di associazioni internazionali coinvolte, furti d’identità e una rarissima malattia genetica. Tutti questi obiettivi io ho cercato di rispettarli. Anche se credo, in completa onestà, di non esserci riuscito; almeno nelle modalità espresse — perché, assieme alle parole, anche gli avverbi sono importanti. Ciò che mi ha impedito di soccombere — al solito: la mancanza di tempo a disposizione, la preparazione teorica inadeguata, la pigrizia congenita, la convinzione di non possedere alcun vero talento per la scrittura — l’ho tenuto a bada, anzi, meglio: l’ho combattuto e rispondo grazie a una sensazione di nostalgia che a un certo punto si è impossessata di me, e che ho provato quando mi sono accorto che, in fondo, la storia di MGS si sovrappone in buona parte alla mia. Di quando da bambino mio padre mi accompagnava a comprare le cassette per il Commodore 64. Di quando da ragazzino mettevo da parte i soldi della paghetta per le cartucce per il Super Nintendo. Di quando da adolescente pensavo di risolvere i problemi che avevo attorno standomene per delle ore attaccato alla Playstation. È una storia che mi appartiene, quindi. E che credo appartenga a molti di voi. E non raccontarla sarebbe stato un bello spreco.

(Continua su Rivista Studio.)

settembre

Sto seduto davanti al computer, e le dita, veloci, inciampano sulla tastiera; sto raccogliendo  materiale per un articolo che devo scrivere, e, per il momento, rinuncio a qualsiasi criterio di selezione.
A un certo punto — distraendomi — comincia a grandinare.
All’inizio penso sia soltanto pioggia. “Saranno gocce più grandi del solito”. Poi mi affaccio dalla finestra e guardo: “Mi sto sbagliando?” Non c’è traccia dei pezzetti di ghiaccio, in effetti. Tuttavia, sulle condutture di aerazione, e sui bordi delle grondaie, continuo a sentire tamburellare.
Chiudo i vetri e torno al mio posto. Ritrovo il cursore che lampeggia sulla pagina, ma poi guardo di nuovo fuori.
È la prima settimana di settembre. Il tempo ha accantonato — pare definitivamente —  l’ondata di caldo di luglio e agosto, e, al suo posto, sembra voler condensare un rapido assaggio di condizioni meteorologiche invernali.
Qualche giorno fa, emergendo dai sotterranei della stazione di Porta Susa, io e mia moglie abbiamo notato con disappunto una grigia distesa di nuvole; erano bitorzolute, cerebrali, e cariche di elettricità. Una volta a casa, lo spettacolo offerto da una tempesta di lampi — con il cielo nero che, per brevissimi istanti, diventava bianco come un foglio di carta — ci ha trasmesso un velato sentimento di minaccia. Ai fulmini sono poi seguite intere giornate di pioggia: scrosci abbondanti e regolari che si sono rovesciati sul lucernario del nostro appartamento con l’unico pregio di rendere ancora più piacevole lo stare dentro. In casa. Da soli.
Guardo al di là dalla finestra. Nonostante ci siano dei serpentelli d’acqua che appannano i vetri, acuisco lo sguardo fino a quando smetto di riconoscere il paesaggio esterno. Poi mi rimetto a scrivere.

cancelletto

A volte mi capita di pensare a certi episodi della mia adolescenza, di quando stavo in provincia, a Napoli, e di volerli raccontare. È una cosa che mi diverte molto. Ma sapete che c’è? Non sempre mi credono. Non mi dànno del bugiardo. Semplicemente, sostengono che esagero. Io, invece, non esagero affatto. State a sentire. La prendo un po’ larga, però.
Ricordate il Lion Trophy Show? Sì? No? Era un programma televisivo che andava in onda nei primi anni Novanta su Tele Monte Carlo (TMC). A essere precisi, era un gioco interattivo basato sull’uso del telefono. Tu chiamavi, parlavi un po’ con la presentatrice (Emily De Cesare, che adesso fa l’inviata per Chi l’ha visto?), rispondevi a una sorta di interrogatorio — “Come ti chiami, quanti anni hai e di dove sei” — e giocavi. Giocavi con la tastiera del telefono. Ma con chi giocavi? Giocavi con Lion, un leone che aveva imparato a stare in piedi. No, scherzo: Lion era la mascotte dello snack al cioccolato Nestlé che sponsorizzava la trasmissione. A ogni partita, Lion saltava a bordo di un carrello da miniera sospeso a mezz’aria e, per liberare l’amata Leila dalle grinfie di Malvagius (nomen omen), affrontava una serie di percorsi: c’era la fattoria con i covoni di paglia; il bosco con gli alberi abbattuti; il castello infestato dai fantasmi; l’astronave popolata di alieni-robot. Erano dei percorsi a bivi. Pieni di ostacoli. Per evitare che Lion andasse a sbattere contro la facciata di un fienile, o si impantanasse in mezzo a una palude, bisognava schiacciare sulla pulsantiera del proprio telefono il numero che, improvvisamente, compariva sullo schermo del televisore. Se andava bene, Lion prendeva la direzione giusta e proseguiva sano e salvo. Se andava male, poteva riprovarci. Per un massimo di tre volte, recuperando dei piccoli snack al cioccolato dal cruscotto del suo carrello. (Proprio così: il carrello aveva il cruscotto.) Semplice, no?
Il Lion Trophy Show fu un esperimento televisivo piuttosto moderno, all’epoca, anche perché l’interazione tv/telefono faceva sì che la chiamata avvenisse in diretta. Tutto questo, però, capitava su TMC, la principale concorrente della RAI, e di quella che allora si chiamava ancora Fininvest: Canale 5, Italia uno e Rete 4. All’interno delle piccole, a volte piccolissime emittenti televisive private campane, che cosa avveniva invece? Qualcuno ve l’hai mai raccontato?
Anche se di solito è a questo punto che i miei amici dicono che esagero, ve lo racconto io. Voi però ricordatevi che io — ma ve l’ho già detta, questa cosa — non esagero affatto.

