Archivi del mese: aprile 2020

LOVE + CRAFT // video #01

“Se dico che Albert Vetch è stato il primo vero scrittore che abbia conosciuto, non è perché fosse riuscito, per un po’ di tempo, a vendere ai giornali quello che scriveva, ma perché, per primo, aveva avuto il male della mezzanotte, la sedia a dondolo, la bottiglia di bourbon accanto e l’occhio fisso, lucido d’insonnia, anche durante il giorno. È stato in ogni caso, a ripensarci, il primo scrittore, vero o presunto, che io abbia incontrato sul mio cammino, in una vita che, nel suo insieme, ha avuto forse un eccesso di esponenti di quella agra e mutevole razza. Ed è una sorta di modello che ancora oggi, da scrittore, porto con me. Spero di non essermelo inventato.”

Un po’ di tempo fa sono stato invitato a partecipare a un progetto: DECAMERETTE. Che cos’è? Riporto dalla pagina Instagram: “Streaming con amore da giovedì a domenica, per tutta la quarantena. Ogni mezz’ora con protagonisti diversi. Non-stop dalle 17 alle 22.” Ammetto di avere accettato, e con entusiasmo, soltanto al termine di lunghi ripensamenti, dovuti non tanto a questioni di riservatezza, o, peggio, di timidezza cronica, quanto di paura. Letteralmente di paura. Quella paura assordante e appuntita che mi assalta tutte le volte che per una ragione o per l’altra mi tocca di aprire la bocca per esprimere quello che penso. Con mezz’ora a disposizione, poi, cosa avrei mai potuto dire? Mi è venuto subito in mente, per fortuna, LOVE + CRAFT, il nostro osservatorio lovecraftiano. Ho deciso quindi di raccontare il mio primo incontro con il «solitario di Providence», avvenuto, pensate un po’, in una cameretta quando ancora non avevo dieci anni. Il resto lo trovate nel video. Qui di seguito, invece, trovate l’elenco dei testi che ho citato, assieme a una serie di link nel caso in cui — sinceramente, me lo auguro — sentiste il bisogno di procurarveli e di leggerli. Per finire, non escludo che all’interno della ricchissima programmazione di DECAMERETTE, LOVE + CRAFT possa diventare un appuntamento ricorrente. I tempi che stiamo vivendo — purtroppo: lo scopriamo ogni giorno sempre di più — sono incerti. Come mai prima, però, sento il bisogno di contrastare la dispersione del sapere — di ogni tipo di sapere — perché: “Il sentimento più antico e più radicato nel genere umano è la paura, e la paura più antica è quella dell’Ignoto”.

Il brano d’apertura è tratto da Wonder boys di Michael Chabon, Rizzoli.
Poi abbiamo:

(01)
Dylan Dog presenta: Almanacco della paura 1991, Sergio Bonelli Editore
(02)

Lovecraft, Tutti i romanzi e i racconti, Mondadori
(03)

Io sono Providence di ST Joshi, Providence Press
(04)
L’età adulta è l’inferno. Lettere di un orribile romantico, L’orma editore
(05)

On writing. Autobiografia di un mestiere di Stephen King, Sperling & Kupfer
(06)

I demoni e la pasta sfoglia di Michele Mari, il Saggiatore
(07)

The weird and the eerie di Mark Fisher
, Minimum fax
(08)

Leggere la terra e il cielo di Francesco Guglieri, Editori Laterza

Concludo leggendo:

O cameretta, che già fosti un porto
al corso di mia chiusa giovinezza,
intima pace e solida fortezza,
rifugio di penombra e mio conforto,

or dopo immensi giorni il sole è sorto
che perdere mi fa la tua certezza,
e vincere non so la mia tristezza
poi che m’accorgo che quel tempo è morto.

O cameretta, dolce mia prigione
che mi avvolgesti morbida e sicura
come la buona terra avvolge il seme,

altro orizzonte ho adesso, altra visione,
ma finché il tempo e la memoria dura,
noi nel mio spirto rimarremo assieme.

Un sonetto contenuto nella raccolta Dalla cripta di Michele Mari, Einaudi.

“Ho Assestato La Tana E Pare Riuscita Bene.”

