lezione

Durante l’adolescenza ci sono stati dei periodi in cui le ore che trascorrevo nei luoghi immaginari superavano di gran lunga le ore che trascorrevo nei luoghi reali. Anche adesso che sono un adulto, però, faccio fatica a restare tutto da una parte o tutto dall’altra. Ogni volta è come cercare di passare attraverso una rete metallica con addosso un maglione infeltrito: c’è sempre un filo di lana che sporge e che resta impigliato. L’attività che mi aiuta a gestire questa predisposizione è la scrittura. Scrivere mi piace. Mi aiuta a capire dove mi trovo e cosa penso. Quando lo faccio cerco di farlo sempre al meglio. Cerco un posto tranquillo dove stare e porto sempre con me delle penne di scorta e un quaderno in più. Per sostenere l’ispirazione nei momenti difficili consulto dei libri che amo particolarmente e che mi suggeriscono quali parole usare. Il risultato che cerco di ottenere è sempre lo stesso, alla fine: far scomparire una realtà per farne apparire un’altra. Facciamo un esempio. Diciamo che mi metta a scrivere in una caffetteria. Meno fatica farà la prima realtà a scomparire, più chiaramente apparirà l’altra. Meno tempo impiegherà l’aroma del caffè a disperdersi nell’aria, più reali saranno i tratti del volto del mio protagonista. Meno tempo mi resterà nelle orecchie il tintinnio del cucchiaino contro la tazzina, più intenso sarà il chiasso delle voci che urlano dentro la testa. Come dicevo: una realtà si mette da parte e un’altra s’affaccia. Facile, no? Già. Ma che cos’è la realtà? In una delle sue Lezioni di Letteratura, lo scrittore russo Vladimir Nabokov ha cercato di spiegarlo. Immaginiamo, ha scritto Nabokov, che ci siano tre uomini che camminano in un paesaggio. Il primo è un uomo di città che si sta godendo una vacanza, il secondo è un botanico professionista, il terzo è un agricoltore di quelle parti. L’uomo di città si definisce un tipo pratico: sa dove si trova e dove sta andando, il botanico vede il mondo che lo circonda in termini di vegetazione (e il mondo dell’uomo di città gli appare assai vago e confuso), l’agricoltore osserva la natura in maniera personale e quindi emotiva: è il mondo dov’è nato e cresciuto. A questo punto, se dal paesaggio estraiamo un po’ di parole, come per esempio ALBERO, STRADA, FIORE, CIELO, GRANAIO, POLLICE oppure PIOGGIA, queste parole avranno differenti connotazioni soggettive. Non solo, dice Nabokov: la connotazione soggettiva di queste parole sarà talmente forte da far scivolare in secondo piano la connotazione oggettiva. Solo nel caso in cui riuscissimo a fondere queste tre realtà, saremmo in grado di ottenere una realtà oggettiva. Tutto chiaro? Adesso: se è giusto pensare che non ci sia questa grande differenza tra una realtà oggettiva e una realtà soggettiva, perché dovrei ritenere ridicola l’idea di traslocare in maniera definitiva in un mondo immaginario? Si tratterebbe di un luogo geografico reale tanto quanto un altro, no? Quand’ero adolescente lo facevo in continuazione. I mondi immaginari non mi bastava leggerli semplicemente sulla pagina. O guardarli su uno schermo. Mi piaceva pensare proprio di andare a viverci all’interno. Volevo attraversare i cunicoli bui e umidi dove Bilbo sottraeva a Gollum il suo prezioso tessoro, l’Unico Anello forgiato da Sauron, l’Oscuro Signore di Mordor. E volevo ordinare qualcosa da bere nel bar del porto spaziale di Mos Eisley, là dove Obi Wan Kenobi e Luke Skywalker convincono Ian Solo a volare a bordo del Millennium Falcon. Ma quelli erano luoghi troppo immaginari per me. Avevo bisogno di un luogo immaginario che si trovasse sul mio stesso pianeta. Esisteva un luogo del genere? Certo che esisteva. Era New York. In effetti, quanti avvenimenti immaginari avevo letto e avevo visto accadere a New York? Ne dico uno soltanto, tratto da una storia che ho amato molto durante la mia adolescenza: sulla cima di uno dei grattacieli di New York, una notte, è apparso un essere potentissimo. Si chiamava Gozer il gozeriano. Qual era l’obiettivo di Gozzer? Distruggere la Terra. Come sarebbe stato emozionante vivere a New York. In quella New York. Non avrei avuto nemmeno tanta paura. Sarebbe bastato fare attenzione. Tenermi alla larga dai frigoriferi, per esempio; specialmente quelli capaci di contenere, assieme a enormi quantità di cibo in scatola, irascibili divinità sumere. Fu in ragione di ciò che mi trasferii a New York. Dopo poco, però, i fantasmi iniziarono ad apparire dappertutto. Anche dove pensavo di essere al sicuro. E così, un po’ alla volta, la abbandonai. Ci ritornai anni dopo, nel 1995. Avevo appena compiuto quattordici anni, ma già sapevo che da grande avrei fatto lo scrittore. In quel periodo c’era soltanto una cosa che mi sembrava in contraddizione: ero a corto di idee. Un giorno, allora, andai al cinema. Vidi un film che si intitolava Smoke. Ricordo di aver provato una strana impressione, una volta uscito dalla sala. La vicenda mi aveva incuriosito, d’accordo, ma solo perché il suo protagonista era uno scrittore in crisi. Come se non bastasse, questo scrittore, Paul Benjamin, abitava nella stessa città che avevo abbandonato. Ma c’era dell’altro. Quel giorno, al cinema, ero molto distratto. In sala avevo notato una ragazza: una mia compagna di classe di cui ero segretamente, intensamente, perdutamente innamorato. Nel giro di un attimo, il fatto che la sua nuca fosse così vicina (l’intenso profumo di balsamo al cocco che sprigionava i suoi capelli) mi mise addosso un’insopprimibile agitazione. Purtroppo quella ragazza stava assieme a un altro, e qualcosa mi incatenava alla certezza che nessun genere di approccio da parte mia avrebbe potuto cambiare questo fatto. In pratica, il mondo reale mi stava sbattendo la porta in faccia. Avrei fatto meglio a tornare in un mondo immaginario. E così. Ho abitato a lungo dentro la New York di Smoke. Il film l’ho guardato e riguardato decine e decine di volte. Ci sono delle sequenze in cui non riesco più a notare alcuna differenza tra personaggi principali, secondari e comparse. Ai miei occhi nessun particolare detiene un significato più importante di un altro. L’altro giorno, però, ho avuto una sorpresa. Una di quelle che cerco di evitare sempre quando mi metto a scrivere. In ragione di un viaggio che farò a breve, stavo compilando una lista di nomi di città. Al primo posto c’era New York: BOOM: una scossa elettrica mi ha attraversato il braccio. Cos’era successo? Che New York avrebbe finalmente smesso di essere una città immaginaria. Quando ho capito tutte le ripercussioni di questa mia scoperta, sapete cosa ho fatto? Ho guardato Smoke. Non per ritrovare gli stessi luoghi e dire loro addio. Ma per ritrovare quei luoghi e vederli ancora una volta. Prepararmi a farli diventare ancora più vasti. A farli diventare, per la prima volta nella mia vita, reali.