Sull’onda del successo del Lion Trophy Show, un’emittente televisiva campana (adesso non ricordo quale: forse Napoli Canale 34, Tele Soccavo, 7 Gold Campania, Tele Vomero, Telediocesi Salerno…) realizzò una trasmissione più o meno simile. Perché “più o meno simile”? Adesso ve lo spiego. Pure in questo caso, però, devo prenderla un po’ larga.
Conoscete Street Fighter II? Street Fighter II era un videogioco; disponibile, all’inizio, esclusivamente per la sala giochi, e poi, nei primi anni Novanta, per le console domestiche a 16 bit come il Sega Mega Drive e il Super Nintendo. Che gioco era Street Fighter II? Un Beat ’em up, ovvero un Picchiali tutti. La storia era semplice: per sconfiggere il malvagio Mr. Bison e ottenere la propria vendetta, il giocatore doveva partecipare a un torneo di arti marziali. Poteva giocare da solo, contro l’intelligenza artificiale del computer oppure contro un amico. Tutto chiaro? Bene. Adesso: sull’emittente campana, la trasmissione simile al Lion Trophy Show era basata su Street Fighter II. Rispetto al Lion Trophy Show, tuttavia, c’erano alcune differenze: tanto per cominciare, il Lion Trophy Show trasmetteva da uno studio televisivo e, com’era logico aspettarsi, aveva una presentatrice. Lo Street Fighter II Show — nome che ho inventato io adesso, perché non credo l’avesse — mandava in onda direttamente ed esclusivamente le immagini del videogioco (infrangendo quindi, senza vergogna, ogni possibile legge sul copyright). Del presentatore, perché era un maschio, si sentiva soltanto la voce. Poi: se il movimento di Lion a bordo del carrello era automatizzato, in modo da prestare attenzione soltanto agli ostacoli e alla successione dei bivi, nello Street Fighter II Show l’interazione tv/telefono era più complessa. I personaggi si muovevano schiacciando i tasti 4 e 6, saltavano con il tasto 2, si abbassavano con il tasto 8, sferravano un attacco con il tasto 1 (pugno) oppure il tasto 3 (calcio), e paravano i colpi con il tasto # (il cancelletto). Nessuno di questi comandi, però, appariva sullo schermo. Chi aveva intenzione di giocare allo Street Fighter II Show telefonava al numero in sovrimpressione e si qualificava. Il presentatore gli assegnava un personaggio e gli spiegava le regole, così lui diventava il Giocatore 1. Un altro chiamava, si presentava, e il presentatore gli assegnava un altro personaggio: questo diventava il Giocatore 2. Dopo un po’, l’incontro iniziava. Il vincitore veniva decretato al meglio di tre round.

Se all’inizio ho scritto che non sempre mi credono, quando racconto certi episodi della mia adolescenza napoletana, è perché dubitano che alcune cose che ho visto accadere davanti ai miei occhi possano essere accadute veramente davanti ai miei occhi. Dicono che esagero. Io invece, ve l’ho detto, non esagero affatto.
Lo Street Fighter II Show, da adolescente, mi capitava di guardarlo al pomeriggio. Perché avevo già svolto i compiti; perché non avevo nuovi fumetti da leggere o videogiochi da giocare. Perché mi annoiavo. E questo è quello che ho visto un pomeriggio.
Inizia la trasmissione: sigla, presentazione, assegnazione dei personaggi e incontro. Primo Round: Giocatore 1 non va né avanti e né indietro. Non tira pugni, non sferra calci. È in totale balia di Giocatore 2. Che vince.
Prima del Secondo Round, allora, Presentatore cerca di infondere un po’ di coraggio in Giocatore 1. Ma non c’è niente da fare. Giocatore 1 perde anche il Secondo Round. Allora, per evitare lamentele o — immagino — telefonate da parte dei genitori (proprio come a scuola), Presentatore fa una cosa che non gli ho mai visto fare: mette in pausa lo Street Fighter II Show (ve lo immaginate, mettere in pausa un programma televisivo?) e spiega nuovamente a Giocatore 1 il funzionamento dei comandi. Insiste soprattutto sul tasto # (il cancelletto).

“I colpi di Giocatore 2 puoi pararli con il cancelletto. Hai capito?”
Dall’altro capo del telefono: silenzio.
“Pronto, Giocatore 1?”
Ancora silenzio. Poi, la voce di Giocatore 1. Debole, lontana, come se provenisse da un’altra realtà.
“Ma che è ’sto cancelletto?”
“Il tasto quadrato. Vicino allo zero. A lato, sotto all’otto… no, sotto al nove…”
Silenzio. Ancora silenzio.
“Ma qua dopo zero i numeri finiscono!”
“In che senso finiscono i numeri?”
“È quello che sto dicendo. Arrivano fino a nove. Ci sta otto, nove, e poi ci sta ’o zero.”
“Non tieni una stellina a sinistra e un quadratino a destra?”
“Non tengo niente.”
Silenzio.
“Pronto?”
“Mi spiace, Giocatore 1, ma tu non puoi giocare.”
“E perché?”
“Per giocare qua serve un telefono coi pulsanti. Più moderno. Tu c’hai quello… quello che gira, ho ragione?”
“È il telefono di mia nonna.”
“E non puoi giocare. Hai capito, Giocatore 1?”
“Ma io non lo sapevo, però…”
“E ti dovevi informare prima. Sai come si dice? La legge non ammette ignoranza.”
Silenzio.
“Va bene?”
“Vabbuo’.”
“Ciao, allora.”
“Cia’.”
Clic.

