dicembre

Nel saggio I fumetti nella vita di un uomo (1998), Geoff Dyer spiega per quale motivo a distanza di tanti anni ancora ricorda — e “con chiarezza quasi assoluta” — qual è stata la prima storia Marvel che ha letto: Il sinistro Shocker, il numero 46 di Spider-Man pubblicato nel marzo del 1967. Gli elementi che si impressero in maniera tanto indelebile nella sua mente — Dyer, all’epoca, aveva otto anni — furono diversi. Le spericolate acrobazie del tessiragnatele, impegnato a combattere i propri nemici in una foresta di cemento e acciaio, ebbero una sicura importanza. Come pure non passò inosservato l’impegno profuso nel tenere nascosta la propria identità agli occhi della Zia May, della fidanzata Mary Jane e degli amici/nemici Henry Osborn e Flash Thompson. Tuttavia, a conquistare Dyer definitivamente fu il fatto che le storie di Spider-Man, al contrario di quelle di Superman o di Batman, fossero ambientate in un mondo reale, e il linguaggio dei personaggi, che Dyer definisce “marvelese” (“Visto che non puoi scatenare la bufera con quell’ala steccata, passerei la mano finché non resto a corto di monete”, dice in una vignetta Mary Jane riferendosi al braccio ferito di Peter, il quale l’ha appena invitata ad andare a mangiare un gelato). Molti degli elementi del paesaggio di Manhattan — gli idranti agli angoli delle strade, le scale antincendio sulle facciate delle palazzi, le cisterne per la raccolta dell’acqua piovana sui tetti, e, ovviamente, i grattacieli che svettano inarrestabili verso il cielo — rendevano mitiche le gesta dell’“amichevole Uomo Ragno di quartiere” perché impossibili da realizzare tra gli edifici bassi e ospitali di Cheltenham, nel Midwest del Regno Unito, dove Dyer era nato e cresciuto. Ma Dyer riconosce un altro paio di meriti, piuttosto importanti, alla Marvel. Quando, molti anni più tardi, si ritrovò a scrivere un proprio “on the road”, andando alla ricerca delle storie di giganti del jazz come Duke Ellington, Chet Baker, Thelonious Monk da inserire all’interno di ciò che sarebbe poi diventato Natura morta con custodia di sax, Dyer si dimostrò assai abile nel destreggiarsi tra i vicoli più pericolosi e i locali più malfamati della Grande Mela; questo perché, molto semplicemente, aveva già avuto modo di conoscerli leggendo le avventure di Spider-Man. E quando negli anni Sessanta la controcultura psichedelica toccò uno dei suoi vertici — i Beatles omaggiavano l’LSD con Lucy in the Sky with Diamonds; il libro di Timothy Leary, L’Esperienza psichedelica, invitava gli esseri umani a evolversi grazie alle sostanze psicoattive; e Aldous Huxley, l’autore de Il mondo nuovo, diventava una figura di riferimento sempre più importante all’interno delle comuni hippie —, la Zona Negativa, l’universo parallelo scoperto da Reed Richards, il Mister Fantastic dei Fantastici Quattro, bene avrebbe rappresentato lo smarrimento psicotropo in cui stavano annegando le menti dei giovani americani.

novembre

1.

Sul mio cellulare, qualche giorno fa, c’è stato questo scambio di sms:

9aprile1981:
Gentile signor M***. Se per lei andasse bene, potremmo vederci oggi alle 16:00. Altrimenti, come non detto, confermiamo, sempre per oggi, alle 18:30. Attendo una sua risposta e grazie ancora per la disponibilità!
+39 329 4985***:
Ok x 18:30, abbia pazienza ma oggi per le 16 non ci riesco!
9aprile1981:
Nessun problema, si figuri. A più tardi, allora! E: le dispiacerebbe fornirmi l’indirizzo esatto?
+39 329 4985***:
Via F*** C***, 13. Suoni A*** M***
9aprile1981:
Grazie! M***, mi scusi. Possiamo fare per le 19? Il maltempo ci ha rallentati.
+39 329 4985***:
Benissimo, sono in ritardo anch’io
9aprile1981:
Ok.
: )
9aprile1981:
Noi siamo arrivati. Possiamo bussare?
+39 329 4985***:
Scendo

2.

Sono giorni in cui, almeno per me, la città di Torino si è trasformata in un tardo, piovoso pomeriggio autunnale.

3.

Quando io e mia moglie incontriamo il Signor M***, sta venendo giù un acquazzone. La pioggia ha iniziato a cadere presto, questa mattina. All’inizio ha mantenuto costanti il ritmo e l’intensità. Poi è aumentata. Il cielo — prigioniero, fin dalle prime luci dell’alba, in una sbiadita colorazione kaki — ha iniziato a farsi più denso e più scuro soltanto intorno alle cinque e mezza del pomeriggio. Guidare mi ha messo addosso un po’ di nervosismo. L’auto ha perso aderenza in un paio di curve; i tergicristalli, sebbene azionati alla massima velocità, hanno faticato a spazzare via la pioggia dal parabrezza; i pedoni hanno attraversato gli incroci ignorando le indicazioni dei semafori. Tiro il freno a mano, spengo il motore e slaccio la cintura di sicurezza. Mia moglie, invece, resta immobile. Guarda fuori attraverso il finestrino. Mi sembra preoccupata. È preoccupata? “Al telefono mi ha detto che sul tardi c’era il problema della luce”, dico. “Ma in che senso? Di luce in questa città non è che ce ne sia molta”. “Ma sei sicuro che sia qui?”. “Abbiamo usato il navigatore. Oh, io non lo so. Certe strade, qui, sembrano tutte uguali”. Sbircio al di là del parabrezza e scorgo un paio di segnali: un senso unico e un divieto di sosta. C’è anche una targa. Peccato che il nome non si legga. Guardo in alto: il cielo sembra una cupola gigantesca all’interno della quale rilucono le luminarie giallastre dei lampioni e le facciate argentate dei palazzi. Prendo il cellulare. Controllo la presenza dei pallini rossi sull’icona biancoverde dei messaggi: niente. “Adesso gli scrivo”. “Ok”. Mentre digito il testo, vedo mia moglie con la coda dell’occhio che si libera della cintura e si volta per verificare la presenza dell’ombrello sul sedile posteriore. Lo prende. Lo esamina. L’ombrello è un regalo di mio zio A***. Lui l’ha usato poche volte perché lo faceva sentire in imbarazzo. È comprensibile: la stoffa esibisce una fantasia di cuori rossi, mentre l’impugnatura, che possiede non una ma ben due aste, forma una perfetta lettera V — in modo che l’ampiezza del telo, così raddoppiata, permette a due persone di restare asciutte. Usarlo senza nessuno al proprio fianco marca in maniera decisa la propria solitudine. “C’è un tasto da premere per aprirlo, giusto?” “Uh-uh” faccio io. Rileggo il messaggio che ho scritto e lo mando. Passano un paio di secondi. “M*** ha risposto” dico a mia moglie. “Dice di scendere. Il civico è—”. Non faccio in tempo a finire che lei è già uscita: ha aperto l’ombrello (una procedura, come si vedrà in seguito, piuttosto complicata) e ha richiuso la portiera. Sfilo le chiavi dal quadro dei comandi e me la ritrovo, dal lato del guidatore, che mi porge l’ombrello. “Queste cose dovrei farle io, però” dico, guardandola negli occhi. “Facciamo presto, dài. Che voglio tornare a casa”. “Giusto, giusto” dico io. Camminiamo aggirando il maggior numero possibile di pozzanghere. Sotto braccio — e senza potere né volere distinguere di chi è il braccio di chi — decidiamo di fare il punto della situazione e di fermarci nei pressi di un incrocio. Scelta poco felice, la nostra; qui le raffiche di vento vengono incanalate tra i palazzi e, pertanto, soffiano con maggior impeto, trasportando scrosci di pioggia gelida che ci pungono sulle mani e sulle guance. L’ombrello non funziona benissimo. “Di qua stanno i pari. Di qua i dispari. Noi cerchiamo i pari, quindi…”. “Ma salgono o scendono, da qua? Non si capisce tanto…”. Stiamo per spostarci, per raggiungere una posizione più riparata, quando, poco lontano, notiamo — svelato da una luce che si allarga a ventaglio, piano piano — un portone che si apre.

