sprecato

Il bar si chiama Ceraldi. Si trova a Napoli, poco prima di Via Roma, alla fine della Pignasecca; là dove la strada, fino a quel punto come strozzata tra le mercerie e le bancarelle, si allarga, e quasi improvvisamente tira un sospiro, in Piazza Carità. Si tratta della piazza che molti, di solito gli anziani, chiamano ancora, e ancora ricordano, con il nome di Salvo D’Acquisto: il vice brigadiere dei Carabinieri che, nel settembre del ’43, autoaccusandosi, ingiustamente, per un’esplosione che coinvolse un reparto di SS, salvò la vita a ventidue persone. Almeno per me, si tratta di un appuntamento fisso. Il bar Ceraldi, dico. Per due ragioni. Innanzitutto, la toilette. Per arrivare a Napoli, infatti, il sottoscritto, abitando a Bacoli (un paesino dell’area flegrea), deve affrontare un viaggio di almeno 40 minuti. In treno. Ma con l’auto sarebbe la stessa cosa. Quindi, non è che abbia tutte queste possibilità di scelta. Apro una parentesi, sperando di non dilungarmi troppo. Ma sono pronto a scommettere che molti di quelli che mi conoscono, o che magari abitano nella mia zona, staranno storcendo il naso nel leggere questa mia affermazione. Sull’abitare a Bacoli, intendo. Perché a sentir loro (che sarebbe a dire: a voler essere davvero precisi) il sottoscritto non abita veramente a Bacoli. Ma al Fusaro, che di Bacoli è una frazione, assieme a Baia, Torregaveta, Capo Miseno, Cappella, Miliscola, Cuma, Miseno, Scalandrone e Faro. Una distinzione, questa, che spero non offrirà alcun “destro” ai discorsi di quanti sostengono — e tutte le volte che il sottoscritto ne incontra uno resta incapace di spalancare gli occhi per lo stupore — sostengono, dicevo, che il fatto stesso di abitare a Bacoli (e mi raccomando: a Bacoli centro) piuttosto che a Cappella, come al Fusaro piuttosto che a Cuma, sia indicativo di una qualche differenziazione culturale assai rilevante. Inutile girarci intorno: rilevante nel senso morale. Così da sistemare le persone buone da una parte e quelle meno buone da un’altra. Nemmeno si stesse cercando di sottolineare le differenze che passano, per esempio, tra una persona nata ad Alexandria e una nata a Okinawa. E magari in secoli diversi. In nessun’altra circostanza mi è capitato di assistere a dispute tanto accese — sul serio: ho avuto modo di sedare delle vere e proprie liti — con argomentazioni, tra l’altro, che si giocavano su un terreno la cui superficie era, ed è, poco più estesa di 10 km quadrati. Alla fine, però, penso che ci siano altri modi — e più violenti, anche — per troncare un’amicizia. Resto con i miei dubbi, invece, quando mi chiedo se ne esistano degli altri altrettanto stupidi. Fine della parentesi. E torniamo alla toilette. In definitiva, è un problema che riguarda una delle poche eredità, organiche, che mi ha lasciato mia madre. Adesso ve la racconto. Vi pregherei soltanto di non mettervi a ridere. Sto parlando di una vescica assai insofferente, direi proprio capricciosa, la mia, che mi rende incapace di trattenere la pipì oltre un tot di tempo. Cioè, non è che me la faccio addosso. Cavolo, questo no. Solo, io e mia madre abbiamo più difficoltà, rispetto agli altri, a trattenere lo stimolo. A resistere, voglio dire. Logicamente, ci sono delle situazioni — come i viaggi, per esempio — che più di altre ci mettono a dura prova. Non mi riferisco soltanto a quei viaggi che coprono una certa distanza. Penso, prima di tutto, a quelli in Olanda. (Dove ogni tanto mia madre, assieme a sua sorella (mia zia M*), si reca per andare a trovare mio cugino L* (il figlio di mia