Cosa avrà fatto Giocatore 1 dopo aver messo giù il telefono? Come si sarà sentito? Me lo sono chiesto un sacco di volte, nel corso degli anni. Ho addirittura provato a immaginare qualche risposta. Ho provato a mettermi nei suoi panni. Ho provato a stargli vicino.

Realtà Alternativa #01
Giocatore 1 mette giù il telefono, va da sua nonna e gliene dice quattro. Il dialogo tra i due degenera. Non completamente. È un mezzo litigio; “mezzo” perché, a dirla tutta, nessuno dei due ha idea di che cosa sia, o di dove si possa trovare, questo #.
(Per completezza: ho provato anche a immaginare la nonna di Giocatore 1 alle spalle del nipote durante lo svolgimento dello Street Fighter II Show. Poi mi sono detto: che cavolata. Il telefono, per giocare allo Street Fighter II Show, si sarebbe dovuto trovare nella stanza del televisore. Ma a causa di un affascinante quanto misterioso fenomeno che mi porta a utilizzare certi ambienti domestici di mia conoscenza a mo’ di location per i miei processi immaginativi, l’ho dovuto escludere: a casa di mia nonna il telefono stava in cucina e il televisore in salotto. Pure a casa di sua nonna, quindi. Per forza.)

Realtà Alternativa #02
Giocatore 1 mette giù il telefono; è triste, arrabbiato, addirittura furente; poco dopo, è demoralizzato e depresso. Smette di fare i compiti. A scuola si becca una nota. I genitori lo vengono a sapere, gli parlano, provano a farsi spiegare cos’è accaduto. Purtroppo per lui, oramai, non c’è più niente da fare.
(Sempre per completezza: ho provato a immaginare Giocatore 1 che verifica la presenza del tasto # sul telefono di casa dei suoi genitori. C’è. Prova, per la prima volta nella sua vita, il rimpianto. Avesse chiamato da lì, Giocatore 1 avrebbe venduto cara la pelle. Ma non avrebbe mai potuto telefonare al numero in sovrimpressione dello Street Fighter II Show da lì. Dopo la scuola, infatti, Giocatore 1 si reca tutti i giorni a casa di sua nonna. Sua madre e suo padre lavorano fino alle 17:30. Soltanto verso le 18 lo vanno a prendere. Lo portano a casa — tutto ciò in una più che aderente, direi fedelissima sovrapposizione della vita di Giocatore 1 alla mia.)

Realtà Alternativa #03
Giocatore 1 mette giù il telefono: nel minuto di silenzio successivo inizia a familiarizzare con l’idea di aver compiuto la più gigantesca figura di merda della sua vita. I compagni di classe sanno che ha telefonato per partecipare allo Street Fighter II Show. Sanno cosa è accaduto. Hanno visto.
(Ancora, per completezza. Ho provato a immaginare Giocatore 1 che sperimenta il trauma; la ferita psichica attecchisce in profondità, pianta le radici nell’inconscio, mina le basi della personalità, sempre più borderline: instabilità dell’umore, difficoltà a instaurare relazioni, labilità dei confini identitari. Giocatore 1 diventerà un reietto. O, se sarà fortunato, uno scrittore.)

rimedio

From: alberto.costa@univex.it
Sent: lunedì, 24 luglio, 2009 01:24 PM
To: sabrina87@gmail.com
Subject: VEDIAMO SE RIESCO A RIMEDIARE…

