cancelletto

A volte mi capita di pensare a certi episodi della mia adolescenza, di quando stavo in provincia, a Napoli, e di volerli raccontare. È una cosa che mi diverte molto. Ma sapete che c’è? Non sempre mi credono. Non mi dànno del bugiardo. Semplicemente, sostengono che esagero. Io, invece, non esagero affatto. State a sentire. La prendo un po’ larga, però.
Ricordate il Lion Trophy Show? Sì? No? Era un programma televisivo che andava in onda nei primi anni Novanta su Tele Monte Carlo (TMC). A essere precisi, era un gioco interattivo basato sull’uso del telefono. Tu chiamavi, parlavi un po’ con la presentatrice (Emily De Cesare, che adesso fa l’inviata per Chi l’ha visto?), rispondevi a una sorta di interrogatorio — “Come ti chiami, quanti anni hai e di dove sei” — e giocavi. Giocavi con la tastiera del telefono. Ma con chi giocavi? Giocavi con Lion, un leone che aveva imparato a stare in piedi. No, scherzo: Lion era la mascotte dello snack al cioccolato Nestlé che sponsorizzava la trasmissione. A ogni partita, Lion saltava a bordo di un carrello da miniera sospeso a mezz’aria e, per liberare l’amata Leila dalle grinfie di Malvagius (nomen omen), affrontava una serie di percorsi: c’era la fattoria con i covoni di paglia; il bosco con gli alberi abbattuti; il castello infestato dai fantasmi; l’astronave popolata di alieni-robot. Erano dei percorsi a bivi. Pieni di ostacoli. Per evitare che Lion andasse a sbattere contro la facciata di un fienile, o si impantanasse in mezzo a una palude, bisognava schiacciare sulla pulsantiera del proprio telefono il numero che, improvvisamente, compariva sullo schermo del televisore. Se andava bene, Lion prendeva la direzione giusta e proseguiva sano e salvo. Se andava male, poteva riprovarci. Per un massimo di tre volte, recuperando dei piccoli snack al cioccolato dal cruscotto del suo carrello. (Proprio così: il carrello aveva il cruscotto.) Semplice, no?
Il Lion Trophy Show fu un esperimento televisivo piuttosto moderno, all’epoca, anche perché l’interazione tv/telefono faceva sì che la chiamata avvenisse in diretta. Tutto questo, però, capitava su TMC, la principale concorrente della RAI, e di quella che allora si chiamava ancora Fininvest: Canale 5, Italia uno e Rete 4. All’interno delle piccole, a volte piccolissime emittenti televisive private campane, che cosa avveniva invece? Qualcuno ve l’hai mai raccontato?
Anche se di solito è a questo punto che i miei amici dicono che esagero, ve lo racconto io. Voi però ricordatevi che io — ma ve l’ho già detta, questa cosa — non esagero affatto.

Sull’onda del successo del Lion Trophy Show, un’emittente televisiva campana (adesso non ricordo quale: forse Napoli Canale 34, Tele Soccavo, 7 Gold Campania, Tele Vomero, Telediocesi Salerno…) realizzò una trasmissione più o meno simile. Perché “più o meno simile”? Adesso ve lo spiego. Pure in questo caso, però, devo prenderla un po’ larga.
Conoscete Street Fighter II? Street Fighter II era un videogioco; disponibile, all’inizio, esclusivamente per la sala giochi, e poi, nei primi anni Novanta, per le console domestiche a 16 bit come il Sega Mega Drive e il Super Nintendo. Che gioco era Street Fighter II? Un Beat ’em up, ovvero un Picchiali tutti. La storia era semplice: per sconfiggere il malvagio Mr. Bison e ottenere la propria vendetta, il giocatore doveva partecipare a un torneo di arti marziali. Poteva giocare da solo, contro l’intelligenza artificiale del computer oppure contro un amico. Tutto chiaro? Bene. Adesso: sull’emittente campana, la trasmissione simile al Lion Trophy Show era basata su Street Fighter II. Rispetto al Lion Trophy Show, tuttavia, c’erano alcune differenze: tanto per cominciare, il Lion Trophy Show trasmetteva da uno studio televisivo e, com’era logico aspettarsi, aveva una presentatrice. Lo Street Fighter II Show — nome che ho inventato io adesso, perché non credo l’avesse — mandava in onda direttamente ed esclusivamente le immagini del videogioco (infrangendo quindi, senza vergogna, ogni possibile legge sul copyright). Del presentatore, perché era un maschio, si sentiva soltanto la voce. Poi: se il movimento di Lion a bordo del carrello era automatizzato, in modo da prestare attenzione soltanto agli ostacoli e alla successione dei bivi, nello Street Fighter II Show l’interazione tv/telefono era più complessa. I personaggi si muovevano schiacciando i tasti 4 e 6, saltavano con il tasto 2, si abbassavano con il tasto 8, sferravano un attacco con il tasto 1 (pugno) oppure il tasto 3 (calcio), e paravano i colpi con il tasto # (il cancelletto). Nessuno di questi comandi, però, appariva sullo schermo. Chi aveva intenzione di giocare allo Street Fighter II Show telefonava al numero in sovrimpressione e si qualificava. Il presentatore gli assegnava un personaggio e gli spiegava le regole, così lui diventava il Giocatore 1. Un altro chiamava, si presentava, e il presentatore gli assegnava un altro personaggio: questo diventava il Giocatore 2. Dopo un po’, l’incontro iniziava. Il vincitore veniva decretato al meglio di tre round.

