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Una Voce Di Dentro [ilPOST]

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In casa, da bambino, era più facile trovare una videocassetta con il teatro di Eduardo De Filippo che di Pirandello o Goldoni. Per non parlare di Ibsen. Tutte cose che avrei recuperato in seguito da solo, crescendo, e cercando di affrancarmi dal peso di una tradizione che ho sempre sentito asfissiante. Ma, verso i sette, gli otto anni, Eduardo avevo in casa e io Eduardo guardavo. Poteva andarmi peggio. Anche se la stima che i miei famigliari tributavano al drammaturgo mi faceva un poco vergognare quando non riuscivo a trovare interessanti tutte, ma proprio tutte le sue commedie. Ce n’era una, però, che quando ero piccolo mi piaceva particolarmente: “Le voci di dentro” (1948). Narra la storia di Alberto Saporito, un organizzatore di feste popolari che, a seguito di un incubo, accusa i propri vicini di casa, la famiglia Cimmaruta, di avere commesso un terribile omicidio. Ora: il rapporto fra la realtà e il sogno è sempre stato un tema ricorrente nelle opere di Eduardo De Filippo. Due esempi. In “Natale in casa Cupiello” (1931), Luca Cupiello tralascia la maggior parte dei problemi che affliggono la sua famiglia (la figlia Ninuccia, sposata, ha una storia con un altro uomo) per dedicarsi alla costruzione di un focolare ideale, rappresentato dal presepio. In “Questi fantasmi!” (1945), Pasquale Lojacono, troppo impegnato a fittare a pensione le camere del proprio appartamento, scambia le visite di Alfredo, l’amante di sua moglie Maria, per le apparizioni di un benevolo fantasma. Ma torniamo a “Le voci di dentro”. Si tratta di una commedia in cui i turbamenti nascono dagli orrori prodotti dalla seconda guerra mondiale. Ed è proprio con una serie di incubi che inizia la commedia. Nel primo atto siamo nella cucina della famiglia Cimmaruta. È mattina presto. Rosa Cimmaruta, la sorella del capofamiglia, e Maria, la cameriera, sono sveglie, preparano la colazione. Con loro c’è Michele, il portiere del palazzo, venuto a portare la spesa. Tra una chiacchiera e l’altra, improvvisamente Maria ricorda il sogno che ha fatto la notte. E lo racconta. Si tratta di un sogno spaventoso, complicato. Pieno di personaggi inspiegabili e di fatti strani. C’è un verme bianco che va in chiesa e un senzatetto che si trasforma in una fontana. Che vi devo dire? Adoravo questo momento de “Le voci di dentro”. Appena terminava il monologo di Maria, mandavo indietro la VHS e lo riguardavo. C’era una cosa de “Le voci di dentro”, però, che non mi convinceva: una battuta che pronunciava Michele, il portiere, al termine del sogno di Maria. Una battuta che io trovavo sbagliata. Pronunciata fuori tempo. Possibile? Un attore della compagnia di Eduardo che sbagliava? Cosa avrei dovuto fare, andare a raccontare ai miei famigliari che avevo trovato un errore nel teatro di Eduardo De Filippo? Non mi avrebbero mai creduto. Piuttosto avrebbero negato. Peggio ancora: mi avrebbero accusato di essere un presuntuoso. Pertanto non confidai a nessuno quella mia impressione. Poi, qualche tempo fa, la rivelazione. Cercando su You Tube proprio “Le voci di dentro”, ho trovato il filmato intero della commedia — con addirittura i sottotitoli integrati in inglese. Ho iniziato a guardarla e cosa ho scoperto? Che della rappresentazione de “Le voci di dentro” che ho sempre guardato, quella del ’78, esistono due versioni. Una integrale, scoperta da poco, e un’altra ridotta, con diverse scene del primo atto tagliate: in pratica, quella che vedevo da piccolo. La battuta di Michele che mi dava tanto fastidio, quindi, non era sbagliata. Apparteneva semplicemente a una versione della commedia più corta. Non solo. La versione integrale di “Le voci di dentro” conteneva altre sorprese. Al sogno della cameriera Maria, infatti, seguiva il sogno di Rosa Cimmaruta. Un sogno ancora più strano, dove gli incubi del secondo conflitto mondiale — lo sterminio del popolo ebraico, innanzitutto; in grado di trasfigurare un pranzo a base d’agnello in un pranzo per cannibali — emergevano in tutto il loro indicibile orrore. Il sollievo che ho provato! Eduardo De Filippo, allora, era davvero infallibile. E la stima che ho sempre avuto per i miei famigliari può fortunatamente rimanere, come la loro per Eduardo De Filippo, intatta.

