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Un’Idea di Identità, Ovvero: Certe Copertine del New Yorker

Qualche tempo fa mi sono imbattuto in una copertina del New Yorker (The Fiction Issue, 10 & 17 giugno 2019). Invece di mettere a segno la consueta stoccata d’ironia (di quelle che mi lasciano sempre divertito, punzecchiato, anche se mai veramente stravolto), la cover è stata capace di ridestare un mio sopito stato d’animo, cupo e angoscioso. Come mai? Il disegnatore di fumetti Bruce Eric Kaplan (meglio conosciuto come BEK), adoperando un tratto morbido ma regolare, ha ritratto una situazione di quotidiana intimità. Una coppia — probabilmente marito e moglie, probabilmente di mezza età (lui indossa un pigiama a maniche lunghe con i bottoni) — se ne sta sotto le coperte. Disposti nelle rispettive metà, i partner sono raggiunti da un lampo di shock: hanno gli occhi spalancati, e tengono le mani aperte, schiacciate sulle bocche, come a ricacciare indentro delle urla di terrore. A una prima occhiata nella loro stanza non c’è niente che non vada: due cuscini, due lampade, due quadretti. Poi. Piazzate sopra ai comodini, torreggiano due pile di libri. Due pile di libri enormi. Verso il soffitto svettano con la stessa tronfia ostinazione che devono aver avuto i duecentoventi piani delle Twin Towers prima di crollare durante gli attentati dell’11 settembre 2001. Il talento di BEK — collaboratore del New Yorker da quindici anni, nonché sceneggiatore di diversi episodi di Six Feet Under — è stato quello di lasciare intuire, all’interno di una superficie a due dimensioni, la presenza di una terza. Il Tempo. Le colonne, composte da centinaia di romanzi, raccolte di racconti, poesie, saggi, eccetera, non inquietano perché sul punto di cadere, ma perché paiono misteriosamente destinate ad aumentare. I volti dell’uomo e della donna, che si intuiscono terrei, smaltati di sudore, sembrano affannarsi sempre più nella ricerca di una risposta alla domanda: “Come è potuto accadere tutto questo?” Un presagio di apocalisse è suggerito dall’oscurità, totale e compatta, inquadrata dalla finestra; un’oscurità che oltre a sottrarmi la possibilità di indovinare il nome della città fuori, mi persuade che al di là del vetro non ci sia più alcuna traccia di centro abitato o assembramento umano. La realtà, molto semplicemente, è scomparsa.

Mettiamola così: da più tempo di quanto mi faccia piacere ammettere, il comodino nella mia camera da letto ha iniziato ad assomigliare a uno di quelli disegnati da BEK. Eventualità, questa, mai capitata prima. Innalzando un cavallone di disordine sempre più roboante, la colonna — quella che, quando dimentico la luce accesa, mi proietta un’ombra minacciosa sulla faccia — stratifica un bizzarro inventario: II mar delle blatte e altre storie di Tommaso Landolfi sostiene Il gioco e il massacro di Ennio Flaiano, l’Infanzia di Nivasio Dolcemare di Alberto Savinio fiancheggia I misteri d’Italia di Dino Buzzati, Un’assenza di Natalia Ginzburg spalleggia Il ragazzo morto e le comete di Goffredo Parise. Ancora, affiancati: La macchina mondiale e La strada per Roma di Paolo Volponi. Separati da altri volumi — posizionati a una distanza incomprensibile (il tempo intercorso tra curiosità così differenti, qual sarà stato mai?) — si trovano: Settanta di Marco Belpoliti e Microcosmi di Claudio Magris, Un ottimista in America di Italo Calvino e Costruire il nemico di Umberto Eco, A Mosca, a Mosca! di Serena Vitale e I demoni e la pasta sfoglia di Michele Mari. Ma ci sono solamente scrittrici e scrittori italiani? Niente affatto! L’accoppiata dei Meridiani che racchiude buona parte dell’opera in prosa e in versi di J. L. Borges lascia affiorare Tutte le poesie di Emily Dickinson. Un cofanetto che dovrebbe contenere entrambi i volumi del Don Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes offre rifugio a Racconti – I di Anton Cechov. Un saggio narrativo sul De rerum natura di Lucrezio intitolato Il manoscritto di Stephen Greenblatt scorta le rocambolesche vicende storiche di 264 sculture giapponesi raccontate da Edmund de Waal in Un’eredità di avorio e ambra. La parte più in alto attrae i volumi dalle dimensioni più varie: il parallelepipedo massiccio che illustra L’arte delle lettere schiaccia L’età adulta è un inferno di H.P. Lovecraft. Il libro dei sogni di Federico Fellini stritola l’edizione filiforme di Aprendo le casse della mia biblioteca di Walter Benjamin (per i tipi di Henry Beyle). The Complete Works of William Shakespeare, volume unico Barnes & Noble, pressa Le ceneri di Gramsci di Pier Paolo Pasolini. Se indagassi con attenzione ancora maggiore, infilando la punta delle dita tra un pezzo e l’altro, così come si farebbe tra gli sbalzi di una tenda per individuarne il taglio, le scoperte ulteriori mi farebbero esclamare: “Ecco che fine aveva fatto Trama. Il peso di una testa mozzata di Ratigher,” oppure: “Bene: credevo non avrei più ritrovato Discovering America di Mazzucchelli,” oppure: “Ice Haven proprio non merita di smarrirsi in mezzo a tutta questa confusione!” Un numero altrettanto elevato di libri — moltiplicato per due e poi ancora raddoppiato — è opportuno lasciarlo nel limbo degli anonimi, adesso, poiché la mia finalità non è quella di nominarli tutti. In un avvicendamento di testi così rapsodico — per genere, stile, anno di pubblicazione, e chi più ne ha, più ne metta — è possibile individuare a mo’ di minimo comune divisore una sola caratteristica: nessuno è mai stato letto dall’inizio alla fine. Aperti a pochi centimetri dal mio naso, sotto alle lenti dei miei occhiali, nessun primo capitolo è stato scorso nella sua interezza, nessun indice è stato affrontato nella sua totalità. Lo sforzo necessario alla conclusione di una lettura è sempre stato sconfitto dalla presenza di un misterioso nemico. Indagare la natura misteriosa di questo nemico è tutto quello che sto cercando di fare.