Se all’inizio ho scritto che non sempre mi credono, quando racconto certi episodi della mia adolescenza napoletana, è perché dubitano che alcune cose che ho visto accadere davanti ai miei occhi possano essere accadute veramente davanti ai miei occhi. Dicono che esagero. Io invece, ve l’ho detto, non esagero affatto.
Lo Street Fighter II Show, da adolescente, mi capitava di guardarlo al pomeriggio. Perché avevo già svolto i compiti; perché non avevo nuovi fumetti da leggere o videogiochi da giocare. Perché mi annoiavo. E questo è quello che ho visto un pomeriggio.
Inizia la trasmissione: sigla, presentazione, assegnazione dei personaggi e incontro. Primo Round: Giocatore 1 non va né avanti e né indietro. Non tira pugni, non sferra calci. È in totale balia di Giocatore 2. Che vince.
Prima del Secondo Round, allora, Presentatore cerca di infondere un po’ di coraggio in Giocatore 1. Ma non c’è niente da fare. Giocatore 1 perde anche il Secondo Round. Allora, per evitare lamentele o — immagino — telefonate da parte dei genitori (proprio come a scuola), Presentatore fa una cosa che non gli ho mai visto fare: mette in pausa lo Street Fighter II Show (ve lo immaginate, mettere in pausa un programma televisivo?) e spiega nuovamente a Giocatore 1 il funzionamento dei comandi. Insiste soprattutto sul tasto # (il cancelletto).

“I colpi di Giocatore 2 puoi pararli con il cancelletto. Hai capito?”
Dall’altro capo del telefono: silenzio.
“Pronto, Giocatore 1?”
Ancora silenzio. Poi, la voce di Giocatore 1. Debole, lontana, come se provenisse da un’altra realtà.
“Ma che è ’sto cancelletto?”
“Il tasto quadrato. Vicino allo zero. A lato, sotto all’otto… no, sotto al nove…”
Silenzio. Ancora silenzio.
“Ma qua dopo zero i numeri finiscono!”
“In che senso finiscono i numeri?”
“È quello che sto dicendo. Arrivano fino a nove. Ci sta otto, nove, e poi ci sta ’o zero.”
“Non tieni una stellina a sinistra e un quadratino a destra?”
“Non tengo niente.”
Silenzio.
“Pronto?”
“Mi spiace, Giocatore 1, ma tu non puoi giocare.”
“E perché?”
“Per giocare qua serve un telefono coi pulsanti. Più moderno. Tu c’hai quello… quello che gira, ho ragione?”
“È il telefono di mia nonna.”
“E non puoi giocare. Hai capito, Giocatore 1?”
“Ma io non lo sapevo, però…”
“E ti dovevi informare prima. Sai come si dice? La legge non ammette ignoranza.”
Silenzio.
“Va bene?”
“Vabbuo’.”
“Ciao, allora.”
“Cia’.”
Clic.