(pubblicato su IlPost)

Un Desolato Stillicidio — PARTE DUE [ilPOST]

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Kerouac, a dire il vero, non è tanto sicuro di cosa significhi beat generation. A Times Square, così come nei locali del Village, beat significa “dentro e fuori”, e “convinto in maniera intensa”. Beat però significa anche “povero, depresso, emarginato, disgraziato, barbone, triste, uno che dorme nella metropolitana”. Come se non bastasse, beat significa pure “beato nel senso della parola italiana: essere in uno stato di beatitudine, come San Francesco, cercando di amare tutte le forme di vita, cercando di essere assolutamente sinceri con tutti, praticando la tolleranza, la gentilezza, coltivando la gioia nel cuore”. Kerouac, ad ogni modo, si considera beat: “credo nella beatitudine e credo che Dio abbia amato il mondo a tal punto da dargli suo figlio unigenito.” L’unica cosa certa è che senza sua madre Kerouac scriverebbe molto meno. In Presentazione di Kerouac (1960) dirà: “[…] con lei vivo una specie di vita monastica che mi ha permesso di scrivere così tanto.” La madre di Kerouac, Gabrielle Ange Lèvesque (o L’Evesque), è una donna profondamente cattolica. Per non dire bigotta. Le pareti della sua casa di Lowell, nel Massachusetts, sono tappezzate con l’immagine di santa Teresa di Lisieux. È razzista, omofoba e odia gli ebrei. Con Kerouac parla joual, il francese québécois. Per lei (per «mémêre») Kerouac sarà sempre «Ti Jean», il piccolo Jean. Data questa situazione, maturare delle convinzioni in merito a una questione delicata come la religione e la sessualità è per Kerouac difficilissimo. Soffre molto. Finendo per scaraventarsi in un baratro di contraddizioni nel quale cerca di annegare l’angoscia e l’inquietudine tramite l’alcol e le droghe. Nel 1941, a seguito del bombardamento giapponese di Pearl Harbor, Kerouac decide di arruolarsi. Si imbarca su un mercantile, il Dorchester, e subisce violenza “da parte di un cuoco libidinoso, cattivo e grasso”. Tra la primavera e l’estate del 1942, quando di anni ne ha venti, frequenta varie donne, ma accetta un rapporto orale da un automobilista che gli offre un passaggio. Il 3 ottobre del 1948 scrive a Neal: «I posteri rideranno di me se pensano che ero frocio… i piccoli studenti rimarranno delusi. A quell’ora la scienza e i sentimenti intuitivi avranno dimostrato che è VIZIO, MALVAGIO, non amore, dolce… e Kerouac sarà un poveraccio da compatire. A questo mi oppongo. Non sono uno scemo! un frocio! Non lo sono». L’episodio più famoso, tuttavia, resta quello assieme a Gore Vidal. Nel 1949, al Metropolitan, Vidal è in compagnia di un amico il quale avrebbe addirittura pagato Kerouac per fare sesso con l’autore di Myra Breckinridge (1968). Entrambi gli scrittori elaborano l’episodio all’interno delle loro opere narrative. Problemi di tipo morale, tuttavia, emergono anche quando Kerouac si trova alle prese con una relazione eterosessuale. In Maggie Cassidy (1953), per esempio, Kerouac ricorda Mary Carney, una ragazza irlandese dai capelli rossi che gli fece perdere la testa quand’era ragazzo. Mary voleva sposarsi e avere dei figli; nel 1939 Kerouac ha appena diciassette anni e per la sua famiglia è una cosa fuori discussione. La volontà di controllare la propria frenesia sessuale procede di pari passo con il bisogno di scovare dei posti dove potersene stare tranquillo a riflettere e a scrivere. Ne I vagabondi del Dharma (1958) racconta l’esperienza compiuta tra Berkeley e San Francisco accanto a Gary Snyder, poeta e studioso di misticismo orientale. L’idea è questa: l’impegno nelle pratiche meditative, assieme all’interesse per il buddismo (nato nel 1953 a seguito dello sconforto dovuto alla lunga ricerca di un editore per Sulla strada), dovrebbe aiutarlo a gestire l’istinto sessuale; quello che nelle sue lettere Kerouac chiama “la bestia”. Il bisogno di isolamento e meditazione (a seguito della fama raggiunta con la pubblicazione di Sulla strada) viene raccontato anche in Big Sur (1962), mentre in Angeli di desolazione (1965) Kerouac si spinge fino alle cime innevate delle High Cascades per rielaborare una propria esperienza lavorativa come avvistatore di incendi. I tempi, però, sono cambiati. Gli