Archivi del mese: ottobre 2020

Fare I Fumetti Per Diventare Grandi. E Viceversa… [INDICE]


Quali sono le ragioni che spingono un affermato autore di fumetti a cimentarsi con un memoir? Almeno due. La prima tiene conto di una vena creativa oramai in via di esaurimento. La seconda prova ad assecondare le mode letterarie. A cimentarsi con il genere, questa volta, è Adrian Tomine. Nato a Sacramento, California, nel 1974, Tomine è un cartoonist nippo-americano di quarta generazione, figlio di genitori divorziati che hanno trascorso parte dell’adolescenza nei campi di internamento giapponesi negli Stati Uniti d’America durante la Seconda guerra mondiale. È il 1991 quando inaugura Optic Nerve, serie a fumetti messa sotto contratto dalla Draw and Quarterly nel 1995. È l’8 novembre del 2004 quando il prestigioso The New Yorker pubblica la sua prima, splendida copertina: “Missed Connection”. Quattro anni dopo Morire in piedi (Best Short Story agli Eisner Award del 2016) Tomine ci consegna il suo lavoro più intimo e personale. La storia, che finge di stare in un’agenda a quadretti (peccato che all’edizione italiana manchi la chiusura ad elastico dell’originale!), grazie a uno stile lieve e immediato procede spedita senza mai rinunciare al realismo tipico dell’autore (tanto che a un certo punto non può non chiedersi se il modo in cui si disegna gli occhiali non sia un espediente per mascherare l’identità etnica). La Solitudine del fumettista errante narra ventiquattro anni di vita e (quasi) altrettanti episodi patetici, tristi, meschini, dolorosi e malinconici. Come una pallina di baseball Tomine viaggia: San Diego, Albany, Boston, Angoulême. Tokyo. Tappa dopo tappa porta in tournée la propria opera. E la propria solitudine. Si imbatte in personaggi improbabili. Incappa in uno stalker che gli spedisce a casa un quaderno con sopra scritto: “ADRIAN – AVVISTAMENTI 2001-2002”. Incontra una fan straniera che gli chiede di rendere unica la copia del suo fumetto preferito: Ghost World di Daniel Clowes. Le situazioni imbarazzanti, insomma, non mancano Ma è Tomine il personaggio più imbranato e sfortunato. Insicuro, dubbioso, titubante. Prova soggezione nei confronti della paziente e protettiva Sarah (che da lì a poco diverrà sua moglie) perché: «Lavora in una casa editrice rinomata… Su libri veri… Quindi mi mette un po’ in soggezione perché sono solo un fumettista.» Allo stesso tempo pensa che proprio in quanto fumettista “alternativo” dovrebbe girare alla larga dai lavori di Frank Miller. «Ma cosa penserebbe il bambino di dieci anni che ero un tempo se mi vedesse in questo momento» si chiede a un certo punto. E centra LA domanda. L’unica che davvero conti.

Ma l’orgoglio riprende il sopravvento, purtroppo, quando l’autore de Il ritorno del Cavaliere Oscuro, durante le nomination degli Eisner Award, rinuncia a pronunciare il suo cognome (storpiato in Tomiin, Tu-mi-ne, Tumìn, Tamin…). Pervaso da un senso di narcisismo e di goffaggine in grado di adattarsi con estrema facilità alle mille e più storture della società dello spettacolo del fumetto, Tomine, pur di sbarcare il lunario, accetta gli incarichi più improbabili. Come per esempio salire a bordo di una fumetto-crociera con l’obiettivo di condurre delle «vivaci conversazioni» con un pubblico però interessato ad ascoltare unicamente Neil Gaiman, star della manifestazione. E cosa dire dell’edizione del 2016 del Festival di Angoulême, quando per fare uno scherzo ai partecipanti viene letta una finta lista di vincitori? La figlia maggiore di Tomine, Nora, gli chiede perché qualcuno ha pensato di fare una cosa del genere. «Sai, quando ero piccolo come te,» risponde Tomine, «se qualcuno mi faceva arrabbiare lo chiamavo “stupido idiota”. Non so da chi ho preso quell’espressione, ma l’ho ripetuta così tante volte che gli altri bambini scuola hanno iniziato a trovarla divertente. Allora se qualcuno mi faceva arrabbiare lo chiamavo “stupido idiota” e quello iniziava a ridere e la cosa mi faceva infuriare ancora di più! Quindi, in generale credo sia meglio non insultare nessuno, anche quando ti fanno arrabbiare. Però… la verità è che in giro ci sono proprio degli stupidi idioti!» È forse questa allora la terza ragione, la più autentica, ad aver spinto Tomine a scrivere questo memoir. Raccontare le centinaia di migliaia di chilometri percorsi assieme alla propria solitudine perché: «È strano quando la tua passione d’infanzia si trasforma in un lavoro». Mentre è in ospedale per degli accertamenti, Tomine riflette: «Ricordo che quando Nora e May erano piccole e cercavo di farle addormentare, impazzivo perché pensavo solo a quanto avrei voluto lavorare. Adesso posso disegnare tutto il giorno e non c’è niente che mi manchi di più di May e Nora da piccole.» La solitudine è una distanza che si apre come una voragine tra le persone che siamo adesso e le persone che abbiamo sognato di diventare. È bene provare a colmare questo vuoto. Il rischio è quello di diventare degli «stupidi idioti». E cosa andiamo a raccontare, poi, a quel bambino o a quella bambina che siamo stati un tempo?

[Questo articolo è stato pubblicato sul numero di ottobre 2020 de L’INDICE DEI LIBRI DEL MESE.]