4.

È un tardo, piovoso pomeriggio autunnale durante il quale potremmo essere chiamati a compiere una scelta. Il condizionale dovrebbe alleggerirci dal carico di responsabilità. Invece no. Ci crediamo.

5.

“Mi spiace per la luce. E il maltempo certo non aiuta” dice. La prima cosa che mi colpisce, vedendo il signor M***, è la differenza tra l’immagine utilizzata come contatto telefonico (visualizzato sullo schermo del mio cellulare) e la sua figura. Da una parte un signore florido, sorridente, in completo giacca e cravatta; dall’altra un uomo quasi scheletrico, che indossa jeans larghi, caratterizzato da un volto spigoloso per via degli zigomi sporgenti. Elaboro queste considerazioni in un lasso di tempo assai breve, comunque; sufficiente, però, affinché possa seguire, senza eccessivi timori, la manovra di avvicinamento di mia moglie, che lo saluta e gli stringe la mano. “Ombrello perfetto per una coppia”, commenta il signor M***. “Ce l’hanno regalato” dice mia moglie, e appoggia l’ombrello, aperto, sul pavimento che è di marmo lucido. Saluto anch’io il signor M***, e sento la punta delle sue nocche premere nel palmo della mano. L’ingresso del civico 13 di via F*** C*** è una scala di marmo di appena cinque gradini dopo la quale si apre un ambiente secondario. Intravedo a destra la rientranza per il vano dell’ascensore e a sinistra delle porte annunciate da una serie di zerbini sbiaditi. Da qualche parte, in alto, c’è una plafoniera che irradia una fioca luce bianca. Percepisco un vago odore di disinfettante. Il signor M*** si volta e sale le scale, tirando fuori dalle tasche dei pantaloni un mazzo di chiavi. Ed ecco che mi rendo conto che c’è un’altra porta — una porticina. Come ho fatto a non notarla? “Siete al primo piano”. “Bene” dice mia moglie. Non capisco se è seria oppure no. Il signor M*** porta a termine l’elaborato processo di apertura della serratura muovendo a scatti le spalle e le braccia. Entriamo. Mia moglie, durante il breve tour, fa qualche domanda. Io tengo un braccio sollevato e faccio luce con l’iPhone. “Come potrete vedere”, dice il signor M***, “la luce non c’è. Ma lasceremo questa qui aperta in modo da non restare al buio. Non so se P*** vi ha parlato dei costi, delle spese. Siete venuti fin qui e lo vorrete sapere. L’affitto è di trecento euro al mese. Più le spese. Spese che comprendono: luce acqua e gas. Che fanno altri cinquanta euro. L’appartamento non lo trovate sul mercato perché io fitto solo a persone fidate. Di voi P*** mi ha parlato bene. Ed eccoci qui quindi. Il corridoio è stretto. Ma a destra c’è subito la cucina. Forno, frigorifero. No, la lavastoviglie non c’è. Mi spiace. Passiamo di qua. È il salotto. Con un bel tavolo, come potete vedere. La credenza. E il divano. Il divano, sì, si può aprire. Diventa un letto a due piazze. Conta come un posto in più. Qui attenzione che lo spazio si divide. Da un lato c’è il bagno. Con la vasca, la lavatrice. Bene. Da quest’altro lato, invece, si sfila davanti a questo armadio. Ci potete mettere le vostre cose. Oppure i cambi di stagione. La camera da letto. Qui la luce è davvero poca. Non arriva. Me ne rendo conto. Sono sicuro però che lei avrà uno di quei telefonini—. Perfetto. In camera da letto, dicevo, il letto manca. Lo abbiamo tolto dopo la scomparsa. Però lo spazio è grande. C’entra anche un altro armadio. Oppure un comò. Torniamo nell’ingresso. A me il buio non piace molto”. L’appartamento era del nonno materno del signor M***, che ci ha vissuto fino al giorno della sua scomparsa, avvenuta il mese scorso. Anziano l’abitante, vecchia la casa. I muri del corridoio erano rivestiti da una carta da parati gonfia di bolle d’aria. Il divano in salotto aveva la seduta sfondata. Lo smalto nello scarico della vasca nel bagno era cerchiato di ruggine. La camera da letto pareva schermata da pannelli di legno rosicchiati dalle tarme.

6.

Sono giorni in cui la città di Torino si è trasformata in un tardo, piovoso pomeriggio autunnale. La possibilità di cambiare casa. Una responsabilità che io e mia moglie ci siamo presi adesso per mettere da parte, chissà quanto momentaneamente, la curiosità di immaginarci altrove. Poi andrà fatto.

7.

