golem

Michael Chabon ha cinque anni quando, sgattaiolando senza permesso nel seminterrato dello zio Jack, si imbatte nel suo primo golem. È un adolescente avido di letture quando, nell’appartamento di un uomo che scriveva romanzi young adult firmandoli con lo pseudonimo di C.B. Colby, incontra il secondo. In base ai testi della tradizione antica, un golem è un essere d’argilla evocato da un rabbino allo scopo di difendere il popolo ebraico. Non è un caso, quindi, se questo gigante di terra contraddistingue alcune delle pagine più belle della narrativa di Michael Chabon. Ne “Le fantastiche avventure di Kavalier & Klay” (Premio Pulitzer nel  2001) il diciannovenne Josef “Joe” Kavalier raggiunge, dopo l’occupazione nazista della Repubblica Ceca, suo cugino Sam, a New York, viaggiando dentro una cassa di legno assieme al famigerato Golem di Praga. Un altro golem, trasfigurato metaforicamente, lo troviamo in “Fountain City”, il romanzo di mille e cinquecento pagine che Chabon – dopo l’esordio de “I misteri di Pittsburgh”, e prima dell’apprezzato “Wonder boys” – non riuscì a portare a termine. Abile sperimentatore, Chabon adopera i generi della letteratura per trattare le tematiche più diverse. Ne “Il sindacato dei poliziotti yiddish”, un giallo ucronico che sarebbe piaciuto a Philip Dick, mette in scena un’immaginaria diaspora degli ebrei nello Stato dell’Alaska. Con “Telegraph Avenue”, la sua ultima fatica letteraria, dimostra di saper scrivere un romanzo “alla Middlemarch”, raccontando le vicende di due famiglie alle prese con gravidanze, adulteri e fallimenti economici. La vita di tutti i giorni, insomma. Diversamente dal rabbino Jehuda Löw ben Bezalel, però, che un giorno smarrì il controllo del proprio servitore (forgiato col fango della Moldava), Michael Chabon continua a dare corpo e anima alle proprie fantasie; insufflando la vita all’interno di questi fantastici golem di carta e inchiostro che sono i suoi romanzi.