Se è vero, così com’è vero, che leggere come quando si avevano dodici/tredici anni — con la stessa gioiosa, incosciente, onnivora, insaziabile curiosità — è impossibile (biologicamente, proprio), è anche vero che un periodo di inattività talmente prolungato non l’avevo mai conosciuto. Non sono mancate fasi caratterizzate da un’intensità differente. Certo. La scoperta di un nuovo autore, di una nuova autrice, oppure di un genere letterario fino a quel momento a me ignoto, hanno sempre costituito una frenata violenta o, al contrario, una brusca accelerazione, per il ritmo cadenzato ma ininterrotto delle mie letture. Uno stop del genere non s’era mai verificato. Nel tentativo di individuare una ragione riconoscibile, provo a mettere a confronto la mia situazione con quella di un tabagista. Fumatori più o meno accaniti, da uno o più pacchetti di sigarette al giorno, ci sono stati e, temo, sempre ci saranno. Come pure ci sono stati e, purtroppo per loro, ci saranno ancora, fumatori che per periodi più o meno lunghi — un anno e mezzo o sei mesi, dodici giorni, mezza giornata, al massimo: un paio d’ore: argh! — cercheranno e decideranno, con tutte le loro forze, di smettere. Ma: sono loro che lo decideranno. Magari iniettandosi delle dosi di caparbietà volutamente annacquata nella coscienza, ma saranno loro, a un certo punto, a prendere l’iniziativa. Pare che uno degli ostacoli più ardui da superare abbia a che fare con la gestualità. Con la rinuncia di una precisa gestualità messa a punto negli anni. Scoperchiare il pacchetto di sigarette, estrarre il lungo cilindro di carta ripieno di tabacco, poggiarlo tra le labbra, succhiare avidamente la prima boccata, espellere il fumo dalla bocca oppure dalle narici spalancate… rinunciare a tutto questo, per un fumatore, vuol dire sacrificare un’intera grammatica. Un’idea di identità. Posso capirlo. Con la lettura, tuttavia, la faccenda è più complicata ancora. E subdola. È possibile smettere di leggere, infatti, confermando l’intero corredo di azioni private e/o pubbliche che ruotano attorno all’azione della lettura. È possibile leggere la recensione di un libro. È possibile entrare in una libreria per acquistarlo, è possibile fotografarne la copertina e postarla su un qualunque social, è possibile affermare durante una pausa caffè in ufficio di avere appena iniziato a leggerlo e di stare morendo dalla voglia di sapere come andrà a finire. È possibile fingere a se stessi di essere ancora dei lettori senza, di fatto, esserlo più. Non è terribile tutto questo? Sì, lo è. Per quanto mi riguarda, sono sempre stato un lettore impulsivo. Non: compulsivo. Perché le fantasie, parimenti le ossessioni, che hanno continuato a popolare la mia mente da sempre, neppure una volta hanno generato quella particolare forma d’ansia che, per essere placata, ha richiesto una reazione — appunto — di tipo compulsivo. Le immagini che hanno sempre scorrazzato libere dentro al mio cervello sono sempre state immagini egosintotiche: in armonia con l’idea che tutto sommato avevo del mio “io”. Avevo bisogno di loro per perseguire la più egoistica delle motivazioni: il piacere personale. Leggere è sempre stato questo, in fondo. E più leggevo — avevo fatto presto a scoprire —, più il piacere che sperimentavo si faceva intenso. I miei occhi, come palline di Pac-Man, trangugiavano qualsiasi sequenza di lettere incontrassero. Ripeto: qualsiasi. In qualunque momento le rinvenissero — per esempio durante il pranzo, a tavola, sul retro di una bottiglia d’acqua frizzante — e ovunque le rinvenissero — per esempio in bagno, a mollo nella vasca, sull’etichetta a forma di goccia di una confezione di shampoo. Così: per anni. Poi, però, qualcosa è cambiato.