9aprile1981:
Gentile M***,
l’ultima volta che ci siamo visti ci siamo lasciati con l’impegno, da parte mia e di mia moglie, di farle sapere la nostra decisione in merito al l’appartamento.
Le diciamo allora che per il momento preferiamo rinunciare.
Siamo consapevoli dei diversi aspetti positivi, ma, al momento, stiamo valutando davvero che tipo di sistemazione sarebbe meglio per noi.
È stato comunque un piacere averla incontrata e ci auguriamo che lei trovi presto dei bravi coinquilini.
Un saluto.
+39 329 4985***
Francesco ci mancherebbe, nessun problema per me. E’ stato un piacere. Fatemi sapere se cercaste un po’ più grande, che forse ho ancora una opzione. Un caro saluto. A*** M***

settembre

Sto seduto davanti al computer, e le dita, veloci, inciampano sulla tastiera; sto raccogliendo  materiale per un articolo che devo scrivere, e, per il momento, rinuncio a qualsiasi criterio di selezione.
A un certo punto — distraendomi — comincia a grandinare.
All’inizio penso sia soltanto pioggia. “Saranno gocce più grandi del solito”. Poi mi affaccio dalla finestra e guardo: “Mi sto sbagliando?” Non c’è traccia dei pezzetti di ghiaccio, in effetti. Tuttavia, sulle condutture di aerazione, e sui bordi delle grondaie, continuo a sentire tamburellare.
Chiudo i vetri e torno al mio posto. Ritrovo il cursore che lampeggia sulla pagina, ma poi guardo di nuovo fuori.
È la prima settimana di settembre. Il tempo ha accantonato — pare definitivamente —  l’ondata di caldo di luglio e agosto, e, al suo posto, sembra voler condensare un rapido assaggio di condizioni meteorologiche invernali.
Qualche giorno fa, emergendo dai sotterranei della stazione di Porta Susa, io e mia moglie abbiamo notato con disappunto una grigia distesa di nuvole; erano bitorzolute, cerebrali, e cariche di elettricità. Una volta a casa, lo spettacolo offerto da una tempesta di lampi — con il cielo nero che, per brevissimi istanti, diventava bianco come un foglio di carta — ci ha trasmesso un velato sentimento di minaccia. Ai fulmini sono poi seguite intere giornate di pioggia: scrosci abbondanti e regolari che si sono rovesciati sul lucernario del nostro appartamento con l’unico pregio di rendere ancora più piacevole lo stare dentro. In casa. Da soli.
Guardo al di là dalla finestra. Nonostante ci siano dei serpentelli d’acqua che appannano i vetri, acuisco lo sguardo fino a quando smetto di riconoscere il paesaggio esterno. Poi mi rimetto a scrivere.

cancelletto

A volte mi capita di pensare a certi episodi della mia adolescenza, di quando stavo in provincia, a Napoli, e di volerli raccontare. È una cosa che mi diverte molto. Ma sapete che c’è? Non sempre mi credono. Non mi dànno del bugiardo. Semplicemente, sostengono che esagero. Io, invece, non esagero affatto. State a sentire. La prendo un po’ larga, però.
Ricordate il Lion Trophy Show? Sì? No? Era un programma televisivo che andava in onda nei primi anni Novanta su Tele Monte Carlo (TMC). A essere precisi, era un gioco interattivo basato sull’uso del telefono. Tu chiamavi, parlavi un po’ con la presentatrice (Emily De Cesare, che adesso fa l’inviata per Chi l’ha visto?), rispondevi a una sorta di interrogatorio — “Come ti chiami, quanti anni hai e di dove sei” — e giocavi. Giocavi con la tastiera del telefono. Ma con chi giocavi? Giocavi con Lion, un leone che aveva imparato a stare in piedi. No, scherzo: Lion era la mascotte dello snack al cioccolato Nestlé che sponsorizzava la trasmissione. A ogni partita, Lion saltava a bordo di un carrello da miniera sospeso a mezz’aria e, per liberare l’amata Leila dalle grinfie di Malvagius (nomen omen), affrontava una serie di percorsi: c’era la fattoria con i covoni di paglia; il bosco con gli alberi abbattuti; il castello infestato dai fantasmi; l’astronave popolata di alieni-robot. Erano dei percorsi a bivi. Pieni di ostacoli. Per evitare che Lion andasse a sbattere contro la facciata di un fienile, o si impantanasse in mezzo a una palude, bisognava schiacciare sulla pulsantiera del proprio telefono il numero che, improvvisamente, compariva sullo schermo del televisore. Se andava bene, Lion prendeva la direzione giusta e proseguiva sano e salvo. Se andava male, poteva riprovarci. Per un massimo di tre volte, recuperando dei piccoli snack al cioccolato dal cruscotto del suo carrello. (Proprio così: il carrello aveva il cruscotto.) Semplice, no?
Il Lion Trophy Show fu un esperimento televisivo piuttosto moderno, all’epoca, anche perché l’interazione tv/telefono faceva sì che la chiamata avvenisse in diretta. Tutto questo, però, capitava su TMC, la principale concorrente della RAI, e di quella che allora si chiamava ancora Fininvest: Canale 5, Italia uno e Rete 4. All’interno delle piccole, a volte piccolissime emittenti televisive private campane, che cosa avveniva invece? Qualcuno ve l’hai mai raccontato?
Anche se di solito è a questo punto che i miei amici dicono che esagero, ve lo racconto io. Voi però ricordatevi che io — ma ve l’ho già detta, questa cosa — non esagero affatto.

Sull’onda del successo del Lion Trophy Show, un’emittente televisiva campana (adesso non ricordo quale: forse Napoli Canale 34, Tele Soccavo, 7 Gold Campania, Tele Vomero, Telediocesi Salerno…) realizzò una trasmissione più o meno simile. Perché “più o meno simile”? Adesso ve lo spiego. Pure in questo caso, però, devo prenderla un po’ larga.
Conoscete Street Fighter II? Street Fighter II era un videogioco; disponibile, all’inizio, esclusivamente per la sala giochi, e poi, nei primi anni Novanta, per le console domestiche a 16 bit come il Sega Mega Drive e il Super Nintendo. Che gioco era Street Fighter II? Un Beat ’em up, ovvero un Picchiali tutti. La storia era semplice: per sconfiggere il malvagio Mr. Bison e ottenere la propria vendetta, il giocatore doveva partecipare a un torneo di arti marziali. Poteva giocare da solo, contro l’intelligenza artificiale del computer oppure contro un amico. Tutto chiaro? Bene. Adesso: sull’emittente campana, la trasmissione simile al Lion Trophy Show era basata su Street Fighter II. Rispetto al Lion Trophy Show, tuttavia, c’erano alcune differenze: tanto per cominciare, il Lion Trophy Show trasmetteva da uno studio televisivo e, com’era logico aspettarsi, aveva una presentatrice. Lo Street Fighter II Show — nome che ho inventato io adesso, perché non credo l’avesse — mandava in onda direttamente ed esclusivamente le immagini del videogioco (infrangendo quindi, senza vergogna, ogni possibile legge sul copyright). Del presentatore, perché era un maschio, si sentiva soltanto la voce. Poi: se il movimento di Lion a bordo del carrello era automatizzato, in modo da prestare attenzione soltanto agli ostacoli e alla successione dei bivi, nello Street Fighter II Show l’interazione tv/telefono era più complessa. I personaggi si muovevano schiacciando i tasti 4 e 6, saltavano con il tasto 2, si abbassavano con il tasto 8, sferravano un attacco con il tasto 1 (pugno) oppure il tasto 3 (calcio), e paravano i colpi con il tasto # (il cancelletto). Nessuno di questi comandi, però, appariva sullo schermo. Chi aveva intenzione di giocare allo Street Fighter II Show telefonava al numero in sovrimpressione e si qualificava. Il presentatore gli assegnava un personaggio e gli spiegava le regole, così lui diventava il Giocatore 1. Un altro chiamava, si presentava, e il presentatore gli assegnava un altro personaggio: questo diventava il Giocatore 2. Dopo un po’, l’incontro iniziava. Il vincitore veniva decretato al meglio di tre round.