anni Sessanta non sono gli anni Quaranta. Adesso, quando Kerouac tira fuori il pollice, non c’è più nessuno che si ferma per dargli un passaggio. L’America è diversa: famigliole benestanti e, quel che è peggio, benpensanti, hanno preso il sopravvento. Come se non bastasse, c’è una distanza sempre più grande tra Kerouac e i suoi personaggi. Scrive in Big Sur: «In tutta l’America i ragazzi delle superiori e delle università pensano: “Jack Doluoz [uno dei suoi tanti alter ego letterari. NdA] ha ventisei anni ed è sempre sulla strada a fare l’autostop” e invece eccomi qui a quasi quaranta, disgustato e stanco nella cuccetta di uno scompartimento che sfreccia attraverso il Deserto Salato.» Non fosse per mémêre, comunque, Kerouac non viaggerebbe così tanto. Nel 1943 vive a Ozone Park, un quartiere operaio del Queens, al primo piano di un appartamento tra Cross Bay Boulevard e la 33a avenue. Quando, qualche tempo dopo, decide di raggiungere Ginsberg e Cassidy a Denver, chiede a sua madre i soldi per il biglietto dell’autobus. Ed è sempre sua madre, nel 1956, a mandarlo a New York, permettendogli di consegnare di persona il dattiloscritto di Sulla strada. L’anno seguente, a bordo di un autobus Greyhood, Kerouac viaggia assieme a Gabrielle dalla Florida alla California; una lunga traversata scandita da una serie di cocktail a base di aspirina, Coca Cola e bourbon inventati da mémêre. Con i soldi guadagnati grazie alla pubblicazione di Sulla strada, Kerouac compra finalmente una casa. È al numero 34 di Gilbert Street, a Northport, Long Island. Invece di dimostrarsi più accondiscendente nei confronti del figlio, però, Gabrielle scrive una lettera ai miserable bumbs (Ginsberg e Burroughs, orribili drogati nonché maniaci sessuali) chiedendo loro di lasciare in pace il suo Ti Jean. Ciononostante, per Kerouac lei è “l’unica donna che mi accetti davvero quando torno a casa.” A proposito degli amici che lo prendono in giro, scrive: “Spesso mi chiedo se abbiano mai dormito fino alle quattro del pomeriggio e si siano svegliati per vedere le loro madri rammendargli i calzini alle luce triste di una finestra, o se siano tornati dagli orrori rivoluzionari dei weekend per vedere la loro madre con la testa eternamente tranquilla chiusa sull’ago a rammendare gli strappi di una camicia insanguinata.” «Razza di perdigiorno! Allora? Ce la vogliamo dare una mossa o no? Non avete bisogno d’aria per riempirvi i polmoni? Non cercate strade dove viaggiare?» Neal fa irruzione nel salotto e noi siamo di nuovo nel 1944, al numero 420 della 115a West. Tutti, tranne Burroughs, si voltano a guardare Neal. Gli sorridono. E noi? Meglio mettersi da parte. Tra un po’ succederà qualcosa. Me lo sento. Lucien è il primo a mettersi sull’attenti. Barcolla fino al giradischi e alza il volume. Canticchia sovrapponendo la propria voce alle note jazz: «Beeeepooooppp! Op, op, ooooop! Booooom…» «Esatto, esatto!» gli fa eco Ginsberg. Si alza anche lui, senza rendersi conto di avere i pantaloni calati attorno alle caviglie. «Guardate questo piccolo pervertito!» gli urla Neal. Pesta i piedi, china la testa e carica Ginsberg. I due si scontrano. Indietreggiano fino al divano e inciampano rocambolescamente avvinti in un abbraccio. Neal assesta un po’ di pugni nel costato magro di Ginsberg, Ginsberg affonda il mento nella spalla sudata di Neal. «Finiremo tutti quanti all’Inferno!» urla Lucien. È sul pavimento, in ginocchio: afferra una gamba nuda di Neal e la morde. Nella carne gli lascia impresso il segno dei denti. Kerouac ancora sorride. Non sa che cosa pensare di questi ragazzi. Non sa cosa pensare delle loro anime. Anche perché “nessuno sa cosa toccherà a nessun altro se non il desolato stillicidio della vecchiaia che avanza”. Sono soltanto i suoi amici. I suoi amici pazzi: “[…] pazzi di voglia di vivere, di parole, di salvezza, i pazzi del tutto e subito, quelli che non sbadigliano mai e non dicono mai banalità ma bruciano, bruciano, bruciano come favolosi fuochi d’artificio gialli che esplodono simili a ragni sopra le stelle e nel mezzo si vede scoppiare la luce azzurra e tutti fanno «Oooooh!». Kerouac chiude il quaderno degli appunti, ripone la matita in una tasca della giacca e si getta nella mischia.

