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Le tenebre che ognuno di noi porta dentro di sé [INDICE]


Il fiume Tone si trova nella regione del Kantō, in Giappone. Una mattina, lungo le sue rive che diffondono nell’aria un dolce odore di erba, arriva un uomo. Si chiama Tsuda Kenta e la sua vita è giunta a un bivio. Possiede un negozio di jeans, chiamato “Joker”, ma sono sua moglie e i suoi figli che lo gestiscono, oramai. Gli affari faticano a stabilizzarsi e Tsuda sta pensando di tornare a fare lo scrittore. Il suo primo libro, Piana dei disperati, è stata una raccolta di racconti. Protagonisti: i burakumin, gli emarginati della società giapponese. Sono passati anni da quell’esordio. Tsuda, collaboratore “senza infamia e senza lode” di una piccola rivista di storie di pesca, questa volta vorrebbe fare sul serio. Vorrebbe scrivere: “un romanzo profondo che susciti emozioni nei cuori dei lettori”. Per trovare la serenità e la concentrazione necessari all’impresa, quindi, acquista una barca (una vecchia bagnarola) e decide di passare tre giorni al mese in completa solitudine, scrivendo in piena libertà e dedicandosi a un’altra attività altrettanto amata: pescare. Ecco l’incipit de La mia vita in barca, fumetto pubblicato sulle pagine di Comic Tsuritsuri, rivista di pesca sportiva, tra il 1997 e il 2001. Scoperto e tradotto da Vincenzo Filosa, dopo la pubblicazione in due volumi (nel 2016 e nel 2017) la Coconino li riunisce in un elegante cofanetto. L’autore è Tadao Tsuge, un mite settantanovenne, dotato, come ha detto Igort, dello “sguardo di un bambino sognatore”. Fratello del più celebre Yoshiharu, Tadao Tsuge è uno degli esponenti più importanti della corrente Geki-ga: narrazioni realistiche e drammatiche (contrapposte a quelle di puro intrattenimento definite Man-ga) che hanno visto la luce durante gli anni 60 sulla rivista Garo grazie al talento di Sanpei Shirato e Shigeru Mizuki.Il tratteggio di Tsuge, scarno, ma duro e scrupoloso, dà vita a un’irresistibile galleria di personaggi; fermi come davanti all’obiettivo di un documentarista empatico sono liberi di lasciare affiorare sui propri volti le mille espressioni che sperimentano i loro cuori. La composizione e l’accostamento delle tavole de La mia vita in barca rivela grande maestria. Come ha spiegato Ratigher, direttore editoriale Coconino: quando leggiamo le pagine a sinistra di un fumetto, a destra intravediamo il suo futuro; quando leggiamo le pagine a destra, a sinistra intravediamo il suo passato. (Certo: ne La mia vita in barca il senso di lettura è orientale, ma il discorso resta valido.) Il lettore dell’opera di Tsuge sperimenta una strana permanenza nel tempo della storia. Gli episodi si susseguono con grazia. La stessa grazia che avvolge Tsuda quando si abbandona alla corrente, verso gli argini bassi dove le radure corrono a perdita d’occhio e gli affluenti del terzo fiume più grande del Sol Levante diventano remoti e misteriosi.

Tsuda rieduca i propri gesti. La pesca gli insegna ad essere calmo, ma all’occorrenza a tenere i riflessi pronti. A sapere stare fermo, ma anche ad essere elastico. Capisce di essere alla ricerca di una realizzazione spirituale, più che materiale. E quella forza oscura che dentro di lui cerca di prendere il sopravvento, di tanto in tanto? Cosa vuole? Di che cosa ha paura, davvero, Tadao Tsuda? Della propria vanità? Oppure delle responsabilità in quanto capo famiglia? I fantasmi, in fondo, emergono sempre dal passato. Tsuda li ha conosciuti. Da ragazzo, quando ha lavorato in una banca del sangue e ha incontrato la disperazione di mutilati, ex ufficiali della marina, delinquenti e prostitute. Da adulto, quando il terrore della bomba atomica si è accompagnato alla consapevolezza, drammatica e aspra, che il ricordo di quel dolore non scomparirà mai dalla memoria del suo popolo. Tsuda non è solo in tutto questo. Anche se il suo primo incontro è con un gatto, un randagio che si chiama Kotarô, col pelo nero e gli occhi grandi, in seguito incontra: Tone Hokusai e Yamamoto Sharaku, due vagabondi che per campare chiedono l’aiuto dei contadini; Hanamura Shinobu, un visionario che raccoglie rifiuti con i quali crea inquietanti installazioni artistiche; Sakamoto Gôma che pure corre dietro a delle visioni: recupera rocce dalle forme eccentriche che poi dipinge per venderle nel suo negozio — e c’è chi sostiene che Gôma sia un kappa, uno spirito del folklore giapponese che abita sul fondo di laghi, stagni e, appunto, fiumi. Personaggi come questi, direbbe Carl Gustav Jung (preso all’amo da Tsuda nei suoi mille ragionamenti, come una carpa koi), potrebbero essere le proiezioni di un inconscio turbato, ferito, alla disperata ricerca di pace e di serenità. Potrebbero. Anche perché alla fine Tsuda, invecchiato e pieno di acciacchi, nel tentativo di mettere al riparo da un tifone la propria imbarcazione, incrocia nuovamente i passi di Kotarô, intravisto all’inizio della sua avventura. Ma che cosa può averlo evocato, proprio lì, in quel momento? I ricordi di Tsuda? Oppure quelli di Kotarô? Che non sia proprio questo, il punto?