Fissare il momento esatto in cui questo cambiamento è avvenuto, sarebbe fantastico.  Vorrebbe dire essere in grado di ricordare quand’è che il mio comodino si è trasformato in un’estensione verticale della mia libreria. Ma è impossibile. Ricordo solamente un fatto: da tempo, oramai, ho smesso di leggere romanzi, racconti, articoli e saggi scritti da autrici e autori “contemporanei”. Cosa intendo con l’espressione: “contemporanei”? Dunque. Raffaele La Capria è nato nel 1922. Mondadori ha pubblicato Il fallimento della consapevolezza, il suo libro più recente, un anno e mezzo fa, circa. Non appena l’ho visto in libreria l’ho preso — così come avrei afferrato la mano di un amico in una folla di sconosciuti — e l’ho acquistato. Non è il caso di Raffaele La Capria, quindi. I titoli che maggiormente mi attraggono, e che provo a leggere, sono quelli di autori e autrici, come ho già specificato: prevalentemente italiani, nati a cavallo tra il XIX e il XX secolo. Savinio, per dire, è del 1891. Moravia del 1907. Morante del 1912. Mi fa specie notare come la produzione più recente di alcuni di questi autori — Calvino, per esempio; nato nel 1923, ha pubblicato il suo ultimo libro “importante”, Se una notte d’inverno un viaggiatore”, nel 1979 — preceda di poco, oppure arrivi solamente a sfiorare, la mia data di nascita. Opere di ingegno narrativo notevoli (almeno: credo io) scritte recentemente da scrittrici e scrittori italiani (due esempi: La prima verità di Simona Vinci e La scuola cattolica di Edoardo Albinati) so che esistono. So che sono state scritte. Una delle sezioni più meticolose del mio cervello ne ha registrato la pubblicazione. So che le leggerò. Per il momento, tuttavia, decido di non farlo. Ho provato a immaginare una circostanza capace di soddisfare i criteri di una risposta. La sola che sia riuscito a scovare è stata: non voglio leggere questi libri perché il modo in cui si parla, si legge e si scrive di questi libri (libri, per esempio, come La prima verità o La scuola cattolica), mi pare sia completamente differente dal modo in cui si è parlato, si è letto e si è scritto di altri libri; come per esempio: L’airone di Giorgio Bassani o Il buio e il miele di Gianni Arpino. La differenza, inutile stare a girarci intorno, sta tutta quanta nella comparsa, a un certo punto, dei social network.

L’uso di Facebook, di Twitter e di Instagram ha modificato il mio rapporto con la lettura. È cambiata la modalità in cui mi avvicino a un testo. È cambiata la posizione mentale che fino a qualche tempo fa il mio cervello riusciva ad assumere durante la lettura di un testo. Non si tratta di una faccenda semplice da spiegare. Me ne rendo conto. Ma se prestiamo credito ad Agostino d’Ippona, e a quanto scritto nelle Confessioni (nel Libro VI, 3.3), scopriamo che il tipo di lettura oggi più diffuso, che si svolge in mente, in silenzio, chiamato endofasico, era una pratica assai poco comune intorno al IV secolo d.C. Raggiunta la città di Milano, Agostino fa di tutto per incontrarne il vescovo, Ambrogio. Ha bisogno di parlargli. Desidera raccontargli “le tempeste e la fossa ove rischiavo di cadere”. L’incontro, tuttavia, si rivela una faccenda complicata. Quando sta da solo, infatti, Ambrogio impiega il proprio tempo leggendo. Scrive Agostino: “Nel leggere, i suoi occhi correvano sulle pagine e la mente ne penetrava il concetto, mentre la voce e la lingua riposavano. Sovente, entrando, poiché a nessuno era vietato l’ingresso e non si usava preannunziargli l’arrivo di chicchessia, lo vedemmo leggere tacito, e mai diversamente. Ci sedevamo in un lungo silenzio: e chi avrebbe osato turbare una concentrazione così intensa?” Quando Ambrogio è libero da impegni, Agostino ci fa sapere che: “Caterve di gente indaffarata, che soccorreva nell’angustia, si frapponevano tra me e le sue orecchie, tra me e la sua bocca.” Si legge per stare da soli, quindi. Quando non legge ad alta voce, ipotizza Agostino, Ambrogio lo fa perché: (01) non vuole fornire spiegazioni a chi, anche solamente per caso, si trovasse ad ascoltare dei passaggi delle Scritture particolarmente ostici da capire; (02) per evitare di stancarsi e durare meno fatica con la voce. L’insistenza su questi particolari da parte di Sant’Agostino confermerebbe l’eccezionalità di questa pratica. Ora: diciassette secoli dopo. Se alla figura di Sant’Ambrogio sovrapponiamo a mo’ di sticker il desiderio di solitudine di ogni lettore, ai volti perennemente bisognosi della “gente indaffarata” dobbiamo per forza di cose applicare i loghi dei social network che stanno mettendo a dura prova la nostra concentrazione. Non è la capacità, o l’abitudine alla lettura, ad essere finita sotto minaccia. Di fatto, grazie a internet (alle mail, innanzitutto) e ai social, non facciamo altro che leggere. E scrivere, anche. Quello che è veramente in pericolo — non sono l’unico a sostenerlo, per nostra sfortuna — è una certa modalità di interagire con un testo che potremmo chiamare: lettura profonda. Si tratta di quel modo di leggere che, come lucidamente racconta Giuseppe Montesano in un saggio dal titolo: “Come diventare vivi”, fa sì che un lettore: “[…] troverà le parole per dire se stesso nel mondo: parole esatte come le dimostrazioni di un teorema.” Sta accadendo, infatti, che quello che fino a non molto tempo fa era alla nostra portata, pare sia diventato, di colpo, troppo difficile da gestire. Marianne Wolf, direttrice del Center for Dyslexia, Diverse Learners and Social Justice all’Università della California di Los Angeles, ha sperimentato questo fenomeno sulla propria pelle. In un saggio intitolato Proust e il calamaro. Storia e scienza del cervello che legge, ha raccontato che uno dei suoi libri preferiti, Il giuoco delle perle di vetro di Herman Hesse, all’improvviso era diventato