Sclavi [RS]

In occasione dei trent’anni di Dylan Dog, lo scorso 18 ottobre ho pubblicato su Rivista Studio — che ringrazio sempre per ospitare i miei papielli — un articolo che un po’ raccontava le fortune editoriali dell’Indagatore dell’Incubo (perché non era possibile fare diversamente), e un po’ affrontava il mistero del suo creatore, Tiziano Sclavi, ripercorrendo e in parte analizzando i suoi romanzi; oggi, purtroppo, introvabili. Quella che potete leggere di seguito è una parte dell’articolo che per esigenze editoriali è stata tagliata.

La cosa misteriosa che vive dentro Tiziano Sclavi

In difesa dei romanzi di Tiziano Sclavi verrebbe la pena citare Stephen King, che, in On writing. Autobiografia di un mestiere, assicura che molto spesso: “[…] uno scrittore è il peggior giudice del suo lavoro”. Per dimostrare quanto il talento narrativo di Tiziano Sclavi sia stato capace di esprimersi pienamente tanto nei romanzi quanto nelle sceneggiature, basterà prendere in considerazione la sua ultima opera narrativa, Il tornado di valle Scuropasso menzionato poco fa. Attraverso il racconto in prima persona di un uomo che, a seguito di un brutto esaurimento nervoso, si ritira a vivere da solo in una casa in mezzo ai boschi (soltanto l’ultima pagina lascerà emergere un’altra, sconvolgente versione dei fatti), Sclavi decide di giocare con la verità e la finzione e di fare i conti con tutte le problematiche che hanno segnato alcune delle fasi più delicate della propria esistenza: l’alcolismo, innanzitutto; ma anche la depressione, la psicoanalisi, l’elettroshock (il protagonista del Tornado si chiede, a un certo punto, per quale motivo conosce il nome di Ugo Cerletti, ideatore della teoria elettroconvulsivante). Questo appare evidente a quei lettori che hanno avuto la costanza (ma vorrei dire: la premura, l’affetto) di imparare a conoscerlo, recuperando le rare interviste preziose che ha rilasciato nel corso del tempo. L’uomo che narra la storia de Il tornado ha ingaggiato una spietata battaglia contro l’informe, gelatinosa materia oscura che è diventata la sua vita. Cerca di restare sobrio, ma senza successo (“Solo un bicchiere, penso. Anche se gli Alcolisti Anonimi dicono: uno è troppo e cento sono pochi. Ma loro non hanno visto quello che ho visto io”). Prova a rievocare i ricordi della moglie (“Il bosco era bello, sì. Ma pensarlo mi faceva ricordare Viviana. Volevo pensare a lei il meno possibile.”) e della figlia Chiara (“Non mi ricordavo il viso di mia figlia. Non mi ricordavo quanti anni aveva. Quando era nata.”), ma non ci riesce. Cerca di attenersi alla terapia farmacologica del dottor Deicas (“«Come si sente oggi?» «Mi sembra meglio. Cosa mi ha dato? Benzodiazepine? Imao? » «Non glielo dico. Buona serata.»”), ma poi butta tutto in un cestino. Prova a rassegnarsi di fronte alla possibilità che il suo gatto, Silvestro, possa essere stato investito da un’auto di passaggio (“Se avesse pensato Dio, Gatto Infinito, eccomi, vengo nella tua luce?”). Durante il succedersi di una narrazione sempre più allucinata, l’uomo viene perseguitato da una serie di strani fenomeni. C’è un rumore enigmatico che di notte non lo lascia dormire (“Un suono elettronico. In cielo. Un suono elettronico volante.”). C’è un negozio che appare e scompare (“Sono tornato al supermercato a restituire i dvd. Il supermercato non c’era più. C’era un immenso spazio asfaltato, vuoto. Così grande che sembrava finisse alle montagne, così nitide in quel giorno così sereno. [Sembrava] un’immensa pista