mappe (I)

Ho scritto un racconto. Grazie a questo racconto ho capito una cosa. Adesso provo a spiegarvi cos’è questa cosa. Il racconto che ho scritto narra la vicenda di un ragazzino che a causa di un brutto temporale è costretto a cambiare casa. Per un po’ di giorni, quindi, se ne va ad abitare in un altro posto. Non in un altro paese. Nemmeno in un’altra città. Semplicemente in un altro posto. L’estate è appena cominciata. La scuola è finita. Il ragazzino ha un sacco di tempo libero a disposizione. Esce, va in giro. Esplora. Irrimediabilmente, finisce nei guai. A un certo punto a causa di questi guai è costretto a ritornare da solo e di nascosto nella vecchia casa. Sono uno che, di solito, prende una gran quantità di appunti prima di cominciare a scrivere. Lo faccio per tenere a bada i dubbi. In merito a questo racconto, ricordo quelli che provai a tenere sotto controllo tramite una serie di mappe. Una precauzione inutile. Durante lo svolgimento della storia, infatti, il rapporto del ragazzino con i luoghi cambiò. Non era più una questione di distanze geografiche. C’entrava qualcos’altro. Molto meglio avrei fatto se mi fossi concentrato sugli effetti causati sulla personalità del ragazzino dal passaggio da un primo luogo più urbano (dove si trovava la prima casa) a un secondo più naturale (dove si trovava la casa temporanea). In effetti, non avevo capito una cosa molto semplice: la distanza tra questi due spazi già raccontava il passaggio del protagonista dall’adolescenza alla prima età adulta. Perché da una parte c’erano delle regole precise, dall’altra no. Tuttavia, pare sia impossibile fare esperienza della propria scrittura da lettori. Un occhio esterno in grado di cogliere (quando e se ci sono) le potenzialità e i limiti del nostro racconto è indispensabile. Ma nel mio caso c’era qualcos’altro. Il racconto è ambientato in alcuni dei luoghi dove sono cresciuto. Forse l’incapacità di cogliere gli aspetti più profondi di questa vicenda derivava dal non aver mai scritto seriamente a proposito del mio rapporto con questi luoghi. Il racconto, quindi, ha lasciato affiorare un mio limite. Un limite della persona, prima, e dello scrittore (aspirante), poi. E adesso? Inutile correre ai ripari. Il racconto è concluso. Cercherò di fare meglio la prossima volta. Ma voglio provare ugualmente a farmi qualche domanda; tentare di ampliare la mia consapevolezza territoriale – anche qui: di persona, prima, e di (aspirante) scrittore, poi – in modo da riuscire a gestire meglio problemi del genere quando si presenteranno nelle prossime occasioni. E dunque. Sono nato a Napoli, ma ho quasi sempre vissuto in provincia, in un posto che si chiama Bacoli. Partiamo dal mare. Il Tirreno, e la costa della Campania. In Campania ci stanno sei golfi. Da nord verso sud: il golfo di Gaeta (tra Lazio e Campania), di Pozzuoli, di Napoli, di Salerno e di Policastro (tra Campania, Basilicata e Calabria). Dov’è Bacoli? Il nostro punto di riferimento è il golfo di Pozzuoli, che si trova dentro al golfo di Napoli compreso, a nord-ovest, dalla penisola flegrea, e, a sud, dalla penisola sorrentina. Nel golfo di Pozzuoli ci sta il golfo di Bacoli. Affacciata sul golfo, ci sta la cittadina. Ma non finisce qui. Bacoli è suddivisa in dieci frazioni: Baia, Capo Miseno, Cappella, Cuma, Faro, Fusaro, Miliscola, Miseno, Scalandrone e, ultima, Torregaveta. Ho fatto ricorso io questa volta a Wikipedia; mi fossi affidato esclusivamente alla mia memoria le frazioni sarebbero risultate al massimo cinque; e, ho timore di credere, anche se l’avessi chieste a qualcun altro, a qualcuno di Bacoli, intendo, il risultato non sarebbe cambiato. (Credo sia come per certi americani, che ignorano il nome della maggior parte dei loro Presidenti, o il nome di tutti e cinquanta gli Stati.) Bacoli, però, come ve la racconto? Il territorio fa parte dei Campi Flegrei. Si tratta di una vasta area piena di crateri e fenomeni di vulcanismo. Il più famoso di tutti è la solfatara. Si trova vicino a Pozzuoli, ed è riconoscibile a causa delle fumarole di anidride solforosa che diffondono nell’aria una fortissima puzza di zolfo. Nei Campi Flegrei ci sono ben quattro laghi: il lago Fusaro, il lago Lucrino, di Miseno, d’Averno e di Patria; quest’ultimo si trova più a sud, in realtà, nel comune di Giugliano. Ma adesso torniamo un attimo al racconto. Ricordate la seconda casa dove andava ad abitare il ragazzino? Si trovava in prossimità del lago Fusaro. E intorno al lago Fusaro… Ecco, lo sapevo. Proprio quello che volevo evitare di fare: mettere insieme un po’ di informazioni che chiunque se volesse potrebbe leggere per conto proprio. Ma ragionare sul territorio è importante. In che modo posso rimediare? Potrei fare così: collegare certi luoghi a certi momenti della mia vita. Dall’infanzia all’adolescenza, fino ai primi momenti dell’età adulta. Perché più uno diventa grande, più diventa curioso e libero di esplorare il luogo dove è nato. Non sarà facile individuare questi momenti e questi luoghi, comunque. Ogni luogo è formato contemporaneamente dai posti dove ci piace o ci piacerebbe andare e dai posti dove faremmo di tutto per non metterci mai piede.