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Un Desolato Stillicidio — PARTE UNO [ilPOST]

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New York City, 1944: immaginatevi la scena. Al numero 420 della 115a West, nel salotto di un lussuoso appartamento, c’è un giradischi che rilascia le note saltellanti di un brano jazz. Nel frattempo, nell’aria si sparge l’odore speziato della marijuana. Mettiamoci al centro, sotto la corona di luce che proietta il lampadario, e vediamo chi è che incontriamo. Il primo è Lucien Carr. Lucien ha diciannove anni, è originario di St. Louis, Missouri, e possiede due caratteristiche: è molto ricco e molto bello. Vedete come se ne sta accovacciato a terra, con le gambe incrociate, nel suo completo giacca e cravatta? Fuma uno spinello e fa ondeggiare lentamente la testa. Ha lo sguardo assente. Scommetto che sta immaginando di leccare il collo di Cline Young, una sua compagna di corso alla Columbia University. Peccato che Lucien, recentemente, sia perseguitato da David Kammerer. David è un suo amico d’infanzia. Tra qualche mese, a causa dell’ennesimo approccio sessuale, Lucien tirerà fuori un coltello (il suo coltello da boy scout, dal quale non si separa mai) e lo ammazzerà, gettandone il corpo senza vita nelle profondità dello Hudson. Sconterà due anni all’Elmira Correctional Facility. Spostiamoci, adesso. Non vorremmo certo essere scambiati per degli scocciatori. Sul divano, con i piedi nudi che sporgono da un bracciolo, c’è sistemato un ragazzo. Ha folti capelli neri e occhiali con la montatura di plastica. Tiene i mocassini sul pavimento, la camicia di cotone sbottonata e i pantaloni abbassati fino alle caviglie. È impegnato a mormorare a bassa voce (per non farsi sentire da nessuno) i versi di un componimento che ha scritto e dedicato a Lucien, di cui è segretamente innamorato. Pensare che tra qualche anno, davanti a una folla radunata in un’ex officina, leggerà una poesia che, assieme a un bel po’ di fama, gli procurerà un sacco di problemi con la censura. La poesia si intitolerà Urlo. Il ragazzo si chiama Allen Ginsberg. Ma così rischiamo di essere troppo invadenti. Mettiamoci dove la luce fa un po’ più fatica ad arrivare, che ne dite? Lo vedete quel tizio laggiù? Quello che se ne sta accanto al termosifone, nonostante l’impermeabile che tiene addosso? Anche lui possiede una particolarità, sapete? Al mignolo della mano destra manca l’ultima falange. Se l’è mozzata tempo addietro come prova di coraggio per un amore omosessuale non corrisposto. A causa di questo gesto, ha conosciuto diversi ospedali psichiatrici. Al momento sbarca il lunario grazie a un sussidio che gli passano i suoi genitori – sussidio che lui spende solo ed esclusivamente in droghe. Si chiama William S. Burroughs. Tra non molto Burroughs si recherà a Città del Messico con la sua seconda moglie, Joan; un pomeriggio, nel tentativo di imitare Guglielmo Tell, Burroughs la ucciderà, sparandole accidentalmente alla testa. Andrà a rifugiarsi in Africa. Kerouac e Ginsberg lo scoveranno a Tangeri, in Marocco, perso tra gli appunti deliranti di un manoscritto che diventerà il suo libro più famoso: Pasto nudo (1958). È il caso di prendere aria, adesso. Ho sentito uno spiffero provenire dalla finestra. Che dite? Volevate dare un’occhiata fuori? Peccato che ci sia questo tizio, allora, a occuparvi la visuale. Ha l’aria genuina del contadino e il fisico vigoroso del giocatore di football. In effetti a football