Cara Sabri,

scusami se questa mattina ho fatto confusione con gli sms. (Lo sai però che hai un papà ben poco “tecnologico”.) Fortunatamente, il messaggio incriminato l’ho inoltrato a tuo fratello. Tranquilla, quindi. Disastro evitato. Ho deciso di scriverti questa mail, comunque, per porre rimedio. Non ti allarmare: sarà breve. Anche perché ho poco tempo a disposizione. La mia pausa pranzo dura appena un’ora. Ok? Innanzitutto, voglio rassicurarti su un fatto. Quanto accaduto con questo ragazzo (se ho capito bene si chiama Mirko), per quanto brutto, spiacevole, umiliante e doloroso, è un fatto che può succedere. Capito? Può succedere. Le mie non sono parole di circostanza. Anch’io sono stato rifiutato un paio di volte, quando frequentavo il liceo. Il tuo poco “tecnologico” papà non era ancora affascinante com’è oggi! E tua madre non è stato l’unico amore della sua vita. (Ma tu non glielo ricordare, mi raccomando.) Tuttavia, so benissimo che una cosa è come scelgono i ragazzi le ragazze, e un’altra cosa è come scelgono le ragazze i ragazzi. E io è questo che vorrei provare a spiegarti. Il modo in cui i ragazzi scelgono le ragazze. E lo farò parlandoti di uno sport. Il tennis. Ora. Nel tennis esistono due tipologie di giocatori. (Magari si tratta di una semplificazione un po’ drastica. D’accordo, te lo concedo. Però tu cerca di seguire lo stesso il mio ragionamento, ok?) Così come ci stanno i bravi ragazzi… e i cattivi ragazzi. Il giocatore più forte in circolazione, al momento, è uno svizzero che si chiama Roger Federer. Quando in tv mi capita di vederlo mi ricorda tantissimo un altro tennista che era il mio idolo quand’ero ragazzo, John McEnroe. Federer è, come possiamo chiamarlo?, un Tennista-Bravo-Ragazzo. Perché? Perché, innanzitutto, rispetta la tradizione. (Quando tira di diritto, per esempio, tiene il piede destro parallelo alla linea di fondo. Ed è uno dei pochissimi a farlo, oggi.) I suoi movimenti sono essenziali. Non sbuffa. Non emette gemiti quando colpisce la palla. È serio. Rispettoso. Il suo principale avversario, al momento, è un americano. Si chiama Andy Roddick. (I due hanno giocato tre finali a Wimbledon e una agli Us Open e Roddick ha sempre perso.) Ebbene, altro che tradizione: Roddick è il tennis moderno. Uno sport popolato da energumeni che sfoggiano un gioco grossolano, violento ed estremo. Privo di tatto, bellezza. Eleganza. Come hanno scelto le loro compagne, questi due? Ovvero: un bravo ragazzo come sceglie una ragazza? E un cattivo ragazzo? (Cara Sabri, cerco di non distrarmi troppo che se attacco a parlare di tennis non la smetto più, lo sai.) Dunque. Rozzo com’è, un giorno Roddick ha visto la foto di una ragazza su una rivista. Ha chiamato il suo agente e gli ha detto: «Voglio uscire con questa modella.» Quattro mesi dopo l’ha sposata. Lei si chiama Brooklyn Decker. È bionda e cerca pure di fare l’attrice. Invece Federer – il posato, riflessivo, affidabile Federer – ha preso come moglie la propria manager, Mirka Vavrinec. Un’ex tennista slovacca. Adesso, Sabri, non saltare subito alle conclusioni. Cos’è che sto cercando di dirti? Che i cattivi ragazzi scelgono le modelle e i bravi ragazzi le ragazze semplici? Neanche per idea. Quello che sto cercando di dirti è che certi ragazzi, solitamente i cattivi ragazzi, scelgono certe ragazze perché sono dotati di una capacità di individuare la bellezza a dir poco approssimativa. Sono molto, molto grezzi. Primitivi, quasi. La bellezza questi ragazzi quasi mai riescono a vederla. O la vedono soltanto se a indicargliela ci pensa un cartello luminoso. (O, come nel caso di Roddick, se compare su una pubblicità di costumi da bagno.) I bravi ragazzi, invece, quelli dotati di intelligenza, la capacità di trovare la bellezza ce l’hanno ben sviluppata. A loro non serve nessuna indicazione. A loro la bellezza appare sempre in maniera inequivocabile. Chiara e indubitabile. Capisci, Sabri? Se questo Mirko non ha visto la bellezza che è in te, così come la vede il tuo poco “tecnologico” ma affascinantissimo padre (nonché intelligentissimo), dev’essere senz’altro un tipo alla Roddick. Un cattivo ragazzo, pertanto. E i cattivi ragazzi, come ho cercato di dimostrati, la finale dei tornei non la vincono mai. E cosa te ne faresti mai, tu, di un numero due?