un testo pressoché incomprensibile. Leggeva, Marianne, senza capire. La stessa difficoltà l’aveva registrata tra certi suoi studenti. In particolar modo tra quelli che avevano fatto del multitasking una incrollabile scelta di vita. Pur di tornare a godere della lettura degli abitanti della comunità utopistica di Castalia, allora, Marianne Wolfe si è costretta a un periodo di disintossicazione dal proprio cellulare e dai propri social network. Un mese e mezzo dopo, la lettura della prosa di Hesse era tornata a essere il solito, rassicurante piacere. Ma restiamo in ambito scolastico. Qualche anno fa — stiamo parlando del 2013 — il Wall Street Journal riportò i dati finali di un’illuminante ricerca. Shanna Smith Jaggars, direttrice del Community College Research Center alla Columbia University, confrontando i risultati di un apprendimento on line con i risultati di un apprendimento in aula, scoprì che la percentuale dei test superati dagli studenti che si erano visti, interagendo dal vivo, era quasi il doppio: il 32% al posto del 19%. Il nostro modo di leggere sta cambiando. (In peggio? Probabilmente sì.) Gli effetti di questa implacabile rivoluzione, fredda e liscia come gli schermi dei nostri cellulari, stanno diffondendosi ovunque. Prima accettiamo lo stato dei fatti, prima cerchiamo di trovare un rimedio. A cosa, però? Da tempo subisco l’impressione che le opinioni e le valutazioni critiche dei lavori di autrici e autori “contemporanei”, quelle che nascono, abitualmente, grazie alla lettura di pagine di cultura su quotidiani e riviste, ma anche dalla compulsione di siti internet, blog, tumblr e social network, appaiano come sfocate; incrinate da una manciata di finissimi granelli di sabbia che mi fanno lacrimare gli occhi. La sabbia che conferma l’esistenza dello stato d’animo cupo e angoscioso riportato alla luce della vignetta di BEK sul New Yorker.

Questa è una di quelle domande che mi ossessionano di più: e se fosse giusto così? Se una sempre più consistente porzione di mondo marcia in questa direzione, ha davvero senso ostinarsi a nuotare in senso contrario? Per forza di cose la linea dell’orizzonte deve celare il ciglio di un precipizio? Secondo una ricerca di Michael Winnick, CEO di DSCOUT, arriviamo a interagire con i nostri smarthphone — digitiamo, pigiamo, facciamo scorrere lo schermo — 2.617 volte al giorno. Alcuni di noi arrivano a 5.400. Una volta ogni sedici secondi. Il picco di questa attività avviene tra le 06:00 e le 07:00 del mattino, quando siamo appena svegli. Poi c’è un altro picco verso le 12:00, poco prima di pranzare, e un altro ancora dalle 17:00 alle 19:00, tra l’uscita da lavoro e la cena. L’unico calo d’attività avviene di notte, tra le 02:00 e le 05:00. Ma solo perché stiamo dormendo. Com’è possibile credere che una routine così intensa — 2.617 volte al giorno vuol dire 78.510 al mese che in un anno fa quasi un milione di interazioni (ed è stato calcolato, tra l’altro, che il nostro cellulare non dista mai più di trenta centimetri dalla nostra mano) — non metta a dura prova la capacità di concentrarci? La rapidità con la quale è possibile trasbordare tra diverse operazioni rende il multitasking fin troppo appetibile. Con i nostri 2.617 “tocchi” all’ora possiamo: controllare cosa c’è di nuovo sui social (Facebook, Twitter, Instagram), acquistare prodotti (Etsy, Groupon, Amazon, eBay), mandare messaggi (WhatsApp, Messenger), spedire mail (Gmail), guardare tutorial (YouTube), fisare appuntamenti (OkCupid, Tinder), guardare film e serie tv (Netflix). Tutto questo, spesso e volentieri: contemporaneamente. (Quando sto al cinema, sempre più di frequente mi capita di realizzare — un istante prima di tirare fuori il telefono — di non poter vedere se una certa persona ha quantomeno visualizzato il mio messaggio perché non ho davvero il potere di mettere in pausa quello che sta accadendo sullo schermo.) Per affrontare ogni genere di intrattenimento, ricordo che Google, il 19 marzo del 2019, ha presentato STADIA, un servizio di streaming di videogiochi. Grazie ai Centri Elaborazione Dati costruiti nei vari sotterranei in giro per il mondo, saremo in grado di giocare ad Assassin’s Creed Odyssey, The Elder Scrolls Online e Watch Dogs: Legion su qualsiasi dispositivo elettronico a nostra disposizione. Ogni barriera distintiva tra le opzioni: GUARDA, ACQUISTA e GIOCA sarà fatta saltare in aria, sbriciolandosi in un frantume di pixel coloratissimi. E non è fantastico tutto questo? Invece di esaltarmi, infondendo una maggiore fiducia nelle mie capacità, queste incredibili funzioni sembrano voler estendere ancora di più i confini del territorio dove si annidano le mie insicurezze. Le illusioni pareidolitiche — quelle che una trentina d’anni fa mi regalavano l’impressione di poter riconoscere forme note di animali dentro ai contorni delle nuvole — adesso fiancheggiano la Sindrome della Vibrazione Fantasma: la percezione erronea secondo la quale da qualche parte intorno a me ci sarebbe un cellulare che vibra. Pare una versione contemporanea del Dolore Fantasma — quello provato da chi, in seguito a un’amputazione, crede che il suo braccio, oppure la sua gamba, non solo gli faccia ancora male, ma prude, trasmette caldo, freddo, ostacola la circolazione del sangue. Per alleviare dolori di questo genere, il neuroscienziato V. S. Ramachandran creò nel 1992 la Mirror Box, una scatola dotata di una coppia di aperture divisa a metà da uno specchio. Infilando gli arti al suo interno, il paziente amputato (tramite l’osservazione del riflesso) crede che l’arto scomparso sia di nuovo al suo posto, sperimentando una considerevole sensazione di benessere. Proprio come una Mirror Box, allora, la letteratura non è quell’invenzione capace di farci ritrovare quello che una volta ci è appartenuto?