Cosa avrà fatto Giocatore 1 dopo aver messo giù il telefono? Come si sarà sentito? Me lo sono chiesto un sacco di volte, nel corso degli anni. Ho addirittura provato a immaginare qualche risposta. Ho provato a mettermi nei suoi panni. Ho provato a stargli vicino.

Realtà Alternativa #01
Giocatore 1 mette giù il telefono, va da sua nonna e gliene dice quattro. Il dialogo tra i due degenera. Non completamente. È un mezzo litigio; “mezzo” perché, a dirla tutta, nessuno dei due ha idea di che cosa sia, o di dove si possa trovare, questo #.
(Per completezza: ho provato anche a immaginare la nonna di Giocatore 1 alle spalle del nipote durante lo svolgimento dello Street Fighter II Show. Poi mi sono detto: che cavolata. Il telefono, per giocare allo Street Fighter II Show, si sarebbe dovuto trovare nella stanza del televisore. Ma a causa di un affascinante quanto misterioso fenomeno che mi porta a utilizzare certi ambienti domestici di mia conoscenza a mo’ di location per i miei processi immaginativi, l’ho dovuto escludere: a casa di mia nonna il telefono stava in cucina e il televisore in salotto. Pure a casa di sua nonna, quindi. Per forza.)

Realtà Alternativa #02
Giocatore 1 mette giù il telefono; è triste, arrabbiato, addirittura furente; poco dopo, è demoralizzato e depresso. Smette di fare i compiti. A scuola si becca una nota. I genitori lo vengono a sapere, gli parlano, provano a farsi spiegare cos’è accaduto. Purtroppo per lui, oramai, non c’è più niente da fare.
(Sempre per completezza: ho provato a immaginare Giocatore 1 che verifica la presenza del tasto # sul telefono di casa dei suoi genitori. C’è. Prova, per la prima volta nella sua vita, il rimpianto. Avesse chiamato da lì, Giocatore 1 avrebbe venduto cara la pelle. Ma non avrebbe mai potuto telefonare al numero in sovrimpressione dello Street Fighter II Show da lì. Dopo la scuola, infatti, Giocatore 1 si reca tutti i giorni a casa di sua nonna. Sua madre e suo padre lavorano fino alle 17:30. Soltanto verso le 18 lo vanno a prendere. Lo portano a casa — tutto ciò in una più che aderente, direi fedelissima sovrapposizione della vita di Giocatore 1 alla mia.)

Realtà Alternativa #03
Giocatore 1 mette giù il telefono: nel minuto di silenzio successivo inizia a familiarizzare con l’idea di aver compiuto la più gigantesca figura di merda della sua vita. I compagni di classe sanno che ha telefonato per partecipare allo Street Fighter II Show. Sanno cosa è accaduto. Hanno visto.
(Ancora, per completezza. Ho provato a immaginare Giocatore 1 che sperimenta il trauma; la ferita psichica attecchisce in profondità, pianta le radici nell’inconscio, mina le basi della personalità, sempre più borderline: instabilità dell’umore, difficoltà a instaurare relazioni, labilità dei confini identitari. Giocatore 1 diventerà un reietto. O, se sarà fortunato, uno scrittore.)

rimedio

From: alberto.costa@univex.it
Sent: lunedì, 24 luglio, 2009 01:24 PM
To: sabrina87@gmail.com
Subject: VEDIAMO SE RIESCO A RIMEDIARE…

