stillicidio

New York City, 1944: immaginatevi la scena. Al numero 420 della 115a West, nel salotto di un lussuoso appartamento, c’è un giradischi che rilascia le note saltellanti di un brano jazz. Nel frattempo, nell’aria si sparge l’odore speziato della marijuana. Mettiamoci al centro, sotto la corona di luce che proietta il lampadario, e vediamo chi è che incontriamo. Il primo è Lucien Carr. Lucien ha diciannove anni, è originario di St. Louis, Missouri, e possiede due caratteristiche: è molto ricco e molto bello. Vedete come se ne sta accovacciato a terra, con le gambe incrociate, nel suo completo giacca e cravatta? Fuma uno spinello e fa ondeggiare lentamente la testa. Ha lo sguardo assente. Scommetto che sta immaginando di leccare il collo di Cline Young, una sua compagna di corso alla Columbia University. Peccato che Lucien, recentemente, sia perseguitato da David Kammerer. David è un suo amico d’infanzia. Tra qualche mese, a causa dell’ennesimo approccio sessuale, Lucien tirerà fuori un coltello (il suo coltello da boy scout, dal quale non si separa mai) e lo ammazzerà, gettandone il corpo senza vita nelle profondità dello Hudson. Sconterà due anni all’Elmira Correctional Facility. Spostiamoci, adesso. Non vorremmo certo essere scambiati per degli scocciatori. Sul divano, con i piedi nudi che sporgono da un bracciolo, c’è sistemato un ragazzo. Ha folti capelli neri e occhiali con la montatura di plastica. Tiene i mocassini sul pavimento, la camicia di cotone sbottonata e i pantaloni abbassati fino alle caviglie. È impegnato a mormorare a bassa voce (per non farsi sentire da nessuno) i versi di un componimento che ha scritto e dedicato a Lucien, di cui è segretamente innamorato. Pensare che tra qualche anno, davanti a una folla radunata in un’ex officina, leggerà una poesia che, assieme a un bel po’ di fama, gli procurerà un sacco di problemi con la censura. La poesia si intitolerà Urlo. Il ragazzo si chiama Allen Ginsberg. Ma così rischiamo di essere troppo invadenti. Mettiamoci dove la luce fa un po’ più fatica ad arrivare, che ne dite? Lo vedete quel tizio laggiù? Quello che se ne sta accanto al termosifone, nonostante l’impermeabile che tiene addosso? Anche lui possiede una particolarità, sapete? Al mignolo della mano destra manca l’ultima falange. Se l’è mozzata tempo addietro come prova di coraggio per un amore omosessuale non corrisposto. A causa di questo gesto, ha conosciuto diversi ospedali psichiatrici. Al momento sbarca il lunario grazie a un sussidio che gli passano i suoi genitori – sussidio che lui spende solo ed esclusivamente in droghe. Si chiama William S. Burroughs. Tra non molto Burroughs si recherà a Città del Messico con la sua seconda moglie, Joan; un pomeriggio, nel tentativo di imitare Guglielmo Tell, Burroughs la ucciderà, sparandole accidentalmente alla testa. Andrà a rifugiarsi in Africa. Kerouac e Ginsberg lo scoveranno a Tangeri, in Marocco, perso tra gli appunti deliranti di un manoscritto che diventerà il suo libro più famoso: Pasto nudo (1958). È il caso di prendere aria, adesso. Ho sentito uno spiffero provenire dalla finestra. Che dite? Volevate dare un’occhiata fuori? Peccato che ci sia questo tizio, allora, a occuparvi la visuale. Ha l’aria genuina del contadino e il fisico vigoroso del giocatore di football. In effetti a football ci ha giocato, per un po’; almeno fino a quando non ha litigato con l’allenatore che aveva deciso di non schierarlo in campo durante la partita inaugurale di campionato. Jean-Louis Lebris de Kerouac – questo il suo nome – sta usando il davanzale come piano d’appoggio per il suo taccuino, dove sta scarabocchiando una quantità incredibile di appunti. E la sapete una cosa? Potreste fare anche a meno di guardare fuori, per vedere la città. Tutto quello che i vostri occhi potranno mai contenere, infatti, questo ragazzo è determinato a ficcarlo tra le pagine che sta riempiendo. Considera la scrittura una questione di vita o di morte; la sua missione sulla faccia della terra. Tra non molto pubblicherà un romanzo, con il quale cercherà di fare i conti con tutti i maestri che lo hanno influenzato: Hemingway, ovviamente. Jack London e Saroyan. Wolfe. Celine, anche. Whitman, Dos Passos, Emerson, Thoreau. Il romanzo si intitolerà La città e la metropoli (1950). Ultimamente, però, gli è venuta in mente un’altra idea. Per un libro come non è mai stato scritto. Vuole intitolarlo Sulla strada. È talmente preso da quest’idea che i rumori che provengono dall’altra stanza (i montanti del letto che battono contro la parete, le molle che cigolano, le urla…) non lo distraggono neanche un po’. Ma chi c’è di là? Neal Cassady che se la spassa con qualche ragazza. Dev’essere LuAnne, sua moglie; un’adorabile sedicenne originaria del Nebraska. Ma non ci giurerei. Magari è Carolyn: l’universitaria di Denver per la quale Neal divorzierà tra qualche anno. O magari è soltanto una cameriera rimorchiata ieri sera. A dirla tutta, è stato Neal a dare a Kerouac questa nuova idea che non gli fa posare la matita neppure un attimo. Neal c’è nato, sulla strada. Letteralmente. È venuto alla luce sul sedile posteriore di un vecchio trabiccolo che attraversava lo Utah. Ma vivere la propria vita come fosse un romanzo – riflette sovrappensiero Kerouac – non vuol dire necessariamente saperlo scrivere questo romanzo. La storia che ha in mente Kerouac avrà due protagonisti principali: Salvatore “Sal” Paradise e Dean Moriarty. Una coppia di amici che viaggerà attraverso gli Stati Uniti d’America da una costa all’altra. All’inizio, Dean si dirigerà verso Est e Sal verso Ovest. Quindi Dean condurrà Sal verso Ovest. Poi faranno a cambio. L’ultimo viaggio lo compiranno assieme, in Messico, alla ricerca della “cosa”, i fellahin: coloro che vivono liberati dalle strutture e dai vincoli della società moderna. Sarà un libro fantastico, pensa Kerouac. E lo sarà. Deve scriverlo, però. Senza perdersi in chiacchiere. Tra un po’, quando Neal uscirà dalla stanza (come al solito senza le mutande, pensa Kerouac; con l’uccello molle tra le gambe come un vermiciattolo), vorrà uscire. E pure Lucien, Ginsberg e Burroughs vorranno uscire. Prenderanno il bus, oppure ruberanno un’auto – la “prenderanno in prestito”, come ama dire Neal – e andranno da qualche parte. Berranno birra, si ubriacheranno. Discuteranno di tantissime cose; di poesia, quasi sicuramente; delle cose folli e sante che diceva Nietzsche, e “di tante altre meravigliose cose intellettuali”. Porteranno per le strade questa “generazione di pazzi hipster illuminati che improvvisamente spuntano e scorrazzano per l’America, seri, curiosi, vagabondi che si spostano ovunque in autostop, straccioni, beati, belli di una nuova aggraziata bruttezza […]”: la Beat generation.

(continua)

(pubblicato su IlPost)