Un’altra domanda: perché la lettura è così importante — almeno per me? Se molte delle risposte che ho trovato non fossero sempre così soddisfacenti, mi sforzerei di ignorare lo stallo dentro al quale mi ritrovo. Se non avessi sempre con me un libro da leggere, sarebbe un gioco da ragazzi diventare una di quelle persone che credono che il nostro pianeta, invece della forma di un grosso pallone schiacciato, abbia quella di un dischetto da hockey.(Peggio: se non avessi sempre con me un libro da leggere, diventerei una di quelle persone che votano per coloro i quali credono che il nostro pianeta abbia la forma di un dischetto da hockey.) Forse starei meglio. Anzi, senza “forse”. Rispecchiarmi nei cosiddetti “tempi che corrono” non comporterebbe alcuna sorpresa. Buona parte delle risposte più preziose mai trovate alla domanda, per me così fondamentale: “Perché leggere?”, me le ha date Harold Bloom. Nel prologo a Come si legge un libro e perché, l’autore del Canone occidentale fornisce cinque spiegazioni. Secondo Bloom, leggiamo per: (01) liberare la mente dal gergo — abbiamo bisogno di nettare il nostro linguaggio, che è il nostro strumento per pensare, quindi: per agire, da stereotipi e frasi fatte; (02) lasciar perdere le ideologie — perché ciascuno di noi, quali che siano le proprie convinzioni, è sempre più complicato, e profondo, di un sistema di valori; (03) essere un’illuminazione per gli altri — deviare da una formazione piacevolmente egoistica delle proprie letture ci trasformerà nel rappresentante di una clientela, non di noi stessi; (04) diventare degli inventori — perché non esistono canoni estetici assoluti (a quelli che ritengono la supremazia di Shakespeare frutto di anni e anni di colonialismo, Bloom risponde: “A distanza di quattro secoli, Shakespeare è più onnipresente che mai; le sue opere verranno messe in scena nello spazio e su altri mondi, se mai quei mondi verranno raggiunti. Shakespeare non è un complotto della cultura occidentale; contiene semplicemente tutti i principi della lettura […].”); (05) recuperare l’uso dell’ironia — così da prendere in considerazione idee antitetiche, come Amleto: “il quale, quando dice una cosa, ne intende quasi sempre un’altra, spesso l’esatto contrario”. Inoltre: si legge perché: “non siamo in grado di conoscere un numero sufficiente di persone in maniera abbastanza intima; abbiamo l’esigenza di conoscere meglio noi stessi; abbiamo bisogno di conoscere non solo noi stessi e gli altri, ma anche il modo in cui le cose funzionano. Tuttavia la motivazione più solida e autentica [è che la lettura è] l’unica forma di trascendenza terrena che potremo mai raggiungere, a eccezione della trascendenza ancora più precaria che chiamiamo «innamoramento». Vi esorto a trovare quanto si avvicina davvero a voi, quanto può essere usato per ponderare e riflettere. Leggere in profondità, non per credere, non per accettare, non per contraddire, bensì per imparare a partecipare dell’unica natura che scrive e legge”.

“Ho Assestato La Tana E Pare Riuscita Bene.”

Sei mesi prima di morire, Franz Kafka scrive un racconto (rimasto incompleto, come tanti altri suoi lavori) intitolato La tana. Pietro Citati, nella biografia Kafka, dice che si tratta del: “[…] più grandioso tentativo di claustrazione che sia mai stato compiuto in letteratura.” È il 1923. Per Kafka il sogno di trasferirsi in Palestina è ormai naufragato a causa del male che lo attanaglia: la tubercolosi. In una lettera spedita alla moglie di Hugo Bergmann, suo amico sionista, scrive: “Ora so con certezza che non partirò (come potrei mai partire?), ma la nave attracca, per così dire, con la sua lettera alla soglia della mia camera.” Per migliorare le proprie condizioni di salute, Kafka decide di trascorrere i mesi centrali dell’anno presso Graal-Müritz (dallo slavo morcze: “piccolo mare”), una cittadella che affaccia sul Mar Baltico. Poco distante dal luogo di villeggiatura, una gradita sorpresa: la colonia estiva della Casa ebraica di Berlino. A Kafka sembra di avere la terra di Canaan finalmente a portata di mano. È qui che incontra Dora Diamant, l’ultima compagna della sua vita. Nata e cresciuta in una famiglia chassidica, Dora legge la Bibbia e il Talmud in ebraico, affiancandoli ad altri testi di commento. Dora, però, è un mistero. Non sappiamo quanti anni abbia. Per Max Brod, amico e primo biografo di Kafka, ne ha diciannove. Altri biografi, invece, sostengono che ne abbia venticinque. Non conosciamo neppure il suo cognome. Kafka scrive: “Diamant”. Dora, invece, si firma “Dyamant”. La maggior parte delle lettere che i due si scrivono e spediscono saranno sequestrate e distrutte dalla Gestapo. La Palestina diventa di nuovo un sogno, ma venato di ironia. Assieme a Dora, Kafka immagina un luogo dove aprire un ristorante; lui, goffo e imbranato, lavorerà come cameriere, Dora invece, che non ha alcun talento per i fornelli, in cucina. Ogni cosa sembra plausibile e perfetta.
