liberamente ispirato

Non c’è confusione così confusa come quella di una mente semplice. Francis Scott Fitzgerald

Io, Me Stesso e i Dieci Regni [M&M]

BLOG_08
Dovrei occuparmi, e preoccuparmi, di questo mio blog, molto, molto più spesso. Anche perché una certa cosa, una certa cosa mia, strana, personalissima, l’ho scritta, ultimamente; ed è uscita, anche; addirittura su una rivista prestigiosa come Minima&Moralia; corredata, come se non bastasse, da uno dei disegni che ogni tanto realizzo per illustrare le pagine delle mie tante, sicuramente troppe, agende Moleskine. Fa parte del romanzo al quale sto lavorando, sapete?

***

Per venire subito al peggio, quello che sto per presentarvi non è un racconto vero e proprio, ma solo una specie di pellicola familiare, e tutti quelli che hanno visto il materiale da montare mi hanno sconsigliato caldamente di pensare a far progetti di distribuzione.
Zooey, J.D. Salinger

Dove va a finire un’emozione potente quando è sostituita da un’altra altrettanto potente?
Nichiren Daishonin

1.

Torino. Novembre 2016. Le dieci e trenta circa d’un sabato mattina. Sono calmo. Rilassato. In realtà sono abbastanza calmo, abbastanza rilassato. Ho appena finito di farmi la doccia. Indosso un enorme accappatoio di spugna bianco che mi fa assomigliare a un mansueto orso polare. Ma tengo i capelli ancora bagnati. Al solito: ho iniziato una cosa e non l’ho ancora finita. Ma sto per finirla. Giuro. A voler essere più precisi, comunque, tengo il tallone appoggiato al bordo della sedia; tutto concentrato nell’atto di tagliarmi le unghie dei piedi. Nove le ho già sistemate. All’appello, adesso, mi manca soltanto l’alluce destro. La lama arcuata del taglierino è a un paio di millimetri dall’ultima, irregolare, eccessiva estremità semitrasparente. Ce l’ho quasi fatta. Quindi: sto per finire. Poi però, improvvisamente, mia moglie — che si trova dall’altro lato della stanza; concentrata, pure lei, a controllare sul computer il contenuto di certe slide per un corso che deve tenere a Milano questo fine settimana — mi chiede se domenica pomeriggio, domani cioè, ho voglia di andare a visitare un [qui: suono incomprensibile]. «Hai detto, scusa?» domando, e sollevo la testa. «Domenica pomeriggio.» «No, sì. Quello ok. È prima che non ho capito.» «Ti ho chiesto se ti va di andare a visitare un tempio.» «Che tempio?» «A Milano.» «Tu vuoi andare fino a Milano a visitare un tempio?» «No io: i Palladini.» «…» «Ma solo se con noi vieni anche tu. Bisogna allungare un po’ la strada. Che ne pensi?» Già. Che ne penso? Penso che serva fare un passo indietro. Presentarmi, magari. Mi chiamo Michele Della Ragione. Sono nato a Napoli nel 1981, e di quello che è successo nella mia vita, da quando di anni ne avevo ventiquattro, a quando, improvvisamente, di anni ne ho avuti trenta, non ricordo praticamente nulla. Diciamo che mi sono ammalato di depressione. Ecco, sì: diciamo così. Adesso come adesso, non mi pare importante spiegare perché di questi sei anni io non mi ricordi praticamente nulla. So solo che avevo una famiglia. E questa famiglia, per fortuna, c’è ancora. So che avevo una passione. Per la scrittura. E questa passione — per fortuna o per sfortuna, di fatto: non sta più a me dirlo — c’è ancora. So che avevo una relazione. E questa relazione, oramai, non c’è più. Ricordo che da Napoli — dopo essere andato a lavorare per un odontotecnico del Vomero che a un certo punto decise di candidarsi come consigliere comunale nelle liste di Forza Italia — ho fatto di tutto per andarmene. E infatti me ne sono andato.

[Continua qui.]

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Questa voce è stata pubblicata il 9 giugno 2017 da in Minima&Moralia.

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