Sei mesi prima di morire, Franz Kafka scrive un racconto (rimasto incompleto, come tanti altri suoi lavori) intitolato La tana. Pietro Citati, nella biografia Kafka, dice che si tratta del: “[…] più grandioso tentativo di claustrazione che sia mai stato compiuto in letteratura.” È il 1923. Per Kafka il sogno di trasferirsi in Palestina è ormai naufragato a causa del male che lo attanaglia: la tubercolosi. In una lettera spedita alla moglie di Hugo Bergmann, suo amico sionista, scrive: “Ora so con certezza che non partirò (come potrei mai partire?), ma la nave attracca, per così dire, con la sua lettera alla soglia della mia camera.” Per migliorare le proprie condizioni di salute, Kafka decide di trascorrere i mesi centrali dell’anno presso Graal-Müritz (dallo slavo morcze: “piccolo mare”), una cittadella che affaccia sul Mar Baltico. Poco distante dal luogo di villeggiatura, una gradita sorpresa: la colonia estiva della Casa ebraica di Berlino. A Kafka sembra di avere la terra di Canaan finalmente a portata di mano. È qui che incontra Dora Diamant, l’ultima compagna della sua vita. Nata e cresciuta in una famiglia chassidica, Dora legge la Bibbia e il Talmud in ebraico, affiancandoli ad altri testi di commento. Dora, però, è un mistero. Non sappiamo quanti anni abbia. Per Max Brod, amico e primo biografo di Kafka, ne ha diciannove. Altri biografi, invece, sostengono che ne abbia venticinque. Non conosciamo neppure il suo cognome. Kafka scrive: “Diamant”. Dora, invece, si firma “Dyamant”. La maggior parte delle lettere che i due si scrivono e spediscono saranno sequestrate e distrutte dalla Gestapo. La Palestina diventa di nuovo un sogno, ma venato di ironia. Assieme a Dora, Kafka immagina un luogo dove aprire un ristorante; lui, goffo e imbranato, lavorerà come cameriere, Dora invece, che non ha alcun talento per i fornelli, in cucina. Ogni cosa sembra plausibile e perfetta.
A un certo punto, però, l’atteggiamento nei confronti della Casa ebraica cambia. Kafka scrive: “Una visibile inerzia l’ha un poco danneggiata, altre inezie invisibili sono all’opera per danneggiarla ancora, come ospite, come forestiero, ospite stanco per giunta, non ho alcuna possibilità di parlare, di ottenere chiarezza, sicché mi allontano”. Il 22 settembre lascia Graal-Müritz e torna a Praga. Due giorni dopo raggiunge Dora. A Berlino la vita è difficile. Kafka dispone di poco denaro. Da Praga riceve una pensione che ammonta a 1044 corone cecoslovacche. Sua sorella Ottla, con l’aiuto dei genitori, riesce a fargli spedire diversi pacchi di generi alimentari. In segno di gratitudine, Kafka scrive: “[…] come siete tutti buoni con me, con questo fannullone che si fa assistere e non è nemmeno capace di ingrassare.” Soffre di insonnia e si lamenta per dei forti dolori alla schiena. Prova un’insopprimibile nostalgia. Citati scrive, sempre in Kafka: “Con la solita mania di completezza, avrebbe voluto vedere tutto quello che accadeva nell’appartamento sull’Altstädter Ring; la madre che, dopo il bagno, leggeva il giornale sul sofà: cosa faceva il padre, il mattino, il pomeriggio e la sera, se e quando si irritava con lui; cosa aveva mangiato a pranzo e a cena, cosa avevano raccontato le tre sorelle, quanti bambini avevano fatto chiasso nell’appartamento, e che combinavano lo zio e la governante… Ma, attraverso la gentilezza e la dolcezza dei modi, Kafka rimase inflessibile. Non voleva che i genitori venissero e trovarlo.” L’inflazione galoppa. L’affitto di una camera costa quattro milioni di marchi. Kafka trascorre buona parte del suo tempo a letto, meditabondo e febbricitante. Ma è costretto a cambiare appartamento per ben tre volte. Esce raramente. Quando lo fa, vaga in piazza del Municipio. Bighellona davanti alle edicole per leggere le prime pagine dei giornali. Salda il conto di un ristorante vegetariano pagando otto corone: mille miliardi di marchi. Quando il mal di testa gli concede un po’ di tregua, legge le vite dei pittori: Rembrandt, Degas, Rodin, Gauguin; Le avventure del barone di Münchhausen e La marchesa di O… di Heinrich von Kleist. I fantasmi