ritrovamenti

Sottrarre questo attimo allo scorrere incessante del – lettera maiuscola: Tempo. Giornate intere fagocitate da cerimonie – Battesimi, Comunioni, Cresime, Matrimoni – in grado, da piccolo, di apparirmi interminabili. (Al mattino presto, in auto, col freddo stemperato dai riscaldamenti in funzione, tenevo la fronte incollata al finestrino consapevolmente tentando di far sbollire il desiderio che ogni cosa terminasse. La sera, invece, come una bestiolina ricondotta a forza al recinto, smaniavo: scalciavo, battevo i piedi a terra, e mia madre mi sfilava le scarpe perché almeno mi facessi male alle dita.) In una foto, durante una di queste cerimonie, ho cinque anni. E sto piangendo. Mi rifiuto di farmi fotografare assieme ai miei genitori, seduti a tavola di fianco a me. (Questo, sia chiaro, io non lo ricordo: lo so. Quello che poi ha scattato la foto a tradimento me l’ha raccontato.) Stiamo in un ristorante, e la tovaglia è picchiettata di macchie di vino; sembrano lividure. Troppe per impedirmi di pensare che siano state versate per errore, quando non, invece, per una svogliata e quasi compiaciuta disattenzione. Bottiglie di acqua minerale rimaste imbevute. Un posacenere colmo di cicche. Delle fette di pane arravattato. È questo quello che, allora, sentivo definire da mio padre — ma soltanto dopo aver provato ad agitare le mani come per impastare l’aria — benessere? Ed ecco. Il timore che mi fa stringere gli occhi, come se una visione intollerabile del futuro m’avesse appena abbagliato, deve trarre la propria origine, nonché il proprio sostentamento, dall’incapacità di riconoscere, negli adulti che ho di fianco, i miei genitori. Piangendo sembro chiedermi: l’uomo alla mia destra, riverso, più che seduto, sulla sedia, e piegato verso di me – non lo guardo; così come non ne vedo il volto adesso, mentre osservo la foto, perché è girato – è proprio mio padre? Cosa ci fa dentro questo doppiopetto che gli mortifica i fianchi? E la cravatta? Perché ne regge la punta tra le mani come se volesse mostrarmela? Non ha sempre ricercato e amato, lui, negli abiti, la libertà di movimento che, forse esagerando, ha ammesso di trovare solamente indossando la tuta blu da lavoro dell’Italsider di Bagnoli? Alla donna sto più vicino. Cercando di infilare tra l’orlo del tavolo e il polso, sollevato a reggere una sigaretta, la punta della mia manina – che immagino umida di lacrime. I suoi capelli sono gonfi di lacca, e lucenti per qualche maleodorante tintura, mentre le spalline sotto al tailleur, a mo’ di sostegno ornamentale, la irrigidiscono in una posa talmente affettata da comprometterne il suo sguardo che è carico d’affetto. Si tratta della stessa donna che, la mattina quando mi veste per andare a scuola, e la sera, quando viene a prendermi dai nonni, chiamo “mamma”? Per quale motivo, allora, accetta di farsi ritrarre conciata in questo modo? Come la trovo affettuosa nei loro confronti l’insicurezza mia di allora. Ma loro l’avranno capito come mi sono sentito perduto, non appena li ho visti vacillare? O avranno pensato che ero il solito bambino viziato, sempre pronto a fare i capricci?