[Questo articolo è stato pubblicato sul numero di febbraio 2021 de L’INDICE DEI LIBRI DEL MESE.]

Una Città Di Pietre, Luce e Fumo [INDICE]


«Un disegno dal vivo dipende sia dalla posizione del soggetto che dalla precisa posizione della testa e degli occhi dell’artista,» spiega Herr Schenck, insegnante di disegno presso l’Accademia delle arti di Berlino. Marthe Müller, però, non è d’accordo. Originaria di Colonia, ha ricominciato a disegnare dopo undici anni, dopo che suo padre le ha detto di aver combinato il suo matrimonio con il figlio di un socio d’affari. «Ma forse non voglio essere un’artista,» confessa Marthe ai suoi compagni di corso. «Voglio seguire il mio intuito.» Decide, allora, di innamorarsi di Kurt Severing, il tormentato giornalista del Weltbühne, settimanale di arte, politica ed economia che ospita i pensieri degli intellettuali di sinistra. Jason Lutes, autore statunitense, ha impiegato più di vent’anni per trovare le immagini e le parole più adatte a dare vita a Berlin, complesso affresco storico della più grande città della Germania. Il risultato è un’opera degna di affiancare Berlin Alexanderplatz di Alfred Döblin e Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders. Mentre la leggiamo teniamo il passo delle intermittenze che segnano la storia d’amore tra Marthe e Kurt durante gli anni terribili della Repubblica di Weimar, il regime democratico nato alla fine della prima guerra mondiale che terminerà con la nomina di Adolf Hitler come cancelliere del Reich. Cinque anni che porteranno all’ascesa del nazismo, prima, e allo scoppio della seconda guerra mondiale, poi. Il tutto accompagnato dalle note saltellanti della musica jazz, dalle scene del cinema muto di Buster Keaton e dalla diffusione di innumerevoli movimenti artistici. Sono i segnali di un innegabile fervore artistico che, a mo’ di contraltare, fronteggia l’atmosfera decadente che culmina nelle rivolte armate che macchiano le strade di sangue innocente e nei rituali orgiastici voluti dalla ricca Margarethe von Falkensee.

