mgs [RS]

Quando ho iniziato a scrivere questo articolo — la celebrazione di una delle più grandi saghe videoludiche che siano mai state realizzate: Metal Gear Solid (MGS, d’ora in avanti) — avevo in mente diversi obiettivi: (01) riassumere minuziosamente l’intera saga — quasi si trattasse di un previusly montato all’inizio di una serie tv; (02) trattare esaustivamente la storia delle console — partendo dal Magnavox Odyssey (1972) per arrivare alla Xbox One (2013); (03) raccontare obiettivamente le ragioni di un successo così duraturo — MGS è un brand che va avanti da quasi trent’anni; (04) indagare scrupolosamente un curioso fatto di cronaca — una storia vera: con tanto di associazioni internazionali coinvolte, furti d’identità e una rarissima malattia genetica. Tutti questi obiettivi io ho cercato di rispettarli. Anche se credo, in completa onestà, di non esserci riuscito; almeno nelle modalità espresse — perché, assieme alle parole, anche gli avverbi sono importanti. Ciò che mi ha impedito di soccombere — al solito: la mancanza di tempo a disposizione, la preparazione teorica inadeguata, la pigrizia congenita, la convinzione di non possedere alcun vero talento per la scrittura — l’ho tenuto a bada, anzi, meglio: l’ho combattuto e rispondo grazie a una sensazione di nostalgia che a un certo punto si è impossessata di me, e che ho provato quando mi sono accorto che, in fondo, la storia di MGS si sovrappone in buona parte alla mia. Di quando da bambino mio padre mi accompagnava a comprare le cassette per il Commodore 64. Di quando da ragazzino mettevo da parte i soldi della paghetta per le cartucce per il Super Nintendo. Di quando da adolescente pensavo di risolvere i problemi che avevo attorno standomene per delle ore attaccato alla Playstation. È una storia che mi appartiene, quindi. E che credo appartenga a molti di voi. E non raccontarla sarebbe stato un bello spreco.

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