A un certo punto, però, l’atteggiamento nei confronti della Casa ebraica cambia. Kafka scrive: “Una visibile inerzia l’ha un poco danneggiata, altre inezie invisibili sono all’opera per danneggiarla ancora, come ospite, come forestiero, ospite stanco per giunta, non ho alcuna possibilità di parlare, di ottenere chiarezza, sicché mi allontano”. Il 22 settembre lascia Graal-Müritz e torna a Praga. Due giorni dopo raggiunge Dora. A Berlino la vita è difficile. Kafka dispone di poco denaro. Da Praga riceve una pensione che ammonta a 1044 corone cecoslovacche. Sua sorella Ottla, con l’aiuto dei genitori, riesce a fargli spedire diversi pacchi di generi alimentari. In segno di gratitudine, Kafka scrive: “[…] come siete tutti buoni con me, con questo fannullone che si fa assistere e non è nemmeno capace di ingrassare.” Soffre di insonnia e si lamenta per dei forti dolori alla schiena. Prova un’insopprimibile nostalgia. Citati scrive, sempre in Kafka: “Con la solita mania di completezza, avrebbe voluto vedere tutto quello che accadeva nell’appartamento sull’Altstädter Ring; la madre che, dopo il bagno, leggeva il giornale sul sofà: cosa faceva il padre, il mattino, il pomeriggio e la sera, se e quando si irritava con lui; cosa aveva mangiato a pranzo e a cena, cosa avevano raccontato le tre sorelle, quanti bambini avevano fatto chiasso nell’appartamento, e che combinavano lo zio e la governante… Ma, attraverso la gentilezza e la dolcezza dei modi, Kafka rimase inflessibile. Non voleva che i genitori venissero e trovarlo.” L’inflazione galoppa. L’affitto di una camera costa quattro milioni di marchi. Kafka trascorre buona parte del suo tempo a letto, meditabondo e febbricitante. Ma è costretto a cambiare appartamento per ben tre volte. Esce raramente. Quando lo fa, vaga in piazza del Municipio. Bighellona davanti alle edicole per leggere le prime pagine dei giornali. Salda il conto di un ristorante vegetariano pagando otto corone: mille miliardi di marchi. Quando il mal di testa gli concede un po’ di tregua, legge le vite dei pittori: Rembrandt, Degas, Rodin, Gauguin; Le avventure del barone di Münchhausen e La marchesa di O… di Heinrich von Kleist. I fantasmi notturni, però, quelli che pensava di essersi lasciato alle spalle durante il soggiorno a Graal-Müritz, sono tornati. Stavolta sembrano determinati a non mollarlo. All’amico Max Brod consegna questo splendido autoritratto, scritto in terza persona: “Ora, se anche il terreno sotto i suoi piedi fosse consolidato, l’abisso davanti a lui colmato, gli avvoltoi intorno alla sua testa scacciati, la tempesta sopra di lui calmata, se tutto ciò accadesse, be’, allora andrebbe benino.” Kafka cerca una via di fuga. Una sera costringe Dora ad accendere un fuoco in un secchio di metallo e a gettare tra le fiamme una dozzina di racconti, più un testo teatrale inedito. È un rito che Kafka intende attuare periodicamente vòlto a eliminare dalla faccia della terra tutto quello che ha scritto: Il verdetto, La metamorfosi e i romanzi che ancora deve portare a compimento: Il processo e Il castello. Il 23 ottobre 1922, scrive a Brod: “Se non scrivo dunque, è soprattutto, com’è ormai legge per me negli ultimi anni, per motivi ‘strategici’, non ho fiducia nelle parole e nelle lettere, non nelle mie parole e nelle mie lettere, voglio condividere il mio cuore con delle persone, non con dei fantasmi che giocano con le parole e leggono le lettere con la lingua penzolante. In particolare non ho fiducia nelle lettere, ed è una convinzione singolare che basti incollare la busta perché la lettera arrivi sicura davanti al destinatario. In questo, del resto, la censura di lettere al tempo di guerra, epoca di particolare audacia e ironica schiettezza dei fantasmi, ha agito in modo istruttivo.” Eppure. Kafka lavora a due racconti. Giuseppina la cantante, ossia Il popolo dei topi è l’ultimo che scriverà. Si tratta di una metafora del popolo ebraico: un’orda di uomini-topi stregati dal sibilo ovattato prodotto dalla ineffabile cantante Giuseppina. Metafora nella metafora: è il raschio prodotto dai polmoni di Kafka quando steso a letto prova a respirare tenendo sopra la gola un sacchetto pieno di ghiaccio. Ma è con La tana che Kafka tenta il tutto per tutto per fermare l’avanzata dei suoi fantasmi: inutilmente. Qual è l’animale che immagina, realizza e abita questo labirintico universo? Si tratta di una talpa, di un tasso, di un criceto? Sono state avanzate migliaia di ipotesi: tutte giuste, tutte sbagliate. I dettagli a nostra disposizione per ricostruirne l’aspetto sono volontariamente omessi. Sappiamo che a volte, dopo un raro sonno ristoratore, la creatura si sveglia e: “[…] lagrime di gioia e di sollievo luccicano ancora sui [miei] baffi.” Sappiamo che quando può, ama dormire standosene acciambellata. Sappiamo che le piace dare la caccia ai topini di bosco, e sappiamo che non si fa alcun problema a stritolarli tra le fauci per nutrirsene. Secondo Citati: “Il protagonista […] è una perfida autocaricatura di Kafka: un celibatario egoista, astuto, vorace, crudele, misantropo, narcisista, che molti anni prima, forse nella prima giovinezza, si è costruito la tana!” Un’autocaricatura che emerge in maniera ancora più spietata