d’atterraggio per gli UFO.”). C’è un corpo che si nasconde nel serbatoio della caldaia (“La cosa era arrivata a pelo dell’acqua. Non era di questo mondo. Era un alieno. E mi guardava”). All’origine di questi fatti, poi, si nasconde un inspiegabile avvenimento legato all’infanzia del protagonista: il tornado di valle Scuropasso, appunto. “C’era mia mamma seduta su una sedia. Cuciva. Non so cosa faceva. Avevo cinque anni. Non sapevo cos’era un tornado. «Una tromba d’aria» ha detto mia mamma. «L’aria si mette a girare e diventa come una colonna che va dalla terra al cielo. Porta su le cose. E anche la gente. I bambini.» Il vento batteva contro le persiane chiuse. Bussava. Avevo paura. Ma era bello.” All’interno di un meccanismo narrativo congegnato perfettamente, e capace di svelare a poco a poco i confini del delirio psicologico che imprigionano la mente dell’uomo, Sclavi innesta — quasi si trattasse di spie luminose — una serie di segnali che consentono all’occhio più smaliziato di rievocare l’intero corpus della sua produzione, sia narrativa che fumettistica. Valle Scuropasso, per esempio, dista appena qualche chilometro da Buffalora, l’immaginaria cittadina dell’Oltrepò Pavese che ospita il cimitero dove vive e lavora in qualità di custode Francesco Dellamorte — prototipo nostrano di Dylan Dog. L’ossessione per gli UFO riprende nei suoi toni più cupi e rivelatori, più apocalittici, all’interno della cosiddetta Trilogia Extraterrestre: tre storie di Dylan Dog intitolate Terrore dall’infinito (n. 61), Quando cadono le stelle (n. 131), Lassù qualcuno ci chiama (n. 136), legate alla vicenda di uno sfortunato rapito, Whitley Davies. L’autolesionismo nel Tornado (“Potevo essermele fatte io, quelle ferite. Da una vita mi facevo del male. Tagliandomi”) è presente anche ne La circolazione (“Una volta, ricordo, mi tagliai con un bisturi da grafico. Disinfettai la lama e il mio braccio destro, poco più sotto della piega del gomito. Mi praticai due taglietti veloci, senza sentire dolore. Schiacciai la pelle intorno per far uscire il sangue e mi veniva da ridere. Era divertente”). La sindrome da acquisto compulsivo presente nel Tornado (“C’era un grande supermercato non molto distante, appena fuori Buffalora. Avevano una piccola libreria e un reparto di dischi, videogiochi e dvd. […] Una volta io e Viviana andavamo lì per comprare due cose e uscivamo con il carrello stracolmo”) c’è in Apocalisse, quando Cora, la moglie del protagonista, visita un piccolo emporio e: “in uno scaffale vide delle scatole di zampironi. Ricordò sorpresa di non aver notato neanche una zanzara da quelle parti, neanche di notte. Comprò una scatola di zampironi. E poi prosciutto, salame, sottaceti, crackers, patatine, detersivi. Lasciò un bel po’ di soldi anche in macelleria.”); e c’è anche in Non è successo niente, quando il personaggio di Mauro, fumettista di successo, ammette che: “Ho fatto un sacco di soldi con i diritti d’autore […], miliardi.” E, parlando a nome dei suoi amici colleghi, aggiunge: “Credo che nessuno di noi li abbia mai neanche investiti, sti soldi. Al massimo qualche pronto termine, ma vogliamo averli tutti lì a disposizione da spendere, magari un giorno usciamo e vediamo un jukebox anni Quaranta che costa duecento milioni, e via, duecento milioni, tre, quattro, sei mesi di diritti. Che poi è un caso limite, in realtà li buttiamo in libri, e cidì, e cidiròm, e statuine di Guerre Stellari o di Alien, mica compriamo la Jaguar o la villa a Portofino. […] Niente, ripeto, siamo dei poveri