Un abbraccio.
papà

diario

Un mio amico teneva un diario. Lo usava per raccogliere i testi delle sue canzoni preferite: Senza parole di Vasco Rossi, Voglio di + di Jovanotti, Chiuditi nel cesso degli 883. Che ci volete fare? Erano i primi anni Novanta.
Tenere aggiornato questo diario si rivelava una faccenda piuttosto complicata. Innanzitutto, il mio amico aveva a disposizione soltanto lo stereo di suo fratello, in presenza del quale mai e poi mai avrebbe potuto metterci sopra le mani. Come se non bastasse, l’intera operazione gli portava via un sacco di tempo. Quando andava tutto bene, premeva il tasto Play, ascoltava qualche secondo di canzone, metteva Pausa e scriveva le parole. O meglio, le trascriveva. Quando andava tutto male, poteva capitare che le parole si sentissero malamente, oppure che il mio amico, per qualche ragione, le dimenticasse. Per rimediare, allora, usava il tasto Rewind. Mandava indietro la canzone e ascoltava le parole una seconda volta. O una terza. Poteva però accadere che il mio amico mandasse troppo indietro, o troppo poco indietro, il nastro della cassetta. Finiva così per smarrirsi. Certe volte si scoraggiava e lasciava perdere. Certe altre ricominciava tutto da capo e, con molta pazienza, aggiornava il suo diario.
Anch’io ho tenuto un diario. Più di uno, in realtà. Erano delle agende con la copertina blu, i fogli col bordo dorato e una fibbia elastica a mo’ di chiusura. Iniziavo a scriverli sulla pagina del primo gennaio. Anche se non era veramente il primo gennaio.
Nessuno dei miei diari ha mai trattato di un argomento specifico. Mettevano insieme la cronaca frammentata e convenzionale delle mie giornate. Cominciavano con me che mi svegliavo e si arricchivano di estemporanee annotazioni: il colore impalpabile della luce che filtrava attraverso le persiane; il sapore artificiale del dentifricio alla fragola che usavo per lavarmi i denti. Tra le annotazioni che ricordo, una lista delle ragazze presenti a una certa gita scolastica (elencai i loro cognomi in ordine alfabetico), un piazzamento in una gara di nuoto (terzo posto), il fastidio per l’apparecchio ai denti (che di lì a poco avrei smesso di portare).
L’ultimo diario risale a un anno fa. L’estate del 2014. Non era un’agenda blu. Era una Moleskine. Avevo in programma di documentare il succedersi delle tappe che mi avrebbero condotto da una costa all’altra degli Stati Uniti d’America. Intendevo tener conto del maggior numero possibile di dettagli. Quando ci ho messo mano per l’ultima volta mi trovavo seduto alla scrivania di una stanza d’albergo situata a un piano abbastanza alto del Marriott Hotel di New York.
Una tenda di feltro grigio schermava i vetri della finestra, mentre la televisione trasmetteva un film senz’audio. Lì ho scritto per un’intensa, apparentemente interminabile quantità di tempo. In realtà un’ora. Forse poco di più. Quando mi sono fermato, mi faceva male il polso. Ho sollevato la testa dal foglio. Una televendita di barbecue elettrici aveva sostituito le immagini del film. Filtrava un po’ di chiarore, adesso; risaliva lungo le pareti e lambiva le cornici dei quadri. Ho preso a sfogliare il diario, e mi sono reso conto con infastidito stupore di non aver raccontato quasi nulla.
Non ero riuscito a completare nemmeno l’elenco delle premesse del viaggio. Perché ero partito. Perché quel periodo dell’anno. Perché gli Stati Uniti. Perché la costa atlantica. Perché New York. Perché il Marriott. Avevo scritto una lunga e, quasi di sicuro, inutilmente complicata introduzione al diario stesso. Prima di cominciare l’ennesima cronaca, in pratica, avevo cercato di spiegare per quali ragioni avevo voluto cominciarne un’altra. Così facendo, avevo bloccato la narrazione degli accadimenti futuri.
Mi viene in mente il diario del mio amico. Quando non riusciva più a stare dietro ai testi delle sue canzoni, poteva schiacciare il tasto Rewind. Se si perdeva, poteva mandare indietro e ricominciare da capo. Io no. Determinato a colmare la distanza tra l’attimo in cui l’ipotesi del viaggio negli Stati Uniti aveva preso forma e l’attimo in cui la punta della penna aveva iniziato a seminare inchiostro sopra un nuovo Primo Gennaio, mi sono scontrato con una triste e dura realtà: la vita è una cosa che o la scrivi o la vivi. Per mettere in pausa il mio viaggio, e per riuscire a trascrivere senza errori i dettagli accumulati, sarei dovuto uscire dalla camera del Marriott Hotel soltanto dopo… quanto tempo? Una settimana, dieci giorni? Per recuperare il passato avrei dovuto sacrificare il futuro. E non potevo. Non potevo e, a dirla tutta, nemmeno mi andava.
Ho lasciato perdere le agende. Non tengo più diari. Adesso scrivo racconti. I protagonisti sono adolescenti che si ritrovano a dover crescere, a dover fare i conti con la linea d’ombra di Conrad, durante gli anni in cui si ascoltavano canzoni come Senza parole, Voglio di + o Chiuditi nel cesso. Concentro gli sforzi su un periodo dell’esistenza che sono in grado di osservare con un certo distacco. Le ragazzine in gita scolastica, i piazzamenti nelle gare di nuoto, le seccature per l’apparecchio ai denti: ricordi registrati su un nastro che posso recuperare in qualsiasi momento. Mi basta mettere in Pausa la memoria. Premere Rewind. Oppure il tasto Play. E mettermi in ascolto.