Se all’inizio ho scritto che non sempre mi credono, quando racconto certi episodi della mia adolescenza napoletana, è perché dubitano che alcune cose che ho visto accadere davanti ai miei occhi possano essere accadute veramente davanti ai miei occhi. Dicono che esagero. Io invece, ve l’ho detto, non esagero affatto.
Lo Street Fighter II Show, da adolescente, mi capitava di guardarlo al pomeriggio. Perché avevo già svolto i compiti; perché non avevo nuovi fumetti da leggere o videogiochi da giocare. Perché mi annoiavo. E questo è quello che ho visto un pomeriggio.
Inizia la trasmissione: sigla, presentazione, assegnazione dei personaggi e incontro. Primo Round: Giocatore 1 non va né avanti e né indietro. Non tira pugni, non sferra calci. È in totale balia di Giocatore 2. Che vince.
Prima del Secondo Round, allora, Presentatore cerca di infondere un po’ di coraggio in Giocatore 1. Ma non c’è niente da fare. Giocatore 1 perde anche il Secondo Round. Allora, per evitare lamentele o — immagino — telefonate da parte dei genitori (proprio come a scuola), Presentatore fa una cosa che non gli ho mai visto fare: mette in pausa lo Street Fighter II Show (ve lo immaginate, mettere in pausa un programma televisivo?) e spiega nuovamente a Giocatore 1 il funzionamento dei comandi. Insiste soprattutto sul tasto # (il cancelletto).

“I colpi di Giocatore 2 puoi pararli con il cancelletto. Hai capito?”
Dall’altro capo del telefono: silenzio.
“Pronto, Giocatore 1?”
Ancora silenzio. Poi, la voce di Giocatore 1. Debole, lontana, come se provenisse da un’altra realtà.
“Ma che è ’sto cancelletto?”
“Il tasto quadrato. Vicino allo zero. A lato, sotto all’otto… no, sotto al nove…”
Silenzio. Ancora silenzio.
“Ma qua dopo zero i numeri finiscono!”
“In che senso finiscono i numeri?”
“È quello che sto dicendo. Arrivano fino a nove. Ci sta otto, nove, e poi ci sta ’o zero.”
“Non tieni una stellina a sinistra e un quadratino a destra?”
“Non tengo niente.”
Silenzio.
“Pronto?”
“Mi spiace, Giocatore 1, ma tu non puoi giocare.”
“E perché?”
“Per giocare qua serve un telefono coi pulsanti. Più moderno. Tu c’hai quello… quello che gira, ho ragione?”
“È il telefono di mia nonna.”
“E non puoi giocare. Hai capito, Giocatore 1?”
“Ma io non lo sapevo, però…”
“E ti dovevi informare prima. Sai come si dice? La legge non ammette ignoranza.”
Silenzio.
“Va bene?”
“Vabbuo’.”
“Ciao, allora.”
“Cia’.”
Clic.

Cosa avrà fatto Giocatore 1 dopo aver messo giù il telefono? Come si sarà sentito? Me lo sono chiesto un sacco di volte, nel corso degli anni. Ho addirittura provato a immaginare qualche risposta. Ho provato a mettermi nei suoi panni. Ho provato a stargli vicino.

Realtà Alternativa #01
Giocatore 1 mette giù il telefono, va da sua nonna e gliene dice quattro. Il dialogo tra i due degenera. Non completamente. È un mezzo litigio; “mezzo” perché, a dirla tutta, nessuno dei due ha idea di che cosa sia, o di dove si possa trovare, questo #.
(Per completezza: ho provato anche a immaginare la nonna di Giocatore 1 alle spalle del nipote durante lo svolgimento dello Street Fighter II Show. Poi mi sono detto: che cavolata. Il telefono, per giocare allo Street Fighter II Show, si sarebbe dovuto trovare nella stanza del televisore. Ma a causa di un affascinante quanto misterioso fenomeno che mi porta a utilizzare certi ambienti domestici di mia conoscenza a mo’ di location per i miei processi immaginativi, l’ho dovuto escludere: a casa di mia nonna il telefono stava in cucina e il televisore in salotto. Pure a casa di sua nonna, quindi. Per forza.)

Realtà Alternativa #02
Giocatore 1 mette giù il telefono; è triste, arrabbiato, addirittura furente; poco dopo, è demoralizzato e depresso. Smette di fare i compiti. A scuola si becca una nota. I genitori lo vengono a sapere, gli parlano, provano a farsi spiegare cos’è accaduto. Purtroppo per lui, oramai, non c’è più niente da fare.
(Sempre per completezza: ho provato a immaginare Giocatore 1 che verifica la presenza del tasto # sul telefono di casa dei suoi genitori. C’è. Prova, per la prima volta nella sua vita, il rimpianto. Avesse chiamato da lì, Giocatore 1 avrebbe venduto cara la pelle. Ma non avrebbe mai potuto telefonare al numero in sovrimpressione dello Street Fighter II Show da lì. Dopo la scuola, infatti, Giocatore 1 si reca tutti i giorni a casa di sua nonna. Sua madre e suo padre lavorano fino alle 17:30. Soltanto verso le 18 lo vanno a prendere. Lo portano a casa — tutto ciò in una più che aderente, direi fedelissima sovrapposizione della vita di Giocatore 1 alla mia.)

