FIFA 98 il videogioco miliare [RU]

Fa un po’ strano dirlo, ma venti anni fa usciva FIFA 98: Road to World Cup. Io, all’epoca, avevo diciassette anni. E a FIFA, a quel FIFA lì, ci giocavo. [Anni prima, però, avevo giocato in maniera ferocemente ossessiva, pure 9, 12 ore al giorno, rinchiuso nella solitudine della mia cameretta, durante un’estate interminabile e appiccicosa, di cui forse, un giorno o l’altro, scriverò, un altro titolo calcistico. Il mio preferito di sempre: Sensible World of Soccer.] Seguivo anche il calcio giocato. Allora. Il Mondiale negli Stati Uniti del 1994 (il primo vissuto da tifoso, appena tredicenne), mi aveva lasciato con l’amaro in bocca per la finale persa ai rigori, ma con una nuova passione. Una passione per il calcio che si era poi concretizzata nel tifo per una squadra, la Juventus, che proprio nel 1994 avrebbe visto: (01) l’arrivo di un nuovo allenatore (Marcello Lippi); (02) un importante cambio ai vertici della dirigenza (con l’insediamento della cosiddetta Triade, formata da Roberto Bettega, Antonio Girando e Luciano Moggi); (03) il primo, nuovo scudetto dopo ben nove anni. Poi questa passione per il calcio, sia reale che virtuale, un poco alla volta, s’era affievolita. [Certo, lo scandalo di Calciopoli aveva giocato un ruolo importante. Tuttavia, non fondamentale.] E che trovavo il calcio raccontato male. In televisione, ma anche sui giornali. Gli articoli sulla Gazzetta dello Sport, oppure su Il Corriere dello Sport, fatta qualche rara eccezione, li trovavo illeggibili. Di sicuro, non alimentavano la mia passione. Come pure non la alimentavano le discussioni che ascoltavo intorno al calcio: approssimative, parziali, molto spesso biliose. Così, quando Davide Coppo, coordinatore editoriale di Rivista Undici — la testata che dal 2014 porta avanti questo “approfondimento vero che racconti gli uomini e le donne che fanno lo sport e le dinamiche socio-economiche che si muovono attorno” — mi ha chiesto, per il numero 18, un articolo sui vent’anni di FIFA 98: Road to World Cup, ho subito pensato di cogliere l’occasione per fare i conti con questo discorso. O con una sua parte. Mi pare ovvio, infatti, di non aver nemmeno iniziato a grattare la superficie…

***

È il 1998. Una calda serata di fine estate. Le immagini trasmesse dal televisore mostrano quello che ha tutta l’aria di essere lo Stade de France. Costato 290 milioni di euro (di cui 45 spesi soltanto per il tetto: un vero prodigio dell’architettura), è una possente struttura d’acciaio che custodisce un rettangolo d’erba: un prato. All’improvviso, la telecamera — alta, in cielo; aggrappata a chissà cosa — si abbassa; scende in picchiata verso il dischetto del centrocampo: il pallone, ancora immobile, scintilla come una perla all’interno di un’ostrica. I giocatori si dispongono in campo. Gli spettatori iniziano a urlare. Danno il via a un incessante sfarfallio di flash. È un fuoco di fila puntato sui volti serafici dei loro beniamini. I ragazzi sono tesi. Nervosi. Hanno percorso una lunga strada per giungere fino a questo punto; giocare i 90’ più prestigiosi che un calciatore professionista possa sognare di disputare nell’arco di un’intera carriera: la finale della Coppa del mondo. Tutto è pronto, quindi. Manca soltanto il fischio d’inizio. L’arbitro sta per portare il fischietto alla bocca. Quando… il Giocatore Uno schiaccia il tasto Pausa, sul joypad della Play Station grigia.

[continua a leggere su Rivista Undici]

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