Ecco l’elenco:

(01) (L’infanzia.) Il terrazzo. Le scale. La piazza. La spiaggia. Il mare. I relitti delle navi. Baia.
(02) Ancora Baia. Le Scuole Medie. I Giochi della Gioventù. Il Castello Aragonese.
(03) Bacoli. (Adolescenza.) Il Liceo. La mattina presto. La villa. La libreria.
(04) Fusaro. Tagliarsi i capelli. Comprare le scarpe. Il passaggio a livello. L’incendio.
(05) Miseno. Le ripetizioni di matematica. Fermarsi con l’auto a leggere.
(06) Cuma. La festa di compleanno di Luca (nome inventato). Dove abitava, cosa combinava. Il mobile per i liquori nel salotto. I cavi elettrici.
(07) Ancora Cuma. Gli scavi. La recita scolastica. Le ragazzine e io.

Come potete vedere, di Bacoli mancano le dieci frazioni. Sono assenti anche i quattro i laghi della zona flegrea. Ci sono soltanto sette momenti e sette luoghi. Sistemati così, dànno un’idea di ordine. Ma quest’ordine non esiste. A volte tra un momento e l’altro trascorre un tempo che è relativamente breve. Altre volte trascorrono anni. Lo stesso vale per i luoghi. Ce ne sono alcuni che ho sempre avuto vicini, vicinissimi a volte, altri che hanno richiesto l’attraversamento di distanze enormi prima di essere scoperti.

Dove una riflessione sulla ciclicità del Tempo, nel bel mezzo di un nuvoloso pomeriggio di febbraio, sul lungomare del Lido Miliscola, permette di ritrovare, prima, la fiducia in se stessi, e di superare, poi, una serie di difficoltà (anche matematiche)