sprecato

Il bar si chiama Ceraldi. Si trova a Napoli, poco prima di Via Roma, alla fine della Pignasecca; là dove la strada, fino a quel punto come strozzata tra le mercerie e le bancarelle, si allarga, e quasi improvvisamente tira un sospiro, in Piazza Carità. Si tratta della piazza che molti, di solito gli anziani, chiamano ancora, e ancora ricordano, con il nome di Salvo D’Acquisto: il vice brigadiere dei Carabinieri che, nel settembre del ’43, autoaccusandosi, ingiustamente, per un’esplosione che coinvolse un reparto di SS, salvò la vita a ventidue persone. Almeno per me, si tratta di un appuntamento fisso. Il bar Ceraldi, dico. Per due ragioni. Innanzitutto, la toilette. Per arrivare a Napoli, infatti, il sottoscritto, abitando a Bacoli (un paesino dell’area flegrea), deve affrontare un viaggio di almeno 40 minuti. In treno. Ma con l’auto sarebbe la stessa cosa. Quindi, non è che abbia tutte queste possibilità di scelta. Apro una parentesi, sperando di non dilungarmi troppo. Ma sono pronto a scommettere che molti di quelli che mi conoscono, o che magari abitano nella mia zona, staranno storcendo il naso nel leggere questa mia affermazione. Sull’abitare a Bacoli, intendo. Perché a sentir loro (che sarebbe a dire: a voler essere davvero precisi) il sottoscritto non abita veramente a Bacoli. Ma al Fusaro, che di Bacoli è una frazione, assieme a Baia, Torregaveta, Capo Miseno, Cappella, Miliscola, Cuma, Miseno, Scalandrone e Faro. Una distinzione, questa, che spero non offrirà alcun “destro” ai discorsi di quanti sostengono — e tutte le volte che il sottoscritto ne incontra uno resta incapace di spalancare gli occhi per lo stupore — sostengono, dicevo, che il fatto stesso di abitare a Bacoli (e mi raccomando: a Bacoli centro) piuttosto che a Cappella, come al Fusaro piuttosto che a Cuma, sia indicativo di una qualche differenziazione culturale assai rilevante. Inutile girarci intorno: rilevante nel senso morale. Così da sistemare le persone buone da una parte e quelle meno buone da un’altra. Nemmeno si stesse cercando di sottolineare le differenze che passano, per esempio, tra una persona nata ad Alexandria e una nata a Okinawa. E magari in secoli diversi. In nessun’altra circostanza mi è capitato di assistere a dispute tanto accese — sul serio: ho avuto modo di sedare delle vere e proprie liti — con argomentazioni, tra l’altro, che si giocavano su un terreno la cui superficie era, ed è, poco più estesa di 10 km quadrati. Alla fine, però, penso che ci siano altri modi — e più violenti, anche — per troncare un’amicizia. Resto con i miei dubbi, invece, quando mi chiedo se ne esistano degli altri altrettanto stupidi. Fine della parentesi. E torniamo alla toilette. In definitiva, è un problema che riguarda una delle poche eredità, organiche, che mi ha lasciato mia madre. Adesso ve la racconto. Vi pregherei soltanto di non mettervi a ridere. Sto parlando di una vescica assai insofferente, direi proprio capricciosa, la mia, che mi rende incapace di trattenere la pipì oltre un tot di tempo. Cioè, non è che me la faccio addosso. Cavolo, questo no. Solo, io e mia madre abbiamo più difficoltà, rispetto agli altri, a trattenere lo stimolo. A resistere, voglio dire. Logicamente, ci sono delle situazioni — come i viaggi, per esempio — che più di altre ci mettono a dura prova. Non mi riferisco soltanto a quei viaggi che coprono una certa distanza. Penso, prima di tutto, a quelli in Olanda. (Dove ogni tanto mia madre, assieme a sua sorella (mia zia M*), si reca per andare a trovare mio cugino L* (il figlio di mia zia M*) che lì si è stabilito, in cerca di lavoro, più o meno sei/sette anni fa. Penso anche a viaggi più brevi. Come, per esempio, quelli a Napoli. In preparazione di ciò, infatti, svuotarmi la vescica dev’essere una mia premura. Fatta, come direbbe Totò, a prescindere. Anche senza sentirne la necessità. E quanto tempo da piccolo ho trascorso inutilmente, all’in piedi, davanti alla tazza del water. Con gli occhi socchiusi, la patta aperta e il pisello inerte, peggio: riluttante, tra le dita. Bisbigliando, per togliermi il pensiero: “Psss… psss… psss.” Non solo. A casa di amici — e magari ci sarà tempo e modo, tra queste pagine [MA DOVE?!?], per parlare anche di loro — prima di vedere un film, o nel bel mezzo di una discussione, chiedo “permesso” e vado in bagno. Che non è tanto la seccatura in sé. Quanto il lasciar credere di soffrire di enterite o addirittura di meteorismo. E ok. Adesso torniamo al bar Ceraldi. A Napoli. Ed ecco quindi che, una volta raggiunto il rione Montesanto — grazie alla stazione ferroviaria omonima che serve la Ferrovia Cumana e Circumflegrea –, la mia preoccupazione, pure a costo di ritornare sui miei passi (e per uno pigro come me non si tratterebbe di cosa da poco) — è di attraversare la Pignasecca e raggiungere il bar Ceraldi. Magari, avete capito, non ne ho proprio l’urgenza. Ma potrebbe tornarmi utile in seguito. Diverso tempo fa, parlando non ricordo più con chi, e riferendomi proprio a questo mio “problema”, azzardai uno strano paragone. Che adesso, in verità, mi risuona parecchio stupido.  (Mi raccomando, siate buoni: ero appena un ragazzino.) Nel paragone, sostenevo che così come un ebreo, come prima cosa, una volta giunto in una nuova città, per non fare dispetto al proprio Dio, si mette in ricerca della sinagoga più vicina, allo stesso modo il sottoscritto, appena arrivato in un nuovo posto, per non indispettire la propria vescica, si mette alla ricerca della toilette più vicina. Un paragone stupido, dicevo. (Tra le cose che spero di riuscire a fare adesso, invece, è di scoprire quali saranno i paragoni stupidi che mi verranno in mente adesso… e annichilire i precedenti.) Il bar Ceraldi. (Tranquilli. Un po’ alla volta ci arriviamo.) Solitamente, vi arrivo intorno alle 5 e 10, 5 e un quarto del pomeriggio. Prendendo la Cumana delle 4 e 20. Ma così non va. Questo racconto sta procedendo troppo lentamente. Adesso ci metto un po’ d’azione. Che ne dite? Raggiungo il bar. Entro. Giro a destra. Proseguo giù per le scale. Raggiungo la toilette. Faccio quello che devo fare. Esco. Raggiungo la cassa. Dico: “Un caffè”. Pago. Ritiro i soldi. Lo scontrino. Adesso, invece, rallento. Certe volte intorno al bancone c’è un po’ di ressa e manca lo spazio dove posizionarsi. Potrei avvicinarmi. Far presente a qualcuno che potrebbe mettersi di taglio. Ma non è un problema. Posso aspettare. E quindi aspetto. Chissà che restando qui — a metà strada tra a cassa e il bancone (non più impegnato a pagare, non ancora intento a sorbire il caffè) — non mi capiti di cogliere un brandello di conversazione. Per esempio, se tra l’uomo tra i trenta e i trentacinque anni — che si trova all’ingresso e che molto probabilmente serve i clienti seduti ai tavolini all’esterno — e il ragazzo, molto più giovane, sicuramente sotto la trentina — dietro al registratore di cassa, di fianco a un espositore di caramelle snack al cioccolato e gomme da masticare — corra una qualche parentela. Sono fratelli? Padre e figlio? So bene di non aver alcuna ragione per chiedermelo. Ma forse è proprio questo il bello. Si