in licenza premio.” Nel Tornado ci sono le canzoni, presenti sia in Dellamorte Dellamore che ne La circolazione del sangue. Mentre Non è successo niente — che omaggia, sia nel titolo che nella copertina della prima edizione rilegata, lo scrittore e illustratore francese Roland Topor — pare diventare, addirittura, un capitolo a sé del Tornado, quando il narratore, impegnato a ricostruire il succedersi confuso degli eventi, scrive appunto che: “Non è successo niente.” Altra tematica rilevante è il rapporto con la scrittura. Il protagonista del Tornado ammette: “Ero stato abbastanza popolare, una volta. Più per i fumetti che per i romanzi. […] Molti mi chiedevano come si scrivono i fumetti. Ecco una pagina di fumetti.” E qui — a sorpresa — riporta proprio l’inizio di una delle sceneggiature più celebri di Dylan Dog, il n. 19, Memorie dall’invisibile — omettendo, però, il nome del disegnatore dell’albo, quel Giampiero Casertano che, nelle indicazioni originali, così veniva esortato da Sclavi: “Comunque ATMOSFERA, Casertano! ATMOSFERA!”). Ancora: c’è un episodio, nel Tornado (“Sono andato a Buffalora, come al solito quasi deserta. Nella piccola piazza della chiesa c’era un astronauta. Fluttuava nell’aria prono, sospeso a tre metri da terra. Teneva le braccia larghe e le gambe leggermente divaricate, come se galleggiasse nell’acqua di una piscina.”), che viene raccontato, in maniera pressoché identica, anche ne La circolazione del sangue (“Arrivato quasi in fondo, più o meno dove, alla sua destra, cominciava il sagrato della chiesa, alzò la testa e vide un uomo coricato nell’aria, sospeso a pancia in giù tre metri sopra l’asfalto, in mezzo alla strada. L’uomo teneva le braccia larghe e le gambe leggermente divaricate, come se galleggiasse nell’acqua di una piscina, guardando il fondo.”) Quasi che i mondi abitati da questi due narratori inattendibili — un malato di mente nel Tornado; un uomo dotato di una coscienza immortale ne La circolazione — fossero in comunicazione tra di loro, votati allo scambio di paure, fobie, allucinazioni; sogni, forse. E fantasmi. Ci sono un sacco di fantasmi, in queste storie. Pur di catturarli, Sclavi adopera le tecniche narrative più differenti. In Nero. altera i pieni temporali utilizzando indifferentemente flashforward e flashback, mentre in Dellamorte Dellamore inserisce una Voce fuoricampo che commenta tutto ciò che accade. Nel Tornado fa uso di espressioni cinematografiche (“Silvestro. Era là, lontano. Zoom. I suoi occhi erano enormi e luminosi. Zoom. Nelle sue pupille c’era il riflesso dell’incendio.”) e ricorre alle onomatopee dei fumetti: CRAAAAAACK, per il rombo di un tuono, SBAM, per una porta finestra che sbatte, DRIIIN, per un telefono che squilla. Leggendo i suoi romanzi impressiona la capacità che ha il suo stile di passare da un registro neutro, asettico, sterilizzato — come in Mostri, Sogni di sangue e Apocalisse — a un gergo spurio, contaminato, imprevedibile, che spesso e volentieri ricalca pedissequamente il parlato (traslando in modo sempre diverso le interiezioni “be’”, “beh”, “beh” e “bè”, oppure inventando improbabili trascrizioni fonetiche per espressioni come “l’wiskey”, per dire “il whiskey”, oppure “quelaltro”, per dire “quell’altro”), come in Le etichette delle camicie e in Non è successo niente. Proprio in quest’ultimo farà dire allo scrittore Cohan: “È inutile che cerchi una storia da raccontare. È il linguaggio che devo trovare, come ho sempre fatto. Io non racconto storie, racconto il modo di raccontarle.”

