diario

Un mio amico teneva un diario. Lo usava per raccogliere i testi delle sue canzoni preferite: Senza parole di Vasco Rossi, Voglio di + di Jovanotti, Chiuditi nel cesso degli 883. Che ci volete fare? Erano i primi anni Novanta.
Tenere aggiornato questo diario si rivelava una faccenda piuttosto complicata. Innanzitutto, il mio amico aveva a disposizione soltanto lo stereo di suo fratello, in presenza del quale mai e poi mai avrebbe potuto metterci sopra le mani. Come se non bastasse, l’intera operazione gli portava via un sacco di tempo. Quando andava tutto bene, premeva il tasto Play, ascoltava qualche secondo di canzone, metteva Pausa e scriveva le parole. O meglio, le trascriveva. Quando andava tutto male, poteva capitare che le parole si sentissero malamente, oppure che il mio amico, per qualche ragione, le dimenticasse. Per rimediare, allora, usava il tasto Rewind. Mandava indietro la canzone e ascoltava le parole una seconda volta. O una terza. Poteva però accadere che il mio amico mandasse troppo indietro, o troppo poco indietro, il nastro della cassetta. Finiva così per smarrirsi. Certe volte si scoraggiava e lasciava perdere. Certe altre ricominciava tutto da capo e, con molta pazienza, aggiornava il suo diario.
Anch’io ho tenuto un diario. Più di uno, in realtà. Erano delle agende con la copertina blu, i fogli col bordo dorato e una fibbia elastica a mo’ di chiusura. Iniziavo a scriverli sulla pagina del primo gennaio. Anche se non era veramente il primo gennaio.
Nessuno dei miei diari ha mai trattato di un argomento specifico. Mettevano insieme la cronaca frammentata e convenzionale delle mie giornate. Cominciavano con me che mi svegliavo e si arricchivano di estemporanee annotazioni: il colore impalpabile della luce che filtrava attraverso le persiane; il sapore artificiale del dentifricio alla fragola che usavo per lavarmi i denti. Tra le annotazioni che ricordo, una lista delle ragazze presenti a una certa gita scolastica (elencai i loro cognomi in ordine alfabetico), un piazzamento in una gara di nuoto (terzo posto), il fastidio per l’apparecchio ai denti (che di lì a poco avrei smesso di portare).
L’ultimo diario risale a un anno fa. L’estate del 2014. Non era un’agenda blu. Era una Moleskine. Avevo in programma di documentare il succedersi delle tappe che mi avrebbero condotto da una costa all’altra degli Stati Uniti d’America. Intendevo tener conto del maggior numero possibile di dettagli. Quando ci ho messo mano per l’ultima volta mi trovavo seduto alla scrivania di una stanza d’albergo situata a un piano abbastanza alto del Marriott Hotel di New York.
Una tenda di feltro grigio schermava i vetri della finestra, mentre la televisione trasmetteva un film senz’audio. Lì ho scritto per un’intensa, apparentemente interminabile quantità di tempo. In realtà un’ora. Forse poco di più. Quando mi sono fermato, mi faceva male il polso. Ho sollevato la testa dal foglio. Una televendita di barbecue elettrici aveva sostituito le immagini del film. Filtrava un po’ di chiarore, adesso; risaliva lungo le pareti e lambiva le cornici dei quadri. Ho preso a sfogliare il diario, e mi sono reso conto con infastidito stupore di non aver raccontato quasi nulla.
Non ero riuscito a completare nemmeno l’elenco delle premesse del viaggio. Perché ero partito. Perché quel periodo dell’anno. Perché gli Stati Uniti. Perché la costa atlantica. Perché New York. Perché il Marriott. Avevo scritto una lunga e, quasi di sicuro, inutilmente complicata introduzione al diario stesso. Prima di cominciare l’ennesima cronaca, in pratica, avevo cercato di spiegare per quali ragioni avevo voluto cominciarne un’altra. Così facendo, avevo bloccato la narrazione degli accadimenti futuri.
Mi viene in mente il diario del mio amico. Quando non riusciva più a stare dietro ai testi delle sue canzoni, poteva schiacciare il tasto Rewind. Se si perdeva, poteva mandare indietro e ricominciare da capo. Io no. Determinato a colmare la distanza tra l’attimo in cui l’ipotesi del viaggio negli Stati Uniti aveva preso forma e l’attimo in cui la punta della penna aveva iniziato a seminare inchiostro sopra un nuovo Primo Gennaio, mi sono scontrato con una triste e dura realtà: la vita è una cosa che o la scrivi o la vivi. Per mettere in pausa il mio viaggio, e per riuscire a trascrivere senza errori i dettagli accumulati, sarei dovuto uscire dalla camera del Marriott Hotel soltanto dopo… quanto tempo? Una settimana, dieci giorni? Per recuperare il passato avrei dovuto sacrificare il futuro. E non potevo. Non potevo e, a dirla tutta, nemmeno mi andava.
Ho lasciato perdere le agende. Non tengo più diari. Adesso scrivo racconti. I protagonisti sono adolescenti che si ritrovano a dover crescere, a dover fare i conti con la linea d’ombra di Conrad, durante gli anni in cui si ascoltavano canzoni come Senza parole, Voglio di + o Chiuditi nel cesso. Concentro gli sforzi su un periodo dell’esistenza che sono in grado di osservare con un certo distacco. Le ragazzine in gita scolastica, i piazzamenti nelle gare di nuoto, le seccature per l’apparecchio ai denti: ricordi registrati su un nastro che posso recuperare in qualsiasi momento. Mi basta mettere in Pausa la memoria. Premere Rewind. Oppure il tasto Play. E mettermi in ascolto.