Cara Sabri,

scusami se questa mattina ho fatto confusione con gli sms. (Lo sai però che hai un papà ben poco “tecnologico”.) Fortunatamente, il messaggio incriminato l’ho inoltrato a tuo fratello. Tranquilla, quindi. Disastro evitato. Ho deciso di scriverti questa mail, comunque, per porre rimedio. Non ti allarmare: sarà breve. Anche perché ho poco tempo a disposizione. La mia pausa pranzo dura appena un’ora. Ok? Innanzitutto, voglio rassicurarti su un fatto. Quanto accaduto con questo ragazzo (se ho capito bene si chiama Mirko), per quanto brutto, spiacevole, umiliante e doloroso, è un fatto che può succedere. Capito? Può succedere. Le mie non sono parole di circostanza. Anch’io sono stato rifiutato un paio di volte, quando frequentavo il liceo. Il tuo poco “tecnologico” papà non era ancora affascinante com’è oggi! E tua madre non è stato l’unico amore della sua vita. (Ma tu non glielo ricordare, mi raccomando.) Tuttavia, so benissimo che una cosa è come scelgono i ragazzi le ragazze, e un’altra cosa è come scelgono le ragazze i ragazzi. E io è questo che vorrei provare a spiegarti. Il modo in cui i ragazzi scelgono le ragazze. E lo farò parlandoti di uno sport. Il tennis. Ora. Nel tennis esistono due tipologie di giocatori. (Magari si tratta di una semplificazione un po’ drastica. D’accordo, te lo concedo. Però tu cerca di seguire lo stesso il mio ragionamento, ok?) Così come ci stanno i bravi ragazzi… e i cattivi ragazzi. Il giocatore più forte in circolazione, al momento, è uno svizzero che si chiama Roger Federer. Quando in tv mi capita di vederlo mi ricorda tantissimo un altro tennista che era il mio idolo quand’ero ragazzo, John McEnroe. Federer è, come possiamo chiamarlo?, un Tennista-Bravo-Ragazzo. Perché? Perché, innanzitutto, rispetta la tradizione. (Quando tira di diritto, per esempio, tiene il piede destro parallelo alla linea di fondo. Ed è uno dei pochissimi a farlo, oggi.) I suoi movimenti sono essenziali. Non sbuffa. Non emette gemiti quando colpisce la palla. È serio. Rispettoso. Il suo principale avversario, al momento, è un americano. Si chiama Andy Roddick. (I due hanno giocato tre finali a Wimbledon e una agli Us Open e Roddick ha sempre perso.) Ebbene, altro che tradizione: Roddick è il tennis moderno. Uno sport popolato da energumeni che sfoggiano un gioco grossolano, violento ed estremo. Privo di tatto, bellezza. Eleganza. Come hanno scelto le loro compagne, questi due? Ovvero: un bravo ragazzo come sceglie una ragazza? E un cattivo ragazzo? (Cara Sabri, cerco di non distrarmi troppo che se attacco a parlare di tennis non la smetto più, lo sai.) Dunque. Rozzo com’è, un giorno Roddick ha visto la foto di una ragazza su una rivista. Ha chiamato il suo agente e gli ha detto: «Voglio uscire con questa modella.» Quattro mesi dopo l’ha sposata. Lei si chiama Brooklyn Decker. È bionda e cerca pure di fare l’attrice. Invece Federer – il posato, riflessivo, affidabile Federer – ha preso come moglie la propria manager, Mirka Vavrinec. Un’ex tennista slovacca. Adesso, Sabri, non saltare subito alle conclusioni. Cos’è che sto cercando di dirti? Che i cattivi ragazzi scelgono le modelle e i bravi ragazzi le ragazze semplici? Neanche per idea. Quello che sto cercando di dirti è che certi ragazzi, solitamente i cattivi ragazzi, scelgono certe ragazze perché sono dotati di una capacità di individuare la bellezza a dir poco approssimativa. Sono molto, molto grezzi. Primitivi, quasi. La bellezza questi ragazzi quasi mai riescono a vederla. O la vedono soltanto se a indicargliela ci pensa un cartello luminoso. (O, come nel caso di Roddick, se compare su una pubblicità di costumi da bagno.) I bravi ragazzi, invece, quelli dotati di intelligenza, la capacità di trovare la bellezza ce l’hanno ben sviluppata. A loro non serve nessuna indicazione. A loro la bellezza appare sempre in maniera inequivocabile. Chiara e indubitabile. Capisci, Sabri? Se questo Mirko non ha visto la bellezza che è in te, così come la vede il tuo poco “tecnologico” ma affascinantissimo padre (nonché intelligentissimo), dev’essere senz’altro un tipo alla Roddick. Un cattivo ragazzo, pertanto. E i cattivi ragazzi, come ho cercato di dimostrati, la finale dei tornei non la vincono mai. E cosa te ne faresti mai, tu, di un numero due?

Un abbraccio.
papà