«Un romanzo,» ha scritto Walter Benjamin, «è come il mare. Non conosce altra purezza che il sale.» Il sale di questo fumetto sono i suoi personaggi. Lutes, cresciuto con Le avventure di Tintin di Hergé, resta fedele ai principi della ligne claire, ma sa rendere caldo e pulsante il rigore della sua ricostruzione grazie agli innumerevoli tipi umani tratteggiati con meticolosità e rispetto. Tanti sono i personaggi esistiti realmente, come il caporedattore del Weltbühne, Carl von Ossietzky (Premio Nobel per la Pace per aver svelato la corsa clandestina agli armamenti della Germania), ma sono quelli di pura finzione che si imprimono con maggiore forza nel cervello e nel cuore del lettore: innanzitutto l’amante di Marthe Müller, Anna Lencke (che si identifica nell’uso di Herr, piuttosto che Fräulein); Silvia Braun, l’orfana ribelle (la madre, Gudrun, simpatizzante per il partito comunista tedesco, è morta durante il “maggio di sangue” del 1929, quando la polizia controllata dal Partito Socialdemocratico tedesco sparò contro la folla causando la morte di trentatré civili); David Schwartz, il figlio indomito di un severo rigattiere ebreo (strillone per conto del Giornale illustrato dei lavoratori). Per festeggiare i suoi vent’anni la Coconino, casa editrice fondata da Carlo Barbieri e Igort, ha pensato bene di unificare i tre volumi di Berlin (pubblicati tra il 1996 e il 2018) in un’edizione di lusso. La lettura adesso è avvincente come il binge watching di una serie televisiva. E i dubbi di Marthe a proposito delle regole della prospettiva e del punto di fuga, che fine hanno fatto? A un certo punto Kurt le ha spiegato che, in fondo, basta avere un punto di vista sulla realtà. Quando ce n’è una sola, però, di realtà. In un periodo storico complesso come quello che stiamo vivendo, quando l’idea di realtà corre il rischio di scomparire per via delle infinite filter bubble generate dai social network, il talento di Lutes di tratteggiare Berlino come un maelström generato dalle voci dei suoi abitanti rappresenta un’opportunità salvifica. Sono gli squarci rivelatori di una dimensione umana più primordiale, certo, ma più autentica. Sono le vere macerie di Berlin. È da queste macerie che occorre ripartire. Da questi pensieri che a volte si agitano nelle nostre teste come serpenti dentro una cesta di vimini. La storia non si ripete, suggerisce Lutes. Scorre indifferente come il fiume Spera che attraversa Berlino. E quando alla fine Marthe Müller, mentre fa ritorno a Colonia, tra le aspirazioni piccolo-borghesi della sua famiglia, immagina di scendere dal treno e di voltarsi e, proteggendosi gli occhi da un barbaglio di luce accecante, di sorprendere la città distrutta dai bombardamenti, quindi divisa da un muro tra Est e Ovest, infine così com’è oggi, raggelata in una foto a colori di Potsdamer Platz, là dove per la prima volta lei e Kurt hanno incrociato i loro destini, ecco — solo a questo punto comprendiamo che quanto il futuro ha in serbo per noi nessuno può saperlo. Ma, come sempre in passato, dipenderà dal coraggio che sapremo infondere nelle nostre scelte.

[Questo articolo è stato pubblicato sul numero di dicembre 2020 de L’INDICE DEI LIBRI DEL MESE.]

Fare I Fumetti Per Diventare Grandi. E Viceversa… [INDICE]


Quali sono le ragioni che spingono un affermato autore di fumetti a cimentarsi con un memoir? Almeno due. La prima tiene conto di una vena creativa oramai in via di esaurimento. La seconda prova ad assecondare le mode letterarie. A cimentarsi con il genere, questa volta, è Adrian Tomine. Nato a Sacramento, California, nel 1974, Tomine è un cartoonist nippo-americano di quarta generazione, figlio di genitori divorziati che hanno trascorso parte dell’adolescenza nei campi di internamento giapponesi negli Stati Uniti d’America durante la Seconda guerra mondiale. È il 1991 quando inaugura Optic Nerve, serie a fumetti messa sotto contratto dalla Draw and Quarterly nel 1995. È l’8 novembre del 2004 quando il prestigioso The New Yorker pubblica la sua prima, splendida copertina: “Missed Connection”. Quattro anni dopo Morire in piedi (Best Short Story agli Eisner Award del 2016) Tomine ci consegna il suo lavoro più intimo e personale. La storia, che finge di stare in un’agenda a quadretti (peccato che all’edizione italiana manchi la chiusura ad elastico dell’originale!), grazie a uno stile lieve e immediato procede spedita senza mai rinunciare al realismo tipico dell’autore (tanto che a un certo punto non può non chiedersi se il modo in cui si disegna gli occhiali non sia un espediente per mascherare l’identità etnica). La Solitudine del fumettista errante narra ventiquattro anni di vita e (quasi) altrettanti episodi patetici, tristi, meschini, dolorosi e malinconici. Come una pallina di baseball Tomine viaggia: San Diego, Albany, Boston, Angoulême. Tokyo. Tappa dopo tappa porta in tournée la propria opera. E la propria solitudine. Si imbatte in personaggi improbabili. Incappa in uno stalker che gli spedisce a casa un quaderno con sopra scritto: “ADRIAN – AVVISTAMENTI 2001-2002”. Incontra una fan straniera che gli chiede di rendere unica la copia del suo fumetto preferito: Ghost World di Daniel Clowes. Le situazioni imbarazzanti, insomma, non mancano Ma è Tomine il personaggio più imbranato e sfortunato. Insicuro, dubbioso, titubante. Prova soggezione nei confronti della paziente e protettiva Sarah (che da lì a poco diverrà sua moglie) perché: «Lavora in una casa editrice rinomata… Su libri veri… Quindi mi mette un po’ in soggezione perché sono solo un fumettista.» Allo stesso tempo pensa che proprio in quanto fumettista “alternativo” dovrebbe girare alla larga dai lavori di Frank Miller. «Ma cosa penserebbe il bambino di dieci anni che ero un tempo se mi vedesse in questo momento» si chiede a un certo punto. E centra LA domanda. L’unica che davvero conti.