All’inizio dell’ultimo anno di Liceo – lo Scientifico “Ettore Majorana” – il mio curriculum scolastico, per una ragione che adesso non vi sto a spiegare (ma sulla quale prometto di tornare in seguito), subì un inaspettato calo di rendimento. La risoluzione delle espressioni matematiche, la valutazione delle loro incognite così come dei logaritmi, per quanto mi impegnassi, mi fornivano sempre dei risultati sbagliati. Nelle altre materie, per fortuna, continuavo a prendere dei buoni voti. In fisica, per esempio, raramente mi capitava di prendere un voto più basso di sette, e in italiano, come pure in storia e in filosofia, le interrogazioni terminavano sempre con dei voti intorno al nove, nove e mezzo. Il timore di non essere ammesso all’esame – lo stesso timore che avevo visto impresso l’anno prima negli sguardi di certi miei compagni, in bilico tra la promozione e la bocciatura – lo ritenevo eccessivo. Anche se. Verso febbraio, tre pessimi voti (molto al di sotto della sufficienza) pregiudicarono la media del mio primo quadrimestre. Il secondo non iniziò meglio. Bisognava fare qualcosa. Cosa? Semplice: prendere delle ripetizioni. Fu così che, a cominciare da febbraio, il lunedì, il mercoledì e il venerdì di ogni settimana, intorno alle sei e mezza del pomeriggio, salivo in macchina, partivo dal Fusaro, e, sfilando per il lungomare di Miseno (un dettaglio che, come si vedrà in seguito, sarà determinante), andavo a Bacoli. Mi recavo in una traversa di via Gaetano de Rosa. Entravo nell’androne di una vecchia palazzina, salivo a piedi quattro piani di scale e bussavo al campanello del Professor Bruno. Massimo Bruno aveva insegnato in un liceo di Pozzuoli. Adesso stava in pensione. Era vedovo e non s’era mai risposato. L’unica figlia andava a trovarlo di tanto in tanto portando con sé la nipote di due anni. Il Professor Bruno aveva un volto magro e la pelle liscia e morbida senza barba. Le sopracciglia erano folte, gli occhi erano chiari e la testa era ricoperta una rigogliosa capigliatura rossastra. Il suo abbigliamento era costituito da maglioni di filo colorati: verde oliva, marrone pastello, malva chiaro. I pantaloni, invece, erano sempre di velluto e sempre di colore grigio. L’unico segnale di eccentricità nel suo aspetto erano le pantofole. Avevano due lettere “Z” giallo oro ricamate sulle punte. Il Professor Bruno veniva ad aprire la porta e insieme ci recavamo nello studio. C’era una poltrona di pelle girata verso il televisore. Un orologio da parete. Una libreria. I volumi che riuscivo a identificare erano quelli di Antonio Gramsci e di Mao Tse Tung. Ricordo anche un cofanetto: TUTTO IL TEATRO DI BERTOLT BRECHT. Nello studio del Professor Bruno non c’erano le finestre. L’odore di chiuso era forte. Talmente forte che a volte, nelle rare occasioni in cui chiedevo di utilizzare il bagno, l’odore del deodorante al mirto che spruzzavo dopo lo scarico mi restava appiccicato addosso. Migliorarono i miei voti grazie all’intervento del Professor Bruno? No. Non subito, almeno. Per un po’ mi convinsi che le sue ripetizioni fossero inutili. In parte era vero. Sempre più spesso, infatti, scoprivo che ero io stesso a integrare gli errori nei miei calcoli. Perché riportavo in maniera errata sul quadernone i dati del mio problema. Forte di questa convinzione, saltai un paio di ripetizioni. Raggiungevo Miliscola e invece di proseguire fino a via Gaetano de Rosa, cercavo un posto dove parcheggiare. Lasciavo che il tempo passasse. In modo che di colpo fosse troppo tardi per arrivare puntuale. In auto mi limitavo a fare una cosa soltanto: gettare uno sguardo al di là del parabrezza e provare a osservare tutte le cose che c’erano. Il lungomare di via Lido Miliscola è una striscia di terra che separa il lago di Miseno dal mare. Sul lato interno ci sono aree di parcheggio private, baracchini che vendono frutti di mare e ristoranti che pubblicizzano specialità a base di pesce; sul lato esterno c’è uno scorcio che mette insieme il faro costruito sulla montagna di Capo Miseno (a sud) e l’alta parete di roccia del Monte di Procida (a nord). In mezzo ci stanno i profili bassi e ondulati delle isole di Procida e di Ischia; dorsi arcuati di irrequiete creature marine. Un pomeriggio tirai giù il finestrino. Lasciai che il rombo della risacca entrasse. Si ripeteva fragoroso. Sospingeva nell’abitacolo l’odore del mare; lo ricordo salato, robusto e putrido. La distesa molle del bagnasciuga doveva essere disseminata da filamenti d’alghe in decomposizione e carcasse di granchi. Strinsi le mani attorno al volante. I muscoli del collo si irrigidirono. Lo sguardo vagò verso le insegne illuminate dei lidi turistici, sopra i tetti acuminati delle cabine vacanti, oltre le punte degli ombrelloni incappucciati. Si fermò contro le barriere degli scogli frangiflutti. In alto, fronti enormi di nembi e giganteschi stratocumuli si davano battaglia. La luce era poca. Una parte veniva inghiottita e un’altra bucava la coltre di nubi – una pioggia d’aghi – e puntava verso la cresta delle onde illuminando di bianco gli schizzi di schiuma. Poi la luce si ritirò. Ma sapevo che il giorno dopo, domani, sarebbe tornata. Distesi le dita delle mani fino a farle vibrare. Liberai un sospiro. Sentii un spazio misterioso allargarsi dentro la mia testa: i pensieri si distanziarono e presero a scorrere veloci. Dovevo aspettare. Tutto qui: avere pazienza. Le cose si sarebbero messe a posto. Allora misi in moto. E partii.