Realtà Alternativa #03
Giocatore 1 mette giù il telefono: nel minuto di silenzio successivo inizia a familiarizzare con l’idea di aver compiuto la più gigantesca figura di merda della sua vita. I compagni di classe sanno che ha telefonato per partecipare allo Street Fighter II Show. Sanno cosa è accaduto. Hanno visto.
(Ancora, per completezza. Ho provato a immaginare Giocatore 1 che sperimenta il trauma; la ferita psichica attecchisce in profondità, pianta le radici nell’inconscio, mina le basi della personalità, sempre più borderline: instabilità dell’umore, difficoltà a instaurare relazioni, labilità dei confini identitari. Giocatore 1 diventerà un reietto. O, se sarà fortunato, uno scrittore.)

rimedio

From: alberto.costa@univex.it
Sent: lunedì, 24 luglio, 2009 01:24 PM
To: sabrina87@gmail.com
Subject: VEDIAMO SE RIESCO A RIMEDIARE…

Cara Sabri,

scusami se questa mattina ho fatto confusione con gli sms. (Lo sai però che hai un papà ben poco “tecnologico”.) Fortunatamente, il messaggio incriminato l’ho inoltrato a tuo fratello. Tranquilla, quindi. Disastro evitato. Ho deciso di scriverti questa mail, comunque, per porre rimedio. Non ti allarmare: sarà breve. Anche perché ho poco tempo a disposizione. La mia pausa pranzo dura appena un’ora. Ok? Innanzitutto, voglio rassicurarti su un fatto. Quanto accaduto con questo ragazzo (se ho capito bene si chiama Mirko), per quanto brutto, spiacevole, umiliante e doloroso, è un fatto che può succedere. Capito? Può succedere. Le mie non sono parole di circostanza. Anch’io sono stato rifiutato un paio di volte, quando frequentavo il liceo. Il tuo poco “tecnologico” papà non era ancora affascinante com’è oggi! E tua madre non è stato l’unico amore della sua vita. (Ma tu non glielo ricordare, mi raccomando.) Tuttavia, so benissimo che una cosa è come scelgono i ragazzi le ragazze, e un’altra cosa è come scelgono le ragazze i ragazzi. E io è questo che vorrei provare a spiegarti. Il modo in cui i ragazzi scelgono le ragazze. E lo farò parlandoti di uno sport. Il tennis. Ora. Nel tennis esistono due tipologie di giocatori. (Magari si tratta di una semplificazione un po’ drastica. D’accordo, te lo concedo. Però tu cerca di seguire lo stesso il mio ragionamento, ok?) Così come ci stanno i bravi ragazzi… e i cattivi ragazzi. Il giocatore più forte in circolazione, al momento, è uno svizzero che si chiama Roger Federer. Quando in tv mi capita di vederlo mi ricorda tantissimo un altro tennista che era il mio idolo quand’ero ragazzo, John McEnroe. Federer è, come possiamo chiamarlo?, un Tennista-Bravo-Ragazzo. Perché? Perché, innanzitutto, rispetta la tradizione. (Quando tira di diritto, per esempio, tiene il piede destro parallelo alla linea di fondo. Ed è uno dei pochissimi a farlo, oggi.) I suoi movimenti sono essenziali. Non sbuffa. Non emette gemiti quando colpisce la palla. È serio. Rispettoso. Il suo principale avversario, al momento, è un americano. Si chiama Andy Roddick. (I due hanno giocato tre finali a Wimbledon e una agli Us Open e Roddick ha sempre perso.) Ebbene, altro che tradizione: Roddick è il tennis moderno. Uno sport popolato da energumeni che sfoggiano un gioco grossolano, violento ed estremo. Privo di tatto, bellezza. Eleganza. Come hanno scelto le loro compagne, questi due? Ovvero: un bravo ragazzo come sceglie una ragazza? E un cattivo ragazzo? (Cara Sabri, cerco di non distrarmi troppo che se attacco a parlare di tennis non la smetto più, lo sai.) Dunque. Rozzo com’è, un giorno Roddick ha visto la foto di una ragazza su una rivista. Ha chiamato il suo agente e gli ha detto: «Voglio uscire con questa modella.» Quattro mesi dopo l’ha sposata. Lei si chiama Brooklyn Decker. È bionda e cerca pure di fare l’attrice. Invece Federer – il posato, riflessivo, affidabile Federer – ha preso come moglie la propria manager, Mirka Vavrinec. Un’ex tennista slovacca. Adesso, Sabri, non saltare subito alle conclusioni. Cos’è che sto cercando di dirti? Che i cattivi ragazzi scelgono le modelle e i bravi ragazzi le ragazze semplici? Neanche per idea. Quello che sto cercando di dirti è che certi ragazzi, solitamente i cattivi ragazzi, scelgono certe ragazze perché sono dotati di una capacità di individuare la bellezza a dir poco approssimativa. Sono molto, molto grezzi. Primitivi, quasi. La bellezza questi ragazzi quasi mai riescono a vederla. O la vedono soltanto se a indicargliela ci pensa un cartello luminoso. (O, come nel caso di Roddick, se compare su una pubblicità di costumi da bagno.) I bravi ragazzi, invece, quelli dotati di intelligenza, la capacità di trovare la bellezza ce l’hanno ben sviluppata. A loro non serve nessuna indicazione. A loro la bellezza appare sempre in maniera inequivocabile. Chiara e indubitabile. Capisci, Sabri? Se questo Mirko non ha visto la bellezza che è in te, così come la vede il tuo poco “tecnologico” ma affascinantissimo padre (nonché intelligentissimo), dev’essere senz’altro un tipo alla Roddick. Un cattivo ragazzo, pertanto. E i cattivi ragazzi, come ho cercato di dimostrati, la finale dei tornei non la vincono mai. E cosa te ne faresti mai, tu, di un numero due?