Ma l’orgoglio riprende il sopravvento, purtroppo, quando l’autore de Il ritorno del Cavaliere Oscuro, durante le nomination degli Eisner Award, rinuncia a pronunciare il suo cognome (storpiato in Tomiin, Tu-mi-ne, Tumìn, Tamin…). Pervaso da un senso di narcisismo e di goffaggine in grado di adattarsi con estrema facilità alle mille e più storture della società dello spettacolo del fumetto, Tomine, pur di sbarcare il lunario, accetta gli incarichi più improbabili. Come per esempio salire a bordo di una fumetto-crociera con l’obiettivo di condurre delle «vivaci conversazioni» con un pubblico però interessato ad ascoltare unicamente Neil Gaiman, star della manifestazione. E cosa dire dell’edizione del 2016 del Festival di Angoulême, quando per fare uno scherzo ai partecipanti viene letta una finta lista di vincitori? La figlia maggiore di Tomine, Nora, gli chiede perché qualcuno ha pensato di fare una cosa del genere. «Sai, quando ero piccolo come te,» risponde Tomine, «se qualcuno mi faceva arrabbiare lo chiamavo “stupido idiota”. Non so da chi ho preso quell’espressione, ma l’ho ripetuta così tante volte che gli altri bambini scuola hanno iniziato a trovarla divertente. Allora se qualcuno mi faceva arrabbiare lo chiamavo “stupido idiota” e quello iniziava a ridere e la cosa mi faceva infuriare ancora di più! Quindi, in generale credo sia meglio non insultare nessuno, anche quando ti fanno arrabbiare. Però… la verità è che in giro ci sono proprio degli stupidi idioti!» È forse questa allora la terza ragione, la più autentica, ad aver spinto Tomine a scrivere questo memoir. Raccontare le centinaia di migliaia di chilometri percorsi assieme alla propria solitudine perché: «È strano quando la tua passione d’infanzia si trasforma in un lavoro». Mentre è in ospedale per degli accertamenti, Tomine riflette: «Ricordo che quando Nora e May erano piccole e cercavo di farle addormentare, impazzivo perché pensavo solo a quanto avrei voluto lavorare. Adesso posso disegnare tutto il giorno e non c’è niente che mi manchi di più di May e Nora da piccole.» La solitudine è una distanza che si apre come una voragine tra le persone che siamo adesso e le persone che abbiamo sognato di diventare. È bene provare a colmare questo vuoto. Il rischio è quello di diventare degli «stupidi idioti». E cosa andiamo a raccontare, poi, a quel bambino o a quella bambina che siamo stati un tempo?

[Questo articolo è stato pubblicato sul numero di ottobre 2020 de L’INDICE DEI LIBRI DEL MESE.]

Tre Punti Di Fuga [INDICE]


