Una Città Di Pietre, Luce e Fumo [INDICE]


«Un disegno dal vivo dipende sia dalla posizione del soggetto che dalla precisa posizione della testa e degli occhi dell’artista,» spiega Herr Schenck, insegnante di disegno presso l’Accademia delle arti di Berlino. Marthe Müller, però, non è d’accordo. Originaria di Colonia, ha ricominciato a disegnare dopo undici anni, dopo che suo padre le ha detto di aver combinato il suo matrimonio con il figlio di un socio d’affari. «Ma forse non voglio essere un’artista,» confessa Marthe ai suoi compagni di corso. «Voglio seguire il mio intuito.» Decide, allora, di innamorarsi di Kurt Severing, il tormentato giornalista del Weltbühne, settimanale di arte, politica ed economia che ospita i pensieri degli intellettuali di sinistra. Jason Lutes, autore statunitense, ha impiegato più di vent’anni per trovare le immagini e le parole più adatte a dare vita a Berlin, complesso affresco storico della più grande città della Germania. Il risultato è un’opera degna di affiancare Berlin Alexanderplatz di Alfred Döblin e Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders. Mentre la leggiamo teniamo il passo delle intermittenze che segnano la storia d’amore tra Marthe e Kurt durante gli anni terribili della Repubblica di Weimar, il regime democratico nato alla fine della prima guerra mondiale che terminerà con la nomina di Adolf Hitler come cancelliere del Reich. Cinque anni che porteranno all’ascesa del nazismo, prima, e allo scoppio della seconda guerra mondiale, poi. Il tutto accompagnato dalle note saltellanti della musica jazz, dalle scene del cinema muto di Buster Keaton e dalla diffusione di innumerevoli movimenti artistici. Sono i segnali di un innegabile fervore artistico che, a mo’ di contraltare, fronteggia l’atmosfera decadente che culmina nelle rivolte armate che macchiano le strade di sangue innocente e nei rituali orgiastici voluti dalla ricca Margarethe von Falkensee.

«Un romanzo,» ha scritto Walter Benjamin, «è come il mare. Non conosce altra purezza che il sale.» Il sale di questo fumetto sono i suoi personaggi. Lutes, cresciuto con Le avventure di Tintin di Hergé, resta fedele ai principi della ligne claire, ma sa rendere caldo e pulsante il rigore della sua ricostruzione grazie agli innumerevoli tipi umani tratteggiati con meticolosità e rispetto. Tanti sono i personaggi esistiti realmente, come il caporedattore del Weltbühne, Carl von Ossietzky (Premio Nobel per la Pace per aver svelato la corsa clandestina agli armamenti della Germania), ma sono quelli di pura finzione che si imprimono con maggiore forza nel cervello e nel cuore del lettore: innanzitutto l’amante di Marthe Müller, Anna Lencke (che si identifica nell’uso di Herr, piuttosto che Fräulein); Silvia Braun, l’orfana ribelle (la madre, Gudrun, simpatizzante per il partito comunista tedesco, è morta durante il “maggio di sangue” del 1929, quando la polizia controllata dal Partito Socialdemocratico tedesco sparò contro la folla causando la morte di trentatré civili); David Schwartz, il figlio indomito di un severo rigattiere ebreo (strillone per conto del Giornale illustrato dei lavoratori). Per festeggiare i suoi vent’anni la Coconino, casa editrice fondata da Carlo Barbieri e Igort, ha pensato bene di unificare i tre volumi di Berlin (pubblicati tra il 1996 e il 2018) in un’edizione di lusso. La lettura adesso è avvincente come il binge watching di una serie televisiva. E i dubbi di Marthe a proposito delle regole della prospettiva e del punto di fuga, che fine hanno fatto? A un certo punto Kurt le ha spiegato che, in fondo, basta avere un punto di vista sulla realtà. Quando ce n’è una sola, però, di realtà. In un periodo storico complesso come quello che stiamo vivendo, quando l’idea di realtà corre il rischio di scomparire per via delle infinite filter bubble generate dai social network, il talento di Lutes di tratteggiare Berlino come un maelström generato dalle voci dei suoi abitanti rappresenta un’opportunità salvifica. Sono gli squarci rivelatori di una dimensione umana più primordiale, certo, ma più autentica. Sono le vere macerie di Berlin. È da queste macerie che occorre ripartire. Da questi pensieri che a volte si agitano nelle nostre teste come serpenti dentro una cesta di vimini. La storia non si ripete, suggerisce Lutes. Scorre indifferente come il fiume Spera che attraversa Berlino. E quando alla fine Marthe Müller, mentre fa ritorno a Colonia, tra le aspirazioni piccolo-borghesi della sua famiglia, immagina di scendere dal treno e di voltarsi e, proteggendosi gli occhi da un barbaglio di luce accecante, di sorprendere la città distrutta dai bombardamenti, quindi divisa da un muro tra Est e Ovest, infine così com’è oggi, raggelata in una foto a colori di Potsdamer Platz, là dove per la prima volta lei e Kurt hanno incrociato i loro destini, ecco — solo a questo punto comprendiamo che quanto il futuro ha in serbo per noi nessuno può saperlo. Ma, come sempre in passato, dipenderà dal coraggio che sapremo infondere nelle nostre scelte.

[Questo articolo è stato pubblicato sul numero di dicembre 2020 de L’INDICE DEI LIBRI DEL MESE.]

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