Un abbraccio.
papà

diario

Un mio amico teneva un diario. Lo usava per raccogliere i testi delle sue canzoni preferite: Senza parole di Vasco Rossi, Voglio di + di Jovanotti, Chiuditi nel cesso degli 883. Che ci volete fare? Erano i primi anni Novanta.
Tenere aggiornato questo diario si rivelava una faccenda piuttosto complicata. Innanzitutto, il mio amico aveva a disposizione soltanto lo stereo di suo fratello, in presenza del quale mai e poi mai avrebbe potuto metterci sopra le mani. Come se non bastasse, l’intera operazione gli portava via un sacco di tempo. Quando andava tutto bene, premeva il tasto Play, ascoltava qualche secondo di canzone, metteva Pausa e scriveva le parole. O meglio, le trascriveva. Quando andava tutto male, poteva capitare che le parole si sentissero malamente, oppure che il mio amico, per qualche ragione, le dimenticasse. Per rimediare, allora, usava il tasto Rewind. Mandava indietro la canzone e ascoltava le parole una seconda volta. O una terza. Poteva però accadere che il mio amico mandasse troppo indietro, o troppo poco indietro, il nastro della cassetta. Finiva così per smarrirsi. Certe volte si scoraggiava e lasciava perdere. Certe altre ricominciava tutto da capo e, con molta pazienza, aggiornava il suo diario.
Anch’io ho tenuto un diario. Più di uno, in realtà. Erano delle agende con la copertina blu, i fogli col bordo dorato e una fibbia elastica a mo’ di chiusura. Iniziavo a scriverli sulla pagina del primo gennaio. Anche se non era veramente il primo gennaio.
Nessuno dei miei diari ha mai trattato di un argomento specifico. Mettevano insieme la cronaca frammentata e convenzionale delle mie giornate. Cominciavano con me che mi svegliavo e si arricchivano di estemporanee annotazioni: il colore impalpabile della luce che filtrava attraverso le persiane; il sapore artificiale del dentifricio alla fragola che usavo per lavarmi i denti. Tra le annotazioni che ricordo, una lista delle ragazze presenti a una certa gita scolastica (elencai i loro cognomi in ordine alfabetico), un piazzamento in una gara di nuoto (terzo posto), il fastidio per l’apparecchio ai denti (che di lì a poco avrei smesso di portare).
L’ultimo diario risale a un anno fa. L’estate del 2014. Non era un’agenda blu. Era una Moleskine. Avevo in programma di documentare il succedersi delle tappe che mi avrebbero condotto da una costa all’altra degli Stati Uniti d’America. Intendevo tener conto del maggior numero possibile di dettagli. Quando ci ho messo mano per l’ultima volta mi trovavo seduto alla scrivania di una stanza d’albergo situata a un piano abbastanza alto del Marriott Hotel di New York.
Una tenda di feltro grigio schermava i vetri della finestra, mentre la televisione trasmetteva un film senz’audio. Lì ho scritto per un’intensa, apparentemente interminabile quantità di tempo. In realtà un’ora. Forse poco di più. Quando mi sono fermato, mi faceva male il polso. Ho sollevato la testa dal foglio. Una televendita di barbecue elettrici aveva sostituito le immagini del film. Filtrava un po’ di chiarore, adesso; risaliva lungo le pareti e lambiva le cornici dei quadri. Ho preso a sfogliare il diario, e mi sono reso conto con infastidito stupore di non aver raccontato quasi nulla.
Non ero riuscito a completare nemmeno l’elenco delle premesse del viaggio. Perché ero partito. Perché quel periodo dell’anno. Perché gli Stati Uniti. Perché la costa atlantica. Perché New York. Perché il Marriott. Avevo scritto una lunga e, quasi di sicuro, inutilmente complicata introduzione al diario stesso. Prima di cominciare l’ennesima cronaca, in pratica, avevo cercato di spiegare per quali ragioni avevo voluto cominciarne un’altra. Così facendo, avevo bloccato la narrazione degli accadimenti futuri.
Mi viene in mente il diario del mio amico. Quando non riusciva più a stare dietro ai testi delle sue canzoni, poteva schiacciare il tasto Rewind. Se si perdeva, poteva mandare indietro e ricominciare da capo. Io no. Determinato a colmare la distanza tra l’attimo in cui l’ipotesi del viaggio negli Stati Uniti aveva preso forma e l’attimo in cui la punta della penna aveva iniziato a seminare inchiostro sopra un nuovo Primo Gennaio, mi sono scontrato con una triste e dura realtà: la vita è una cosa che o la scrivi o la vivi. Per mettere in pausa il mio viaggio, e per riuscire a trascrivere senza errori i dettagli accumulati, sarei dovuto uscire dalla camera del Marriott Hotel soltanto dopo… quanto tempo? Una settimana, dieci giorni? Per recuperare il passato avrei dovuto sacrificare il futuro. E non potevo. Non potevo e, a dirla tutta, nemmeno mi andava.
Ho lasciato perdere le agende. Non tengo più diari. Adesso scrivo racconti. I protagonisti sono adolescenti che si ritrovano a dover crescere, a dover fare i conti con la linea d’ombra di Conrad, durante gli anni in cui si ascoltavano canzoni come Senza parole, Voglio di + o Chiuditi nel cesso. Concentro gli sforzi su un periodo dell’esistenza che sono in grado di osservare con un certo distacco. Le ragazzine in gita scolastica, i piazzamenti nelle gare di nuoto, le seccature per l’apparecchio ai denti: ricordi registrati su un nastro che posso recuperare in qualsiasi momento. Mi basta mettere in Pausa la memoria. Premere Rewind. Oppure il tasto Play. E mettermi in ascolto.