tratta di una pura e semplice curiosità. No, non è vero. E forse posso organizzarla meglio questa fissazione: vedete, io ricerco legami famigliari ovunque. Il fatto è questo: preso, nel bene e nel male, nella fitta rete d’affetti tessuta dai miei famigliari, senza averne l’intenzione — come se entrasse in funzione un relè automatico — vado alla ricerca di queste precise qualità affettive; credendole, sicuramente a torto, più autentiche di altre. Mi sento un po’ come, volendo ricorrere a un esempio (un altro paragone stupido?), un anziano venditore di bottoni. Il quale, nel bel mezzo di una discussione a quattr’occhi, scruta attentamente, per assicurarsi che si tratti di un prodotto proveniente dal proprio magazzino, ciò che spunta dalle asole del cappotto del suo interlocutore. Dal momento in cui, ritrovarsi di fronte a una qualità di materiale diversa e mai acquistata (osso di balena o di rinoceronte) o a una tinta troppo intensa, e, pertanto, sempre evitata in catalogo (prugna o vinaccia), lo considererebbe un dispetto. Una sorta di deformazione professionale, quindi. I baristi che si adoperano dietro al bancone del bar Ceraldi, solitamente, sono tre. Il primo, che è anche il più giovane, è talmente magro che quasi mi spaventa. Quella del volto — che è triangolare, fatto di lineamenti sottili e allungati — e del corpo intero. Una magrezza davvero eccessiva. Adatta solamente a un seminarista. (Battuta.) E’ talmente magro, questo primo barista, che le maniche della sua camicia, sotto al gilet che gli pende mollemente sul davanti a causa della gabbia toracica schiacciata, paiono di quelle a sbuffo, con i polsini allacciati, indossate dagli spadaccini nei film di cappa e spada con Errol Flyn. Il secondo barista — complice l’ambientazione: una lunga specchiera e i riflessi scintillanti delle bottiglie di liquore alle sue spalle — mi fa pensare al protagonista di un film di criminali americani degli anni ’30. Ha un fisico tozzo e le guance rubizze, assieme all’impeccabile acconciatura (capelli imbrillantinati e pettinati all’indietro), restituiscono il sembiante di un italoamericano che, grazie al contrabbando di alcolicii, è riuscito a tirare su un po’ di quattrini. Il terzo barista, invece, possiede quel tipo di fisico — spero soltanto di non fargli un torto se gli attribuisco una sessantina d’anni — che l’occhio dello straniero si aspetta sempre di trovare in un napoletano: gli occhi vispi, le mani sempre in movimento, la battuta pronta. Come se non bastasse, certi dettagli fisici richiamano alla memoria i tratti di alcune celebri maschere napoletane: mento sfuggente, baffi sottili. Per non dimenticare le guance incavate. Tuttavia, è nel suo modo di muoversi (veloce senza essere furtivo; accorto senza essere circospetto) e di guardare (diretto senza essere invadente; curioso senza essere indagatore ) e di parlare (esplicito senza essere eccessivo; simpatico senza essere ruffiano) che scopro la sua reale peculiarità: una serie di tentativi fatti per resiste a quanto di peggio, da un punto di vista antropologico, la società napoletana ha prodotto negli ultimi quindici anni. Torniamo all’azione, adesso. È un attimo: tra la folla intorno al bancone si è aperto uno spiraglio. Mi faccio notare da uno dei baristi. Non dev’essere troppo difficile, né per me né per lui, grosso e alto come sono. Ripeto al barista: “Un caffè”. Mostro lo scontrino assieme ai venti centesimi di resto. Li lascio lì come mancia. Subito mi viene versata dell’acqua non gassata in un bicchiere di vetro. Mi piace osservare il barista come si muove. Il modo in cui colloca il bicchiere — in maniera apparentemente casuale — sotto al rubinetto, così da centrare il getto: è un bersaglio che centra la freccia: un controsenso;  il modo in cui chiude e apre, apre e chiude, lo stesso rubinetto; non due gesti separati ma a uno solo: armonioso, ampio, in grado di contenere al suo interno il recupero di una tazzina (che sta più in là, a sinistra, accanto a una costruzione di arance pronte per essere spremute) o la sostituzione di un cucchiaino (infilato nel contenitore di plastica destinato alla lavastoviglie). Sempre riempito correttamente, però. Il bicchiere. Nè poco, né fino all’orlo. Ed eccovi degli altri dettagli, se li volete. Scopro, nell’atto di spingere lo scontrino lungo il bancone, che lo stesso bancone è bagnato — c’è sempre qualche goccia d’acqua che si ribella — e lo scontrino si bagna. (Nel frattempo, attendo il mio caffè.) Osservo la trama del marmo affiorare leggermente rosata, pallida — sembra un fascio di vene – attraverso il foglietto di carta sottile della mia ricevuta. (Certo che so come girare intorno alle cose, non trovate?) Il secondo motivo per cui, tutte le volte che vengo qui a Napoli, mi piace fermarmi al bar Ceraldi, è che ritengo il caffè del bar Ceraldi uno dei migliori caffè di Napoli. Sicuramente il migliore, rispetto a una certa zona che frequento io. (Se leggerete più avanti, comunque, capirete di che zona sto parlando.) Ora. Mi rendo conto che un’affermazione del genere — che porterebbe, come minimo, a descrivere le qualità, per me insuperabili, del caffè Ceraldi (il profumo, il colore, il sapore, tanto per cominciare) — un’affermazione del genere, dicevo, difficilmente, una volta espressa, la spunterebbe contro il buon senso. Specialmente, poi, se messa a confronto con quell’antica locuzione latina che dice: “de gustibus non est disputandum”. Il fatto è che per affermare ciò che affermo il sottoscritto ha deciso di adottare un sistema molto preciso. Quasi, oserei dire, scientifico. Volete sapere che cosa occorre per metterlo in pratica? Niente di più facile, trattando si caffè. Serve una bustina di zucchero. Dunque. Una volta che il caffè viene servito, dobbiamo versarci dentro lo zucchero. E fin qua, ok. Poi, però, dobbiamo contare quanti secondi impiega lo zucchero a colare a picco, sul fondo della tazzina. Il principio che adotteremo ai fini della nostra valutazione sarà: più tempo ci impiegherà, più il caffè sarà buono. Lo so. È una stupidaggine. Chissà voi cosa v’aspettavate. Si tratta, invece, di un espediente utile tutt’al più a chi intende capire, in anticipo, se il caffè che ha ordinato è un caffè ristretto oppure no. Ma lasciate che vi spieghi per quale motivo una convinzione del genere si è fatta strada dentro la mia testa, e c’è rimasta. Mi trovavo in un bar. Con mia madre (credo) e certi miei zii. Ero piccolo. (Insomma, non ricordo con precisione quanti anni avessi. So solamente che vivevo quell’età in cui qualsiasi parere sentissi pronunciare, specialmente se da un adulto, si imprimeva indelebilmente dentro la mia testa. Non so perché. Ma se paragoniamo la mia mente di bambino di allora a una lavagna pronta a raccogliere un certo numero di informazioni — anche quelle, o, forse, soprattutto quelle, più disparate — per scriverci sopra, chi doveva scriverci sopra, non utilizzava il gessetto. Chissà per quale motivo, usava qualcosa di molto più appuntito. Qualcosa che incideva.) “Da questo capisci quando un caffè è buono. Lo zucchero rimane per un po’ in superficie.” E basta. Non mi ricordo altro.