Che tipo di famiglia sono i Loony? Per quale motivo Maggie e David, dopo quarant’anni di matrimonio, decidono di divorziare? Ai loro figli, convocati nella grande casa costruita a pochi passi dall’oceano, sulla spiaggia, non resta che una cosa: farsene una ragione. Denis, il primogenito, è immaturo e impulsivo. Ha una moglie, Aki, sciatta e apatica, e un figlio, Alex, nato da poco. La notizia del divorzio dei genitori lo sconvolge. Si domanda: “Dov’è finito l’amore? Sotto al tappeto?” Mentre girella da una stanza e l’altra, trova una chiave in vecchio album fotografico. Quali misteri custodisce? Claire, la secondogenita, ha un problema: si è sposata troppo giovane. Ha avuto una figlia, Jill, e ha divorziato poco dopo. Un pomeriggio accetta l’invito a uscire della cognata. Due ore dopo si ritrova in un locale a ballare con uno sconosciuto. È ubriaca. Prende una pasticca. Quando va in bagno le capita un brutto incidente: nel tentativo di togliersi l’assorbente, la stringa per la rimozione le resta tra le dita zozze di sangue. Peter è il più piccolo, ha ventisei anni e vive da solo. Ha studiato in una scuola di cinema, ma ha combinato poco. Quando si fissa allo specchio si percepisce come un ranocchio, tipo Kermit la Rana. È solo. Disperatamente solo. Un mattino, mentre passeggia sulla spiaggia, incontra una ragazza: Kat. Kat lavora in un campo scuola. Durante una festa di compleanno, uno dei suoi bambini perde un dentino. Peter lo ritrova in mezzo alla sabbia. Se lo mette in tasca e non dice niente a nessuno. Sono questi i personaggi principali di Ombelico infinito (Coconino Press – Fandango, traduzione di Francesco Pacifico). L’autore, nato a Hollywood trentasette anni fa, è poco conosciuto in Italia. Negli Stati Uniti, invece, è un artista consacrato. “Ho visto il futuro del fumetto e il suo nome è Dash Shaw”, ha dichiarato David Mazzucchelli. Appassionato di animazione, Shaw ha inoltre scritto, diretto e prodotto un film, My Entire High School Sinking Into the Sea, con le voci di attrici e attori come Susan Sarandon, Maya Rudolf, Lena Dunham e Jason Schwartzman. A più di dieci anni dalla prima apparizione (Bottomless Belly Button è del 2008; Shaw aveva venticinque anni), i lettori italiani possono finalmente apprezzare questo lodevole tentativo di spingere il linguaggio del fumetto a contendersi la vetta del Grande Romanzo Americano. Se è vero, come ha detto Jonathan Franzen, che la letteratura made in USA oscilla tra il romanzo d’avventura, quello di Twain e di Hemingway, e il romanzo domestico, quello della Wharton e della O’Connor, Ombelico infinito di Dash Shaw mette in scena proprio questa fluttuazione. Verso l’esterno: quando Maggie esce di casa, si reca a fare la spesa ma, davanti alla cassa, si rende conto di non avere con sé la carta clienti (è David che la custodisce nel portafogli); verso l’interno: quando scopriamo la storia d’amore dei Loomy attraverso una serie di lettere (alcune crittate) scritte quando Maggie e David erano ancora giovani e innamorati. Insieme ad altre opere focalizzate sulle dinamiche di famiglie normali (Pastorale americana di Philip Roth, Le correzioni dello stesso Franzen, oppure I Tenenbaum di Wes Anderson, Happiness di Todd Solondz e Fun Home di Alison Bechdel), questo crudo, profondo, appassionato racconto (lungo più di settecento pagine) trascina il lettore in un percorso accidentato e spiraliforme volto a indagare tutto ciò che fa nascere, definisce e logora i rapporti famigliari.

Per conoscere una famiglia, dice Shaw, bisogna scrutare un orizzonte con tre punti di fuga; mettere assieme i frammenti che la sofferenza quotidiana sminuzza senza requie. I rumori di fantasmi che sente Jill, la figlia di Claire, li produce Denis percorrendo un passaggio segreto sotto il pavimento del secondo piano. La sedia che cade giù dal cielo e sfonda il tetto dell’abitazione non è un segno divino, ma ha preso il volo in spiaggia quando Peter l’ha legata con un numero esagerato di palloncini gonfiati ad elio. Le vocine di Claire (“Imitazione di mamma: «Non VEDI, Claire? Non VEDI cosa SIGNIFICA? Significa che devi SEDERTI e rilassarti.» Papà è il tipo silenzioso, stoico: «Ma lo sai come si cambia una ruota? Mi sai dire COME si cambia una RUOTA?!»”) rappresentano il desiderio di trattenere, di comprendere dentro di sé quello che andrà perduto. Ombelico infinito è una storia caustica, straziante, commovente, percorsa da un ritmo incontenibile. Le tavole, stampate in una preziosa tinta giallo sabbia, alternano una composizione serrata a una più distesa. Quando i Loony si mettono a tavola per la prima volta sono troppo nervosi e occorrono sedici vignette per fissare la polvere che vortica nell’aria incendiata dalla luce del tramonto. Nel finale, quando Maggie e David si dicono addio, ne bastano due per separare quarant’anni di vita assieme: la passione e l’indifferenza, il sesso e la noia, l’ostinazione e l’assenza, l’amore e il suo contrario. Senza più alcuna nozione di limite: infinito, appunto.

[Questa recensione è apparsa sul numero luglio / agosto 2020 de L’INDICE DEI LIBRI DEL MESE.]