notturni, però, quelli che pensava di essersi lasciato alle spalle durante il soggiorno a Graal-Müritz, sono tornati. Stavolta sembrano determinati a non mollarlo. All’amico Max Brod consegna questo splendido autoritratto, scritto in terza persona: “Ora, se anche il terreno sotto i suoi piedi fosse consolidato, l’abisso davanti a lui colmato, gli avvoltoi intorno alla sua testa scacciati, la tempesta sopra di lui calmata, se tutto ciò accadesse, be’, allora andrebbe benino.” Kafka cerca una via di fuga. Una sera costringe Dora ad accendere un fuoco in un secchio di metallo e a gettare tra le fiamme una dozzina di racconti, più un testo teatrale inedito. È un rito che Kafka intende attuare periodicamente vòlto a eliminare dalla faccia della terra tutto quello che ha scritto: Il verdetto, La metamorfosi e i romanzi che ancora deve portare a compimento: Il processo e Il castello. Il 23 ottobre 1922, scrive a Brod: “Se non scrivo dunque, è soprattutto, com’è ormai legge per me negli ultimi anni, per motivi ‘strategici’, non ho fiducia nelle parole e nelle lettere, non nelle mie parole e nelle mie lettere, voglio condividere il mio cuore con delle persone, non con dei fantasmi che giocano con le parole e leggono le lettere con la lingua penzolante. In particolare non ho fiducia nelle lettere, ed è una convinzione singolare che basti incollare la busta perché la lettera arrivi sicura davanti al destinatario. In questo, del resto, la censura di lettere al tempo di guerra, epoca di particolare audacia e ironica schiettezza dei fantasmi, ha agito in modo istruttivo.” Eppure. Kafka lavora a due racconti. Giuseppina la cantante, ossia Il popolo dei topi è l’ultimo che scriverà. Si tratta di una metafora del popolo ebraico: un’orda di uomini-topi stregati dal sibilo ovattato prodotto dalla ineffabile cantante Giuseppina. Metafora nella metafora: è il raschio prodotto dai polmoni di Kafka quando steso a letto prova a respirare tenendo sopra la gola un sacchetto pieno di ghiaccio. Ma è con La tana che Kafka tenta il tutto per tutto per fermare l’avanzata dei suoi fantasmi: inutilmente. Qual è l’animale che immagina, realizza e abita questo labirintico universo? Si tratta di una talpa, di un tasso, di un criceto? Sono state avanzate migliaia di ipotesi: tutte giuste, tutte sbagliate. I dettagli a nostra disposizione per ricostruirne l’aspetto sono volontariamente omessi. Sappiamo che a volte, dopo un raro sonno ristoratore, la creatura si sveglia e: “[…] lagrime di gioia e di sollievo luccicano ancora sui [miei] baffi.” Sappiamo che quando può, ama dormire standosene acciambellata. Sappiamo che le piace dare la caccia ai topini di bosco, e sappiamo che non si fa alcun problema a stritolarli tra le fauci per nutrirsene. Secondo Citati: “Il protagonista […] è una perfida autocaricatura di Kafka: un celibatario egoista, astuto, vorace, crudele, misantropo, narcisista, che molti anni prima, forse nella prima giovinezza, si è costruito la tana!” Un’autocaricatura che emerge in maniera ancora più spietata se pensiamo che questa tana, in realtà, sembra il vetrino di un microscopio; una superficie di grandezza data sopra la quale i nostri limiti, difetti, ambizioni e successi finiscono osservati in maniera distaccata. La parte centrale della tana è la cosiddetta piazzaforte, adoperata per stoccare le scorte di carne animale utili durante l’inverno; ignoriamo quanto sia vasta. Sappiamo soltanto che per quanta minutaglia ci finisca ammassata, alla creatura resta sempre un po’ di spazio per muoversi. “Per tali lavori, però, non possiedo altro che la fronte. Con la fronte dunque cozzai mille e mille volte per giorni e notti contro la terra ed ero felice se a furia di colpi mi sanguinava perché era la prova che la parete incominciava a essere salda e in questo modo, si ammetterà, mi sono bene meritato la piazzaforte.” Un senso di appartenenza così pieno e radicale che se anche in qualche modo la creatura restasse ferita lo accetterebbe perché: “il mio sangue imbeverebbe il suolo mio e non andrebbe perduto.” Dalla piazzaforte si dipartono dieci gallerie, “[…] ciascuna secondo il piano generale in salita o in discesa, dritta o curva, allarganti o restringenti”. Ogni galleria ospita degli slarghi — simili alle piazzole di sosta lungo le autostrade — che la creatura ha pensato bene di costruire per riposarsi tra una scorribanda e l’altra. Il più delle volte, tuttavia, la creatura corre, sgambetta, ruzzola, zampetta per sorvegliare la sua unica ossessione: l’ingresso. L’ingresso della tana è l’inizio e la fine. Il dubbio e la certezza. La speranza e la dannazione.  