se pensiamo che questa tana, in realtà, sembra il vetrino di un microscopio; una superficie di grandezza data sopra la quale i nostri limiti, difetti, ambizioni e successi finiscono osservati in maniera distaccata. La parte centrale della tana è la cosiddetta piazzaforte, adoperata per stoccare le scorte di carne animale utili durante l’inverno; ignoriamo quanto sia vasta. Sappiamo soltanto che per quanta minutaglia ci finisca ammassata, alla creatura resta sempre un po’ di spazio per muoversi. “Per tali lavori, però, non possiedo altro che la fronte. Con la fronte dunque cozzai mille e mille volte per giorni e notti contro la terra ed ero felice se a furia di colpi mi sanguinava perché era la prova che la parete incominciava a essere salda e in questo modo, si ammetterà, mi sono bene meritato la piazzaforte.” Un senso di appartenenza così pieno e radicale che se anche in qualche modo la creatura restasse ferita lo accetterebbe perché: “il mio sangue imbeverebbe il suolo mio e non andrebbe perduto.” Dalla piazzaforte si dipartono dieci gallerie, “[…] ciascuna secondo il piano generale in salita o in discesa, dritta o curva, allarganti o restringenti”. Ogni galleria ospita degli slarghi — simili alle piazzole di sosta lungo le autostrade — che la creatura ha pensato bene di costruire per riposarsi tra una scorribanda e l’altra. Il più delle volte, tuttavia, la creatura corre, sgambetta, ruzzola, zampetta per sorvegliare la sua unica ossessione: l’ingresso. L’ingresso della tana è l’inizio e la fine. Il dubbio e la certezza. La speranza e la dannazione.  Secondo Citati: “Fuori dalla tana, sta il tempo finito: dentro, il tempo infinito. Fuori dalla tana, sta la debolezza: dentro la tana, la forza. Fuori dalla tana, sta la luce: dentro la tana, la tenebra, la sola che l’animale sconosciuto (e Kafka) voglia esplorare.”
Nella maggior parte delle opere di Kafka il limine tracciato tra la realtà esterna e quella interna, pur sottile e inafferrabile, è duro e irremovibile. Ne La metamorfosi, la realtà che assume i tratti di un incubo per il commesso viaggiatore Gregor Samsa, il quale si ritrova trasformato in un “insetto immondo” svegliandosi “da sogni agitati”, conosce il suo riflesso speculare nel piccolo lembo di campagna fuori città dove la famiglia Samsa, dopo l’uccisione del primogenito, si reca a riflettere circa “le possibilità per l’avvenire”. Nell’ultimo capitolo del Il processo, Joseph K. viene preso in consegna da due uomini e condotto in una cava. Qui viene fatto stendere a terra. Poi: “uno dei due si sbottonò la giacca e da un fodero che gli pendeva da una cintura stretta intorno al panciotto estrasse un lungo sottile coltello da macellaio, a due tagli, lo sollevò e ne esaminò il filo alla luce”. È il tempo finito che incombe: dalla finestra di una casa prospiciente la cava un uomo si affaccia per cercare di comprendere cos’è che i suoi occhi stanno guardando: “Chi era? Un amico? Un buon diavolo? Un sostenitore? Uno che voleva aiutare? Era un solo? Erano tutti? Era ancora possibile ricevere aiuto? C’erano obiezioni dimenticate?” Forse. C’è una cosa che resta, però; la vergogna, che dà l’impressione di voler sopravvivere, addirittura, quando Joseph K. esclama — e sono le sue ultime parole: «Come un cane!» Ne Il castello, la parabola dell’agrimensore K., che cerca di farsi accettare da Frida, dal Conte Westwest, dal sindaco Klamm, e dalla popolazione del misterioso villaggio, incontra un finale meno tragico, ma non meno crudele: nel ventesimo capitolo, ospite nella capanna del vetturino Gerstäcker, K. incontra la madre di quest’ultimo: “La stanza […] era fiocamente illuminata dalla fiamma del focolare e da un moccolo di candela, alla cui luce una persona, curva in una nicchia sotto un trave inclinato e sporgente, leggeva un libro. Era la madre di Gerstäcker. Ella porse a K. la mano tremula e se lo fece sedere accanto, parlava a stento, si faticava a capirla, ma quel che diceva” — il manoscritto, purtroppo, si interrompe. Max Brod, tuttavia, ha sempre detto che Kafka intendeva concedere a K. l’autorizzazione per restare al villaggio e, finalmente, lavorarci, il giorno stesso in cui un forte esaurimento nervoso lo avrebbe fatto ammalare gravemente e ucciso. Nulla di tutto ciò c’è ne La tana. A parte, come abbiamo detto, l’ossessione per l’ingresso. Collocato a una distanza di circa mille passi da una entrata fasulla — “[…] l’avanzo di uno dei tanti vani tentativi di costruzione” — si trova: “[…] coperto da uno strato spostabile di musco, il vero accesso alla tana che è al sicuro come può essere sicuro qualcosa al mondo”. Gestire questo punto della tana è difficilissimo per la creatura: “[…] là in quel punto del musco opaco posso essere colpito a morte e nei miei sogni c’è spesso un grugno bramoso che vi annusa continuamente. Realmente avrei potuto, si dirà, chiudere questo buco d’entrata, al di sopra, con uno strato sottile di terra battuta e più sotto con terra friabile in modo che bastasse un piccolo sforzo per aprirmi ogni volta la via d’uscita. Eppure non è possibile; proprio la prudenza m’impone di avere un’immediata possibilità di sfogo, la prudenza stessa esige, come purtroppo tante volte, che si metta a repentaglio la vita.”
