NY_01

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Per un unico istante, prima che si dimostrasse chiaramente che non ero all’altezza del ruolo, io, che di New York sapevo meno di un cronista con sei mesi di esperienza e avevo con la sua alta società meno dimestichezza di un valletto del Ritz, fui catapultato nella posizione non solo di portavoce dell’epoca, ma di suo prodotto tipico. Io, ma a questo punto vale dire “noi”, non sapevamo con precisione cosa si aspettasse da noi New York, e la trovavamo abbastanza disorientante. A pochi mesi da quando ci eravamo imbarcati in quell’avventura metropolitana quasi non sapevamo più chi eravamo e non avevamo la più pallida idea di cosa rappresentavamo. Un tuffo in una fontana pubblica, un incrocio da nonnulla con le forze dell’ordine bastava a farci finire nelle pagine di gossip, e rilasciavamo dichiarazioni su un sacco di argomenti di cui non sapevamo niente. Ma in realtà i nostri “contatti” erano cinque o sei scapoli conosciuti all’università e qualche nuova frequentazione letteraria — ricordo un Natale solitario in cui non avevamo neppure un amico in città, né una cosa in cui fossimo invitati. Non trovando un nucleo a cui aggrapparci, finimmo per diventare un piccolo nucleo per conto nostro, adattando gradualmente le nostre spinose personalità al panorama di New York dell’epoca. O meglio: New York si ricordò di noi e ci permise di restare.

FS Fitzgerald, La mia città perduta
(traduzione di Vincenzo Latronico)