zia M*) che lì si è stabilito, in cerca di lavoro, più o meno sei/sette anni fa. Penso anche a viaggi più brevi. Come, per esempio, quelli a Napoli. In preparazione di ciò, infatti, svuotarmi la vescica dev’essere una mia premura. Fatta, come direbbe Totò, a prescindere. Anche senza sentirne la necessità. E quanto tempo da piccolo ho trascorso inutilmente, all’in piedi, davanti alla tazza del water. Con gli occhi socchiusi, la patta aperta e il pisello inerte, peggio: riluttante, tra le dita. Bisbigliando, per togliermi il pensiero: “Psss… psss… psss.” Non solo. A casa di amici — e magari ci sarà tempo e modo, tra queste pagine [MA DOVE?!?], per parlare anche di loro — prima di vedere un film, o nel bel mezzo di una discussione, chiedo “permesso” e vado in bagno. Che non è tanto la seccatura in sé. Quanto il lasciar credere di soffrire di enterite o addirittura di meteorismo. E ok. Adesso torniamo al bar Ceraldi. A Napoli. Ed ecco quindi che, una volta raggiunto il rione Montesanto — grazie alla stazione ferroviaria omonima che serve la Ferrovia Cumana e Circumflegrea –, la mia preoccupazione, pure a costo di ritornare sui miei passi (e per uno pigro come me non si tratterebbe di cosa da poco) — è di attraversare la Pignasecca e raggiungere il bar Ceraldi. Magari, avete capito, non ne ho proprio l’urgenza. Ma potrebbe tornarmi utile in seguito. Diverso tempo fa, parlando non ricordo più con chi, e riferendomi proprio a questo mio “problema”, azzardai uno strano paragone. Che adesso, in verità, mi risuona parecchio stupido.  (Mi raccomando, siate buoni: ero appena un ragazzino.) Nel paragone, sostenevo che così come un ebreo, come prima cosa, una volta giunto in una nuova città, per non fare dispetto al proprio Dio, si mette in ricerca della sinagoga più vicina, allo stesso modo il sottoscritto, appena arrivato in un nuovo posto, per non indispettire la propria vescica, si mette alla ricerca della toilette più vicina. Un paragone stupido, dicevo. (Tra le cose che spero di riuscire a fare adesso, invece, è di scoprire quali saranno i paragoni stupidi che mi verranno in mente adesso… e annichilire i precedenti.) Il bar Ceraldi. (Tranquilli. Un po’ alla volta ci arriviamo.) Solitamente, vi arrivo intorno alle 5 e 10, 5 e un quarto del pomeriggio. Prendendo la Cumana delle 4 e 20. Ma così non va. Questo racconto sta procedendo troppo lentamente. Adesso ci metto un po’ d’azione. Che ne dite? Raggiungo il bar. Entro. Giro a destra. Proseguo giù per le scale. Raggiungo la toilette. Faccio quello che devo fare. Esco. Raggiungo la cassa. Dico: “Un caffè”. Pago. Ritiro i soldi. Lo scontrino. Adesso, invece, rallento. Certe volte intorno al bancone c’è un po’ di ressa e manca lo spazio dove posizionarsi. Potrei avvicinarmi. Far presente a qualcuno che potrebbe mettersi di taglio. Ma non è un problema. Posso aspettare. E quindi aspetto. Chissà che restando qui — a metà strada tra a cassa e il bancone (non più impegnato a pagare, non ancora intento a sorbire il caffè) — non mi capiti di cogliere un brandello di conversazione. Per esempio, se tra l’uomo tra i trenta e i trentacinque anni — che si trova all’ingresso e che molto probabilmente serve i clienti seduti ai tavolini all’esterno — e il ragazzo, molto più giovane, sicuramente sotto la trentina — dietro al registratore di cassa, di fianco a un espositore di caramelle snack al cioccolato e gomme da masticare — corra una qualche parentela. Sono fratelli? Padre e figlio? So bene di non aver alcuna ragione per chiedermelo. Ma forse è proprio questo il bello. Si