sprecato

Il bar si chiama Ceraldi. Si trova a Napoli, poco prima di Via Roma, alla fine della Pignasecca; là dove la strada, fino a quel punto come strozzata tra le mercerie e le bancarelle, si allarga, e quasi improvvisamente tira un sospiro, in Piazza Carità. Si tratta della piazza che molti, di solito gli anziani, chiamano ancora, e ancora ricordano, con il nome di Salvo D’Acquisto: il vice brigadiere dei Carabinieri che, nel settembre del ’43, autoaccusandosi, ingiustamente, per un’esplosione che coinvolse un reparto di SS, salvò la vita a ventidue persone. Almeno per me, si tratta di un appuntamento fisso. Il bar Ceraldi, dico. Per due ragioni. Innanzitutto, la toilette. Per arrivare a Napoli, infatti, il sottoscritto, abitando a Bacoli (un paesino dell’area flegrea), deve affrontare un viaggio di almeno 40 minuti. In treno. Ma con l’auto sarebbe la stessa cosa. Quindi, non è che abbia tutte queste possibilità di scelta. Apro una parentesi, sperando di non dilungarmi troppo. Ma sono pronto a scommettere che molti di quelli che mi conoscono, o che magari abitano nella mia zona, staranno storcendo il naso nel leggere questa mia affermazione. Sull’abitare a Bacoli, intendo. Perché a sentir loro (che sarebbe a dire: a voler essere davvero precisi) il sottoscritto non abita veramente a Bacoli. Ma al Fusaro, che di Bacoli è una frazione, assieme a Baia, Torregaveta, Capo Miseno, Cappella, Miliscola, Cuma, Miseno, Scalandrone e Faro. Una distinzione, questa, che spero non offrirà alcun “destro” ai discorsi di quanti sostengono — e tutte le volte che il sottoscritto ne incontra uno resta incapace di spalancare gli occhi per lo stupore — sostengono, dicevo, che il fatto stesso di abitare a Bacoli (e mi raccomando: a Bacoli centro) piuttosto che a Cappella, come al Fusaro piuttosto che a Cuma, sia indicativo di una qualche differenziazione culturale assai rilevante. Inutile girarci intorno: rilevante nel senso morale. Così da sistemare le persone buone da una parte e quelle meno buone da un’altra. Nemmeno si stesse cercando di sottolineare le differenze che passano, per esempio, tra una persona nata ad Alexandria e una nata a Okinawa. E magari in secoli diversi. In nessun’altra circostanza mi è capitato di assistere a dispute tanto accese — sul serio: ho avuto modo di sedare delle vere e proprie liti — con argomentazioni, tra l’altro, che si giocavano su un terreno la cui superficie era, ed è, poco più estesa di 10 km quadrati. Alla fine, però, penso che ci siano altri modi — e più violenti, anche — per troncare un’amicizia. Resto con i miei dubbi, invece, quando mi chiedo se ne esistano degli altri altrettanto stupidi. Fine della parentesi. E torniamo alla toilette. In definitiva, è un problema che riguarda una delle poche eredità, organiche, che mi ha lasciato mia madre. Adesso ve la racconto. Vi pregherei soltanto di non mettervi a ridere. Sto parlando di una vescica assai insofferente, direi proprio capricciosa, la mia, che mi rende incapace di trattenere la pipì oltre un tot di tempo. Cioè, non è che me la faccio addosso. Cavolo, questo no. Solo, io e mia madre abbiamo più difficoltà, rispetto agli altri, a trattenere lo stimolo. A resistere, voglio dire. Logicamente, ci sono delle situazioni — come i viaggi, per esempio — che più di altre ci mettono a dura prova. Non mi riferisco soltanto a quei viaggi che coprono una certa distanza. Penso, prima di tutto, a quelli in Olanda. (Dove ogni tanto mia madre, assieme a sua sorella (mia zia M*), si reca per andare a trovare mio cugino L* (il figlio di mia zia M*) che lì si è stabilito, in cerca di lavoro, più o meno sei/sette anni fa. Penso anche a viaggi più brevi. Come, per esempio, quelli a Napoli. In preparazione di ciò, infatti, svuotarmi la vescica dev’essere una mia premura. Fatta, come direbbe Totò, a prescindere. Anche senza sentirne la necessità. E quanto tempo da piccolo ho trascorso inutilmente, all’in piedi, davanti alla tazza del water. Con gli occhi socchiusi, la patta aperta e il pisello inerte, peggio: riluttante, tra le dita. Bisbigliando, per togliermi il pensiero: “Psss… psss… psss.” Non solo. A casa di amici — e magari ci sarà tempo e modo, tra queste pagine [MA DOVE?!?], per parlare anche di loro — prima di vedere un film, o nel bel mezzo di una discussione, chiedo “permesso” e vado in bagno. Che non è tanto la seccatura in sé. Quanto il lasciar credere di soffrire di enterite o addirittura di meteorismo. E ok. Adesso torniamo al bar Ceraldi. A Napoli. Ed ecco quindi che, una volta raggiunto il rione Montesanto — grazie alla stazione ferroviaria omonima che serve la Ferrovia Cumana e Circumflegrea –, la mia preoccupazione, pure a costo di ritornare sui miei passi (e per uno pigro come me non si tratterebbe di cosa da poco) — è di attraversare la Pignasecca e raggiungere il bar Ceraldi. Magari, avete capito, non ne ho proprio l’urgenza. Ma potrebbe tornarmi utile in seguito. Diverso tempo fa, parlando non ricordo più con chi, e riferendomi proprio a questo mio “problema”, azzardai uno strano paragone. Che adesso, in verità, mi risuona parecchio stupido.  (Mi raccomando, siate buoni: ero appena un ragazzino.) Nel paragone, sostenevo che così come un ebreo, come prima cosa, una volta giunto in una nuova città, per non fare dispetto al proprio Dio, si mette in ricerca della sinagoga più vicina, allo stesso modo il sottoscritto, appena arrivato in un nuovo posto, per non indispettire la propria vescica, si mette alla ricerca della toilette più vicina. Un paragone stupido, dicevo. (Tra le cose che spero di riuscire a fare adesso, invece, è di scoprire quali saranno i paragoni stupidi che mi verranno in mente adesso… e annichilire i precedenti.) Il bar Ceraldi. (Tranquilli. Un po’ alla volta ci arriviamo.) Solitamente, vi arrivo intorno alle 5 e 10, 5 e un quarto del pomeriggio. Prendendo la Cumana delle 4 e 20. Ma così non va. Questo racconto sta procedendo troppo lentamente. Adesso ci metto un po’ d’azione. Che ne dite? Raggiungo il bar. Entro. Giro a destra. Proseguo giù per le scale. Raggiungo la toilette. Faccio quello che devo fare. Esco. Raggiungo la cassa. Dico: “Un caffè”. Pago. Ritiro i soldi. Lo scontrino. Adesso, invece, rallento. Certe volte intorno al bancone c’è un po’ di ressa e manca lo spazio dove posizionarsi. Potrei avvicinarmi. Far presente a qualcuno che potrebbe mettersi di taglio. Ma non è un problema. Posso aspettare. E quindi aspetto. Chissà che restando qui — a metà strada tra a cassa e il bancone (non più impegnato a pagare, non ancora intento a sorbire il caffè) — non mi capiti di cogliere un brandello di conversazione. Per esempio, se tra l’uomo tra i trenta e i trentacinque anni — che si trova all’ingresso e che molto probabilmente serve i clienti seduti ai tavolini all’esterno — e il ragazzo, molto più giovane, sicuramente sotto la trentina — dietro al registratore di cassa, di fianco a un espositore di caramelle snack al cioccolato e gomme da masticare — corra una qualche parentela. Sono fratelli? Padre e figlio? So bene di non aver alcuna ragione per chiedermelo. Ma forse è proprio questo il bello. Si