Secondo Citati: “Fuori dalla tana, sta il tempo finito: dentro, il tempo infinito. Fuori dalla tana, sta la debolezza: dentro la tana, la forza. Fuori dalla tana, sta la luce: dentro la tana, la tenebra, la sola che l’animale sconosciuto (e Kafka) voglia esplorare.”
Nella maggior parte delle opere di Kafka il limine tracciato tra la realtà esterna e quella interna, pur sottile e inafferrabile, è duro e irremovibile. Ne La metamorfosi, la realtà che assume i tratti di un incubo per il commesso viaggiatore Gregor Samsa, il quale si ritrova trasformato in un “insetto immondo” svegliandosi “da sogni agitati”, conosce il suo riflesso speculare nel piccolo lembo di campagna fuori città dove la famiglia Samsa, dopo l’uccisione del primogenito, si reca a riflettere circa “le possibilità per l’avvenire”. Nell’ultimo capitolo del Il processo, Joseph K. viene preso in consegna da due uomini e condotto in una cava. Qui viene fatto stendere a terra. Poi: “uno dei due si sbottonò la giacca e da un fodero che gli pendeva da una cintura stretta intorno al panciotto estrasse un lungo sottile coltello da macellaio, a due tagli, lo sollevò e ne esaminò il filo alla luce”. È il tempo finito che incombe: dalla finestra di una casa prospiciente la cava un uomo si affaccia per cercare di comprendere cos’è che i suoi occhi stanno guardando: “Chi era? Un amico? Un buon diavolo? Un sostenitore? Uno che voleva aiutare? Era un solo? Erano tutti? Era ancora possibile ricevere aiuto? C’erano obiezioni dimenticate?” Forse. C’è una cosa che resta, però; la vergogna, che dà l’impressione di voler sopravvivere, addirittura, quando Joseph K. esclama — e sono le sue ultime parole: «Come un cane!» Ne Il castello, la parabola dell’agrimensore K., che cerca di farsi accettare da Frida, dal Conte Westwest, dal sindaco Klamm, e dalla popolazione del misterioso villaggio, incontra un finale meno tragico, ma non meno crudele: nel ventesimo capitolo, ospite nella capanna del vetturino Gerstäcker, K. incontra la madre di quest’ultimo: “La stanza […] era fiocamente illuminata dalla fiamma del focolare e da un moccolo di candela, alla cui luce una persona, curva in una nicchia sotto un trave inclinato e sporgente, leggeva un libro. Era la madre di Gerstäcker. Ella porse a K. la mano tremula e se lo fece sedere accanto, parlava a stento, si faticava a capirla, ma quel che diceva” — il manoscritto, purtroppo, si interrompe. Max Brod, tuttavia, ha sempre detto che Kafka intendeva concedere a K. l’autorizzazione per restare al villaggio e, finalmente, lavorarci, il giorno stesso in cui un forte esaurimento nervoso lo avrebbe fatto ammalare gravemente e ucciso. Nulla di tutto ciò c’è ne La tana. A parte, come abbiamo detto, l’ossessione per l’ingresso. Collocato a una distanza di circa mille passi da una entrata fasulla — “[…] l’avanzo di uno dei tanti vani tentativi di costruzione” — si trova: “[…] coperto da uno strato spostabile di musco, il vero accesso alla tana che è al sicuro come può essere sicuro qualcosa al mondo”. Gestire questo punto della tana è difficilissimo per la creatura: “[…] là in quel punto del musco opaco posso essere colpito a morte e nei miei sogni c’è spesso un grugno bramoso che vi annusa continuamente. Realmente avrei potuto, si dirà, chiudere questo buco d’entrata, al di sopra, con uno strato sottile di terra battuta e più sotto con terra friabile in modo che bastasse un piccolo sforzo per aprirmi ogni volta la via d’uscita. Eppure non è possibile; proprio la prudenza m’impone di avere un’immediata possibilità di sfogo, la prudenza stessa esige, come purtroppo tante volte, che si metta a repentaglio la vita.”