ci ha giocato, per un po’; almeno fino a quando non ha litigato con l’allenatore che aveva deciso di non schierarlo in campo durante la partita inaugurale di campionato. Jean-Louis Lebris de Kerouac – questo il suo nome – sta usando il davanzale come piano d’appoggio per il suo taccuino, dove sta scarabocchiando una quantità incredibile di appunti. E la sapete una cosa? Potreste fare anche a meno di guardare fuori, per vedere la città. Tutto quello che i vostri occhi potranno mai contenere, infatti, questo ragazzo è determinato a ficcarlo tra le pagine che sta riempiendo. Considera la scrittura una questione di vita o di morte; la sua missione sulla faccia della terra. Tra non molto pubblicherà un romanzo, con il quale cercherà di fare i conti con tutti i maestri che lo hanno influenzato: Hemingway, ovviamente. Jack London e Saroyan. Wolfe. Celine, anche. Whitman, Dos Passos, Emerson, Thoreau. Il romanzo si intitolerà La città e la metropoli (1950). Ultimamente, però, gli è venuta in mente un’altra idea. Per un libro come non è mai stato scritto. Vuole intitolarlo Sulla strada. È talmente preso da quest’idea che i rumori che provengono dall’altra stanza (i montanti del letto che battono contro la parete, le molle che cigolano, le urla…) non lo distraggono neanche un po’. Ma chi c’è di là? Neal Cassady che se la spassa con qualche ragazza. Dev’essere LuAnne, sua moglie; un’adorabile sedicenne originaria del Nebraska. Ma non ci giurerei. Magari è Carolyn: l’universitaria di Denver per la quale Neal divorzierà tra qualche anno. O magari è soltanto una cameriera rimorchiata ieri sera. A dirla tutta, è stato Neal a dare a Kerouac questa nuova idea che non gli fa posare la matita neppure un attimo. Neal c’è nato, sulla strada. Letteralmente. È venuto alla luce sul sedile posteriore di un vecchio trabiccolo che attraversava lo Utah. Ma vivere la propria vita come fosse un romanzo – riflette sovrappensiero Kerouac – non vuol dire necessariamente saperlo scrivere questo romanzo. La storia che ha in mente Kerouac avrà due protagonisti principali: Salvatore “Sal” Paradise e Dean Moriarty. Una coppia di amici che viaggerà attraverso gli Stati Uniti d’America da una costa all’altra. All’inizio, Dean si dirigerà verso Est e Sal verso Ovest. Quindi Dean condurrà Sal verso Ovest. Poi faranno a cambio. L’ultimo viaggio lo compiranno assieme, in Messico, alla ricerca della “cosa”, i fellahin: coloro che vivono liberati dalle strutture e dai vincoli della società moderna. Sarà un libro fantastico, pensa Kerouac. E lo sarà. Deve scriverlo, però. Senza perdersi in chiacchiere. Tra un po’, quando Neal uscirà dalla stanza (come al solito senza le mutande, pensa Kerouac; con l’uccello molle tra le gambe come un vermiciattolo), vorrà uscire. E pure Lucien, Ginsberg e Burroughs vorranno uscire. Prenderanno il bus, oppure ruberanno un’auto – la “prenderanno in prestito”, come ama dire Neal – e andranno da qualche parte. Berranno birra, si ubriacheranno. Discuteranno di tantissime cose; di poesia, quasi sicuramente; delle cose folli e sante che diceva Nietzsche, e “di tante altre meravigliose cose intellettuali”. Porteranno per le strade questa “generazione di pazzi hipster illuminati che improvvisamente spuntano e scorrazzano per l’America, seri, curiosi, vagabondi che si spostano ovunque in autostop, straccioni, beati, belli di una nuova aggraziata bruttezza […]”: la Beat generation.

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