[Continua a leggere su Rivista Studio.]

Manson [RS]

Il 13 settembre scorso ho pubblicato su Rivista Studio un articolo che tentava di ripercorrere la storia di Charles Manson e della sua comune hippie, la Famiglia. Affrontavo il Caso Tate — ovvero: l’uccisione di Sharon Tate, Jay Sebring, Abigail Folger, Voytek Frykowski e Steve Parent, la notte del 9 agosto del 1969, al 10050 di Cielo Drive — e il Caso LaBianca — ovvero: l’uccisione dei coniugi Leno e Rosemary LaBianca, la notte del 10 agosto del 1969, al 3310 di Waverley Drive. L’ordine degli omicidi era stato dato da Charles Manson, mentre i delitti erano stati commessi da alcuni appartenenti alla Famiglia; in particolare: Patricia Krenwinkel, Susan Denise Atkins, Leslie Van Houten, Charles Watson, Bruce McGregor Davis e Steve Grogan. Nell’articolo, tra le altre cose, ricostruivo la vita di Charles Manson, le fasi più importanti del processo — terminato il 25 gennaio del 1970, con un verdetto di condanna a morte; abolita in California nel 1972 — e provavo ad affrontare il mistero delle ragazze; di tutte quelle ragazze che a un certo punto della loro esistenza, quando, evidentemente, erano più sole e vulnerabili, incrociavano i passi di questo oscuro, misterioso individuo. L’articolo nella sua prima versione contava poco più di trentaseimila caratteri ed è stato accorciato per esigenze editoriali. Qui di seguito potete leggerne l’inizio nella sua versione originaria.

Vi rendete conto di chi state crocifiggendo?

Le ragazze hanno nomi inventati. Si fanno chiamare Louella Maxwell Alexandria, Manon Minette, Donna Kay Powell, Elizabeth Elaine Williamson, Linda Baldwin, Sandra Collins Pugh, Rachel Susan Morse, Mary Ann Schwarm, Cydette Perell, Dianne Bluestein, Beth Tracy, Sherry Andrews. Vogliono dimenticare il passato. Vogliono avere una mente libera. Sono giovani, di bell’aspetto, in rottura con ogni forma di autorità. Hanno un sacco di cose da odiare e cercano disperatamente qualcosa in cui credere. A un certo punto della loro vita è sembrato che tutte — come per effetto di uno strano incantesimo, oppure di una stregoneria — si trovassero a girovagare per le strade di San Francisco. Per conoscere un uomo. Un certo Charlie. “Charlie è l’unica persona che abbia mai incontrato su questa terra che sia un uomo completo. Non ha mai accettato parole arroganti da una donna. Non si lascia convincere a fare qualcosa da una donna. È un vero uomo”. “Charlie cambia ogni secondo. Può diventare qualsiasi cosa voglia. Può assumere qualsiasi espressione voglia in qualsiasi momento”. “Una volta ero nel deserto e ho visto Charlie raccogliere un uccello morto da terra. E poi ho visto Charlie soffiare sopra le ali dell’uccello e ho visto l’uccello volare via”. “Una sera Charlie mi ha chiesto se avevo mai fatto l’amore con mio padre. Io l’ho guardato e quasi sorridendo ho risposto: No. E lui mi ha detto: Ti sei mai immaginata di fare l’amore con tuo padre? Io ho risposto: Sì. E lui mi ha detto: Bene, adesso, quando facciamo l’amore, immaginati che io sia tuo padre. Io l’ho fatto, ed è stata un’esperienza meravigliosa. Charlie mi ha dato la fiducia in me stessa necessaria per potermi riconoscere come una donna”. Charlie è Charles Manson. Il controllo che Charles Manson esercita su queste ragazze non passa attraverso la somministrazione di sostanze psicotrope (come si potrebbe erroneamente credere), ma attraverso il sesso. Charlie riduce a brandelli gli ultimi scampoli della moralità di queste ragazze: infrange i loro tabù, vanifica l’effetto dei loro freni inibitori. Riesce, alla fine, ad avere la meglio sulla loro forza di volontà. Riesce a comandarle. Riesce a farle uccidere.

[Continua a leggere su Rivista Studio.]