La tana è una macchina di possibilità. Tale è l’opera di Kafka: “Ho in certo qual il privilegio non solo di vedere i fantasmi notturni nell’impotenza e nell’incuranza del sonno, ma di affrontarli in realtà con tutto il vigore della veglia e con una pacata facoltà di giudizio.” Tale è la vita di Kafka. “Avessi almeno qualcuno cui confidarmi, da poter mettere al mio posto di osservazione! Potrei scendere tranquillo. Con lui mi metterei d’accordo perché, durante la mia discesa e per parecchio tempo dopo, stesse a osservare la situazione e in caso di indizi pericolosi bussasse alla botola, altrimenti no.” Ma: “Di uno di cui ho fiducia guardandolo negli occhi potrei fidarmi altrettanto quando non lo vedessi e fossimo separati dalla copertura di musco?” La creatura può uscire dalla tana? Certo. Quando lo fa, però, che cosa accade? Scopre che non esiste libertà: “Scelgo un buon nascondiglio e tengo d’occhio l’ingresso della mia casa — dal di fuori questa volta — per giorni e notti. Sarà una sciocchezza, ma mi procura una gioia ineffabile e mi fa stare tranquillo. Mi sembra di non essere davanti a casa mia, ma davanti a me stesso mentre dormo e di avere la fortuna di poter dormire sodo e nello stesso tempo di sorvegliarmi attentamente.” Anche questa, però, è un’illusione: “Che sicurezza è quella che osservo da qui? Posso giudicare il pericolo che corro nella tana in base alle esperienze che faccio qui fuori? Hanno forse i miei nemici il fiuto giusto quando non sono dentro la tana?” Chi sono i nemici? Un aspetto poco chiaro: “Non li ho mai visti, ma ne parlano le leggende e io ci credo fermamente. Sono esseri sotterranei e nemmeno la leggenda è in grado di descriverli. Persino le loro vittime sono riuscite appena a vederli; essi vengono, si sente il raspare dei loro artigli immediatamente sotto di sé nella terra che è il loro elemento, e già si è perduti. E non vale essere nella propria casa, in realtà si è nella loro. Da essi non può salvarmi neanche quella via d’uscita; anzi probabilmente non mi salva in nessun caso, ed è invece la mia rovina: però è una speranza e senza di essa non si può vivere.” Il nemico produce un rumore, quando si avvicina; una sorta di fischio o sibilo. La creatura è disperata: “Perché sono rimasto tanto tempo protetto e incontro ora tanta minaccia? […] Speravo forse, quale proprietario della tana, di avere il sopravvento su chiunque arrivasse?” Il monito richiama alla memoria il passato, modificandolo, forse: “Io lavoravo allora, direi da piccolo apprendista, alla prima galleria, il labirinto era appena tracciato a grandi linee, avevo già scavato una piazzetta che però nelle misure e nel trattamento delle pareti era un disastro; insomma, tutto era talmente nella fase iniziale che poteva considerarsi soltanto un tentativo, una cosa che quando si perde la pazienza si può anche abbandonare senza molto rimpianto.” Cosa si può fare? Scappare? Combattere? Arrendersi? Quello che la creatura può fare, che può continuare a fare è condannarsi a un’impresa che metta assieme tutte queste opzioni: scavare; costruire una tana dentro la tana. Come aveva già pensato di fare, anni prima: “In questa cavità mi ero sempre figurato, e forse non a torto, di avere il più bel soggiorno che per me potesse darsi. Oh, attaccarmi a questa convessità, tirarmici su, scivolare giù, fare una capriola e ritrovare il terreno sotto i piedi, eseguire tutti questi giochi, per così dire, sul corpo della piazza, eppure non entro il suo spazio vero e proprio.” Per Citati: “Quando scriveva romanzi o racconti, [Kafka] non controllava la tenebra dal di fuori, seduto all’esterno del proprio abisso, come un osservatore sdoppiato che fingeva di essere dentro. […] era là dentro, come nessuno; eppure serbava un distacco, un controllo ottenuto nel cuore stesso della tenebra, indistinguibile dalla tenebra. Giocava con l’oscurità, saltava, camminava sul filo, come quell’esile, gracile, disperato saltimbanco della notte, che era sempre stato dai tempi della giovinezza”.