tratta di una pura e semplice curiosità. No, non è vero. E forse posso organizzarla meglio questa fissazione: vedete, io ricerco legami famigliari ovunque. Il fatto è questo: preso, nel bene e nel male, nella fitta rete d’affetti tessuta dai miei famigliari, senza averne l’intenzione — come se entrasse in funzione un relè automatico — vado alla ricerca di queste precise qualità affettive; credendole, sicuramente a torto, più autentiche di altre. Mi sento un po’ come, volendo ricorrere a un esempio (un altro paragone stupido?), un anziano venditore di bottoni. Il quale, nel bel mezzo di una discussione a quattr’occhi, scruta attentamente, per assicurarsi che si tratti di un prodotto proveniente dal proprio magazzino, ciò che spunta dalle asole del cappotto del suo interlocutore. Dal momento in cui, ritrovarsi di fronte a una qualità di materiale diversa e mai acquistata (osso di balena o di rinoceronte) o a una tinta troppo intensa, e, pertanto, sempre evitata in catalogo (prugna o vinaccia), lo considererebbe un dispetto. Una sorta di deformazione professionale, quindi. I baristi che si adoperano dietro al bancone del bar Ceraldi, solitamente, sono tre. Il primo, che è anche il più giovane, è talmente magro che quasi mi spaventa. Quella del volto — che è triangolare, fatto di lineamenti sottili e allungati — e del corpo intero. Una magrezza davvero eccessiva. Adatta solamente a un seminarista. (Battuta.) E’ talmente magro, questo primo barista, che le maniche della sua camicia, sotto al gilet che gli pende mollemente sul davanti a causa della gabbia toracica schiacciata, paiono di quelle a sbuffo, con i polsini allacciati, indossate dagli spadaccini nei film di cappa e spada con Errol Flyn. Il secondo barista — complice l’ambientazione: una lunga specchiera e i riflessi scintillanti delle bottiglie di liquore alle sue spalle — mi fa pensare al protagonista di un film di criminali americani degli anni ’30. Ha un fisico tozzo e le guance rubizze, assieme all’impeccabile acconciatura (capelli imbrillantinati e pettinati all’indietro), restituiscono il sembiante di un italoamericano che, grazie al contrabbando di alcolicii, è riuscito a tirare su un po’ di quattrini. Il terzo barista, invece, possiede quel tipo di fisico — spero soltanto di non fargli un torto se gli attribuisco una sessantina d’anni — che l’occhio dello straniero si aspetta sempre di trovare in un napoletano: gli occhi vispi, le mani sempre in movimento, la battuta pronta. Come se non bastasse, certi dettagli fisici richiamano alla memoria i tratti di alcune celebri maschere napoletane: mento sfuggente, baffi sottili. Per non dimenticare le guance incavate. Tuttavia, è nel suo modo di muoversi (veloce senza essere furtivo; accorto senza essere circospetto) e di guardare (diretto senza essere invadente; curioso senza essere indagatore ) e di parlare (esplicito senza essere eccessivo; simpatico senza essere ruffiano) che scopro la sua reale peculiarità: una serie di tentativi fatti per resiste a quanto di peggio, da un punto di vista antropologico, la società napoletana ha prodotto negli ultimi quindici anni. Torniamo all’azione, adesso. È un attimo: tra la folla intorno al bancone si è aperto uno spiraglio. Mi faccio notare da uno dei baristi. Non dev’essere troppo difficile, né per me né per lui, grosso e alto come sono. Ripeto al barista: “Un caffè”. Mostro lo scontrino assieme ai venti centesimi di resto. Li lascio lì come mancia. Subito mi viene versata dell’acqua non gassata in un bicchiere di vetro. Mi piace osservare il barista come si muove. Il modo in cui colloca il bicchiere — in maniera apparentemente casuale — sotto al rubinetto, così da centrare il getto: è un bersaglio che centra la freccia: un controsenso;  il modo in cui chiude e apre, apre e chiude, lo stesso rubinetto; non due gesti separati ma a uno solo: armonioso, ampio, in grado di contenere al suo interno il recupero di una tazzina (che sta più in là, a sinistra, accanto a una costruzione di arance pronte per essere spremute) o la sostituzione di un cucchiaino (infilato nel contenitore di plastica destinato alla lavastoviglie). Sempre riempito correttamente, però. Il bicchiere. Nè poco, né fino all’orlo. Ed eccovi degli altri dettagli, se li volete. Scopro, nell’atto di spingere lo scontrino lungo il bancone, che lo stesso bancone è bagnato — c’è sempre qualche goccia d’acqua che si ribella — e lo scontrino si bagna. (Nel frattempo, attendo il mio caffè.) Osservo la trama del marmo affiorare leggermente rosata, pallida — sembra un fascio di vene – attraverso il foglietto di carta sottile della mia ricevuta. (Certo che so come girare intorno alle cose, non trovate?) Il secondo motivo per cui, tutte le volte che vengo qui a Napoli, mi piace fermarmi al bar Ceraldi, è che ritengo il caffè del bar Ceraldi uno dei migliori caffè di Napoli. Sicuramente il migliore, rispetto a una certa zona che frequento io. (Se leggerete più avanti, comunque, capirete di che zona sto parlando.) Ora. Mi rendo conto che un’affermazione del genere — che porterebbe, come minimo, a descrivere le qualità, per me insuperabili, del caffè Ceraldi (il profumo, il colore, il sapore, tanto per cominciare) — un’affermazione del genere, dicevo, difficilmente, una volta espressa, la spunterebbe contro il buon senso. Specialmente, poi, se messa a confronto con quell’antica locuzione latina che dice: “de gustibus non est disputandum”. Il fatto è che per affermare ciò che affermo il sottoscritto ha deciso di adottare un sistema molto preciso. Quasi, oserei dire, scientifico. Volete sapere che cosa occorre per metterlo in pratica? Niente di più facile, trattando si caffè. Serve una bustina di zucchero. Dunque. Una volta che il caffè viene servito, dobbiamo versarci dentro lo zucchero. E fin qua, ok. Poi, però, dobbiamo contare quanti secondi impiega lo zucchero a colare a picco, sul fondo della tazzina. Il principio che adotteremo ai fini della nostra valutazione sarà: più tempo ci impiegherà, più il caffè sarà buono. Lo so. È una stupidaggine. Chissà voi cosa v’aspettavate. Si tratta, invece, di un espediente utile tutt’al più a chi intende capire, in anticipo, se il caffè che ha ordinato è un caffè ristretto oppure no. Ma lasciate che vi spieghi per quale motivo una convinzione del genere si è fatta strada dentro la mia testa, e c’è rimasta. Mi trovavo in un bar. Con mia madre (credo) e certi miei zii. Ero piccolo. (Insomma, non ricordo con precisione quanti anni avessi. So solamente che vivevo quell’età in cui qualsiasi parere sentissi pronunciare, specialmente se da un adulto, si imprimeva indelebilmente dentro la mia testa. Non so perché. Ma se paragoniamo la mia mente di bambino di allora a una lavagna pronta a raccogliere un certo numero di informazioni — anche quelle, o, forse, soprattutto quelle, più disparate — per scriverci sopra, chi doveva scriverci sopra, non utilizzava il gessetto. Chissà per quale motivo, usava qualcosa di molto più appuntito. Qualcosa che incideva.) “Da questo capisci quando un caffè è buono. Lo zucchero rimane per un po’ in superficie.” E basta. Non mi ricordo altro.