La tana è una macchina di possibilità. Tale è l’opera di Kafka: “Ho in certo qual il privilegio non solo di vedere i fantasmi notturni nell’impotenza e nell’incuranza del sonno, ma di affrontarli in realtà con tutto il vigore della veglia e con una pacata facoltà di giudizio.” Tale è la vita di Kafka. “Avessi almeno qualcuno cui confidarmi, da poter mettere al mio posto di osservazione! Potrei scendere tranquillo. Con lui mi metterei d’accordo perché, durante la mia discesa e per parecchio tempo dopo, stesse a osservare la situazione e in caso di indizi pericolosi bussasse alla botola, altrimenti no.” Ma: “Di uno di cui ho fiducia guardandolo negli occhi potrei fidarmi altrettanto quando non lo vedessi e fossimo separati dalla copertura di musco?” La creatura può uscire dalla tana? Certo. Quando lo fa, però, che cosa accade? Scopre che non esiste libertà: “Scelgo un buon nascondiglio e tengo d’occhio l’ingresso della mia casa — dal di fuori questa volta — per giorni e notti. Sarà una sciocchezza, ma mi procura una gioia ineffabile e mi fa stare tranquillo. Mi sembra di non essere davanti a casa mia, ma davanti a me stesso mentre dormo e di avere la fortuna di poter dormire sodo e nello stesso tempo di sorvegliarmi attentamente.” Anche questa, però, è un’illusione: “Che sicurezza è quella che osservo da qui? Posso giudicare il pericolo che corro nella tana in base alle esperienze che faccio qui fuori? Hanno forse i miei nemici il fiuto giusto quando non sono dentro la tana?” Chi sono i nemici? Un aspetto poco chiaro: “Non li ho mai visti, ma ne parlano le leggende e io ci credo fermamente. Sono esseri sotterranei e nemmeno la leggenda è in grado di descriverli. Persino le loro vittime sono riuscite appena a vederli; essi vengono, si sente il raspare dei loro artigli immediatamente sotto di sé nella terra che è il loro elemento, e già si è perduti. E non vale essere nella propria casa, in realtà si è nella loro. Da essi non può salvarmi neanche quella via d’uscita; anzi probabilmente non mi salva in nessun caso, ed è invece la mia rovina: però è una speranza e senza di essa non si può vivere.” Il nemico produce un rumore, quando si avvicina; una sorta di fischio o sibilo. La creatura è disperata: “Perché sono rimasto tanto tempo protetto e incontro ora tanta minaccia? […] Speravo forse, quale proprietario della tana, di avere il sopravvento su chiunque arrivasse?” Il monito richiama alla memoria il passato, modificandolo, forse: “Io lavoravo allora, direi da piccolo apprendista, alla prima galleria, il labirinto era appena tracciato a grandi linee, avevo già scavato una piazzetta che però nelle misure e nel trattamento delle pareti era un disastro; insomma, tutto era talmente nella fase iniziale che poteva considerarsi soltanto un tentativo, una cosa che quando si perde la pazienza si può anche abbandonare senza molto rimpianto.” Cosa si può fare? Scappare? Combattere? Arrendersi? Quello che la creatura può fare, che può continuare a fare è condannarsi a un’impresa che metta assieme tutte queste opzioni: scavare; costruire una tana dentro la tana. Come aveva già pensato di fare, anni prima: “In questa cavità mi ero sempre figurato, e forse non a torto, di avere il più bel soggiorno che per me potesse darsi. Oh, attaccarmi a questa convessità, tirarmici su, scivolare giù, fare una capriola e ritrovare il terreno sotto i piedi, eseguire tutti questi giochi, per così dire, sul corpo della piazza, eppure non entro il suo spazio vero e proprio.” Per Citati: “Quando scriveva romanzi o racconti, [Kafka] non controllava la tenebra dal di fuori, seduto all’esterno del proprio abisso, come un osservatore sdoppiato che fingeva di essere dentro. […] era là dentro, come nessuno; eppure serbava un distacco, un controllo ottenuto nel cuore stesso della tenebra, indistinguibile dalla tenebra. Giocava con l’oscurità, saltava, camminava sul filo, come quell’esile, gracile, disperato saltimbanco della notte, che era sempre stato dai tempi della giovinezza”.