ritrovamenti

Sottrarre questo attimo allo scorrere incessante del – lettera maiuscola: Tempo. Giornate intere fagocitate da cerimonie – Battesimi, Comunioni, Cresime, Matrimoni – in grado, da piccolo, di apparirmi interminabili. (Al mattino presto, in auto, col freddo stemperato dai riscaldamenti in funzione, tenevo la fronte incollata al finestrino consapevolmente tentando di far sbollire il desiderio che ogni cosa terminasse. La sera, invece, come una bestiolina ricondotta a forza al recinto, smaniavo: scalciavo, battevo i piedi a terra, e mia madre mi sfilava le scarpe perché almeno mi facessi male alle dita.) In una foto, durante una di queste cerimonie, ho cinque anni. E sto piangendo. Mi rifiuto di farmi fotografare assieme ai miei genitori, seduti a tavola di fianco a me. (Questo, sia chiaro, io non lo ricordo: lo so. Quello che poi ha scattato la foto a tradimento me l’ha raccontato.) Stiamo in un ristorante, e la tovaglia è picchiettata di macchie di vino; sembrano lividure. Troppe per impedirmi di pensare che siano state versate per errore, quando non, invece, per una svogliata e quasi compiaciuta disattenzione. Bottiglie di acqua minerale rimaste imbevute. Un posacenere colmo di cicche. Delle fette di pane arravattato. È questo quello che, allora, sentivo definire da mio padre — ma soltanto dopo aver provato ad agitare le mani come per impastare l’aria — benessere? Ed ecco. Il timore che mi fa stringere gli occhi, come se una visione intollerabile del futuro m’avesse appena abbagliato, deve trarre la propria origine, nonché il proprio sostentamento, dall’incapacità di riconoscere, negli adulti che ho di fianco, i miei genitori. Piangendo sembro chiedermi: l’uomo alla mia destra, riverso, più che seduto, sulla sedia, e piegato verso di me – non lo guardo; così come non ne vedo il volto adesso, mentre osservo la foto, perché è girato – è proprio mio padre? Cosa ci fa dentro questo doppiopetto che gli mortifica i fianchi? E la cravatta? Perché ne regge la punta tra le mani come se volesse mostrarmela? Non ha sempre ricercato e amato, lui, negli abiti, la libertà di movimento che, forse esagerando, ha ammesso di trovare solamente indossando la tuta blu da lavoro dell’Italsider di Bagnoli? Alla donna sto più vicino. Cercando di infilare tra l’orlo del tavolo e il polso, sollevato a reggere una sigaretta, la punta della mia manina – che immagino umida di lacrime. I suoi capelli sono gonfi di lacca, e lucenti per qualche maleodorante tintura, mentre le spalline sotto al tailleur, a mo’ di sostegno ornamentale, la irrigidiscono in una posa talmente affettata da comprometterne il suo sguardo che è carico d’affetto. Si tratta della stessa donna che, la mattina quando mi veste per andare a scuola, e la sera, quando viene a prendermi dai nonni, chiamo “mamma”? Per quale motivo, allora, accetta di farsi ritrarre conciata in questo modo? Come la trovo affettuosa nei loro confronti l’insicurezza mia di allora. Ma loro l’avranno capito come mi sono sentito perduto, non appena li ho visti vacillare? O avranno pensato che ero il solito bambino viziato, sempre pronto a fare i capricci?