tratta di una pura e semplice curiosità. No, non è vero. E forse posso organizzarla meglio questa fissazione: vedete, io ricerco legami famigliari ovunque. Il fatto è questo: preso, nel bene e nel male, nella fitta rete d’affetti tessuta dai miei famigliari, senza averne l’intenzione — come se entrasse in funzione un relè automatico — vado alla ricerca di queste precise qualità affettive; credendole, sicuramente a torto, più autentiche di altre. Mi sento un po’ come, volendo ricorrere a un esempio (un altro paragone stupido?), un anziano venditore di bottoni. Il quale, nel bel mezzo di una discussione a quattr’occhi, scruta attentamente, per assicurarsi che si tratti di un prodotto proveniente dal proprio magazzino, ciò che spunta dalle asole del cappotto del suo interlocutore. Dal momento in cui, ritrovarsi di fronte a una qualità di materiale diversa e mai acquistata (osso di balena o di rinoceronte) o a una tinta troppo intensa, e, pertanto, sempre evitata in catalogo (prugna o vinaccia), lo considererebbe un dispetto. Una sorta di deformazione professionale, quindi. I baristi che si adoperano dietro al bancone del bar Ceraldi, solitamente, sono tre. Il primo, che è anche il più giovane, è talmente magro che quasi mi spaventa. Quella del volto — che è triangolare, fatto di lineamenti sottili e allungati — e del corpo intero. Una magrezza davvero eccessiva. Adatta solamente a un seminarista. (Battuta.) E’ talmente magro, questo primo barista, che le maniche della sua camicia, sotto al gilet che gli pende mollemente sul davanti a causa della gabbia toracica schiacciata, paiono di quelle a sbuffo, con i polsini allacciati, indossate dagli spadaccini nei film di cappa e spada con Errol Flyn. Il secondo barista — complice l’ambientazione: una lunga specchiera e i riflessi scintillanti delle bottiglie di liquore alle sue spalle — mi fa pensare al protagonista di un film di criminali americani degli anni ’30. Ha un fisico tozzo e le guance rubizze, assieme all’impeccabile acconciatura (capelli imbrillantinati e pettinati all’indietro), restituiscono il sembiante di un italoamericano che, grazie al contrabbando di alcolicii, è riuscito a tirare su un po’ di quattrini. Il terzo barista, invece, possiede quel tipo di fisico — spero soltanto di non fargli un torto se gli attribuisco una sessantina d’anni — che l’occhio dello straniero si aspetta sempre di trovare in un napoletano: gli occhi vispi, le mani sempre in movimento, la battuta pronta. Come se non bastasse, certi dettagli fisici richiamano alla memoria i tratti di alcune celebri maschere napoletane: mento sfuggente, baffi sottili. Per non dimenticare le guance incavate. Tuttavia, è nel suo modo di muoversi (veloce senza essere furtivo; accorto senza essere circospetto) e di guardare (diretto senza essere invadente; curioso senza essere indagatore ) e di parlare (esplicito senza essere eccessivo; simpatico senza essere ruffiano) che scopro la sua reale peculiarità: una serie di tentativi fatti per resiste a quanto di peggio, da un punto di vista antropologico, la società napoletana ha prodotto negli ultimi quindici anni. Torniamo all’azione, adesso. È un attimo: tra la folla intorno al bancone si è aperto uno spiraglio. Mi faccio notare da uno dei baristi. Non dev’essere troppo difficile, né per me né per lui, grosso e alto come sono. Ripeto al barista: “Un caffè”. Mostro lo scontrino assieme ai venti centesimi di resto. Li lascio lì come mancia. Subito mi viene versata dell’acqua non gassata in un bicchiere di vetro. Mi piace osservare il barista come