settembre

Sto seduto davanti al computer, e le dita, veloci, inciampano sulla tastiera; sto raccogliendo  materiale per un articolo che devo scrivere, e, per il momento, rinuncio a qualsiasi criterio di selezione.
A un certo punto — distraendomi — comincia a grandinare.
All’inizio penso sia soltanto pioggia. “Saranno gocce più grandi del solito”. Poi mi affaccio dalla finestra e guardo: “Mi sto sbagliando?” Non c’è traccia dei pezzetti di ghiaccio, in effetti. Tuttavia, sulle condutture di aerazione, e sui bordi delle grondaie, continuo a sentire tamburellare.
Chiudo i vetri e torno al mio posto. Ritrovo il cursore che lampeggia sulla pagina, ma poi guardo di nuovo fuori.
È la prima settimana di settembre. Il tempo ha accantonato — pare definitivamente —  l’ondata di caldo di luglio e agosto, e, al suo posto, sembra voler condensare un rapido assaggio di condizioni meteorologiche invernali.
Qualche giorno fa, emergendo dai sotterranei della stazione di Porta Susa, io e mia moglie abbiamo notato con disappunto una grigia distesa di nuvole; erano bitorzolute, cerebrali, e cariche di elettricità. Una volta a casa, lo spettacolo offerto da una tempesta di lampi — con il cielo nero che, per brevissimi istanti, diventava bianco come un foglio di carta — ci ha trasmesso un velato sentimento di minaccia. Ai fulmini sono poi seguite intere giornate di pioggia: scrosci abbondanti e regolari che si sono rovesciati sul lucernario del nostro appartamento con l’unico pregio di rendere ancora più piacevole lo stare dentro. In casa. Da soli.
Guardo al di là dalla finestra. Nonostante ci siano dei serpentelli d’acqua che appannano i vetri, acuisco lo sguardo fino a quando smetto di riconoscere il paesaggio esterno. Poi mi rimetto a scrivere.