Clowes [RS]

“PATIENCE”, il nuovo fumetto di Daniel Clowes, è da oggi disponibile in tutte le fumetterie e librerie. Lo pubblica, in contemporanea con l’edizione americana, la BAO Publishing. Un po’ di tempo fa, su Rivista Studio, è uscito un mio pezzo su Clowes, e su EIGHTBALL. Un pezzo che con grande stupore — mio e di mia moglie — è stato segnalato anche sulle pagine de Il Post Libri. Ne riporto di seguito l’inizio.

L’arte è una brutta copia di se stessi

Quand’era ancora un ragazzino, Daniel Clowes era solito partecipare alla Fiera dell’Arte del piccolo quartiere di Chicago in cui abitava. Sistemava un tavolino appena fuori dal perimetro di accesso dell’evento per non pagare la tassa di ammissione e, disegnando il più possibile, tentava di tirar su qualche dollaro. Quando le persone si fermavano incuriosite, quello era per lui il lavoro più bello del mondo; quando invece, impassibili, sfilavano senza fermarsi, diventava alquanto deprimente. Un giorno, spinto dalla curiosità, Clowes pagò il biglietto della fiera, e, gironzolando tra i padiglioni, incontrò Davo: un professionista delle caricature che realizzava ritratti con la tecnica dei pastelli. Clowes restò così colpito dal lavoro di Davo che, al ripetersi di ogni Fiera dell’Arte, prese l’abitudine di frequentare il suo stand per rubargli il mestiere. Tempo dopo, con le prime storie a fumetti già pubblicate, si imbatté in un manuale di caricature. L’autore — che strana coincidenza — sembrava rifarsi pedissequamente allo stile di Davo. Inoltre, le pagine del manuale erano fitte di annotazioni raccolte durante i tour estivi nelle fiere di paese (come la Fiera dell’Arte) e contenevano riflessioni cariche di profonda tristezza e alienazione. Fu lo spunto da cui nacque Caricature: la storia di Eightball che ha cambiato per sempre il mio rapporto con il fumetto.

[Continua a leggere su Rivista Studio.]

mgs [RS]

Quando ho iniziato a scrivere questo articolo — la celebrazione di una delle più grandi saghe videoludiche che siano mai state realizzate: Metal Gear Solid (MGS, d’ora in avanti) — avevo in mente diversi obiettivi: (01) riassumere minuziosamente l’intera saga — quasi si trattasse di un previusly montato all’inizio di una serie tv; (02) trattare esaustivamente la storia delle console — partendo dal Magnavox Odyssey (1972) per arrivare alla Xbox One (2013); (03) raccontare obiettivamente le ragioni di un successo così duraturo — MGS è un brand che va avanti da quasi trent’anni; (04) indagare scrupolosamente un curioso fatto di cronaca — una storia vera: con tanto di associazioni internazionali coinvolte, furti d’identità e una rarissima malattia genetica. Tutti questi obiettivi io ho cercato di rispettarli. Anche se credo, in completa onestà, di non esserci riuscito; almeno nelle modalità espresse — perché, assieme alle parole, anche gli avverbi sono importanti. Ciò che mi ha impedito di soccombere — al solito: la mancanza di tempo a disposizione, la preparazione teorica inadeguata, la pigrizia congenita, la convinzione di non possedere alcun vero talento per la scrittura — l’ho tenuto a bada, anzi, meglio: l’ho combattuto e rispondo grazie a una sensazione di nostalgia che a un certo punto si è impossessata di me, e che ho provato quando mi sono accorto che, in fondo, la storia di MGS si sovrappone in buona parte alla mia. Di quando da bambino mio padre mi accompagnava a comprare le cassette per il Commodore 64. Di quando da ragazzino mettevo da parte i soldi della paghetta per le cartucce per il Super Nintendo. Di quando da adolescente pensavo di risolvere i problemi che avevo attorno standomene per delle ore attaccato alla Playstation. È una storia che mi appartiene, quindi. E che credo appartenga a molti di voi. E non raccontarla sarebbe stato un bello spreco.

(Continua su Rivista Studio.)