si muove. Il modo in cui colloca il bicchiere — in maniera apparentemente casuale — sotto al rubinetto, così da centrare il getto: è un bersaglio che centra la freccia: un controsenso;  il modo in cui chiude e apre, apre e chiude, lo stesso rubinetto; non due gesti separati ma a uno solo: armonioso, ampio, in grado di contenere al suo interno il recupero di una tazzina (che sta più in là, a sinistra, accanto a una costruzione di arance pronte per essere spremute) o la sostituzione di un cucchiaino (infilato nel contenitore di plastica destinato alla lavastoviglie). Sempre riempito correttamente, però. Il bicchiere. Nè poco, né fino all’orlo. Ed eccovi degli altri dettagli, se li volete. Scopro, nell’atto di spingere lo scontrino lungo il bancone, che lo stesso bancone è bagnato — c’è sempre qualche goccia d’acqua che si ribella — e lo scontrino si bagna. (Nel frattempo, attendo il mio caffè.) Osservo la trama del marmo affiorare leggermente rosata, pallida — sembra un fascio di vene – attraverso il foglietto di carta sottile della mia ricevuta. (Certo che so come girare intorno alle cose, non trovate?) Il secondo motivo per cui, tutte le volte che vengo qui a Napoli, mi piace fermarmi al bar Ceraldi, è che ritengo il caffè del bar Ceraldi uno dei migliori caffè di Napoli. Sicuramente il migliore, rispetto a una certa zona che frequento io. (Se leggerete più avanti, comunque, capirete di che zona sto parlando.) Ora. Mi rendo conto che un’affermazione del genere — che porterebbe, come minimo, a descrivere le qualità, per me insuperabili, del caffè Ceraldi (il profumo, il colore, il sapore, tanto per cominciare) — un’affermazione del genere, dicevo, difficilmente, una volta espressa, la spunterebbe contro il buon senso. Specialmente, poi, se messa a confronto con quell’antica locuzione latina che dice: “de gustibus non est disputandum”. Il fatto è che per affermare ciò che affermo il sottoscritto ha deciso di adottare un sistema molto preciso. Quasi, oserei dire, scientifico. Volete sapere che cosa occorre per metterlo in pratica? Niente di più facile, trattando si caffè. Serve una bustina di zucchero. Dunque. Una volta che il caffè viene servito, dobbiamo versarci dentro lo zucchero. E fin qua, ok. Poi, però, dobbiamo contare quanti secondi impiega lo zucchero a colare a picco, sul fondo della tazzina. Il principio che adotteremo ai fini della nostra valutazione sarà: più tempo ci impiegherà, più il caffè sarà buono. Lo so. È una stupidaggine. Chissà voi cosa v’aspettavate. Si tratta, invece, di un espediente utile tutt’al più a chi intende capire, in anticipo, se il caffè che ha ordinato è un caffè ristretto oppure no. Ma lasciate che vi spieghi per quale motivo una convinzione del genere si è fatta strada dentro la mia testa, e c’è rimasta. Mi trovavo in un bar. Con mia madre (credo) e certi miei zii. Ero piccolo. (Insomma, non ricordo con precisione quanti anni avessi. So solamente che vivevo quell’età in cui qualsiasi parere sentissi pronunciare, specialmente se da un adulto, si imprimeva indelebilmente dentro la mia testa. Non so perché. Ma se paragoniamo la mia mente di bambino di allora a una lavagna pronta a raccogliere un certo numero di informazioni — anche quelle, o, forse, soprattutto quelle, più disparate — per scriverci sopra, chi doveva scriverci sopra, non utilizzava il gessetto. Chissà per quale motivo, usava qualcosa di molto più appuntito. Qualcosa che incideva.) “Da questo capisci quando un caffè è buono. Lo zucchero rimane per un po’ in superficie.” E basta. Non mi ricordo altro.