SMOKE

Per scoprire dov’è che vivevano i personaggi di Smoke, a un certo punto mi sono messo a studiare la geografia di New York. Credevo di conoscerla, la geografia di New York. Una parte almeno. Invece no. Della geografia di New York ho scoperto di non sapere un bel niente. Tanto per cominciare, ignoravo il fatto che New York fosse divisa in cinque distretti. Voi lo sapevate? Io no. Questi distretti sono: Manhattan, Bronx, Queens, Brooklyn e Staten Island. Ogni distretto è formato da un certo numero di quartieri. Brooklyn, per esempio, dove è ambientato Smoke, è formato da quattro quartieri. Si trovano tutti sull’isola di Long Island. Long Island ospita due contee: quella di Nassau e quella di Suffolk. Sono entrambe famose per l’alta qualità della vita. Nella contea di Suffolk, per dire, si trovano gli Hamptons, che è dove i newyorkesi benestanti trascorrono le loro vacanze estive. Ma torniamo a Brooklyn. A Brooklyn le strade hanno una planimetria irregolare. Sono assai diverse dalle Street e dalle Avenue di Manhattan. E’ molto più difficile orientarsi, a Brooklyn. Ma questo posso dirlo soltanto in parte a mia discolpa.

PAUL

L’appartamento di Paul è piccolo. Per una persona sola va bene. Per due: no. C’è lo studio e il salotto, e una porta scorrevole che li separa. Tutto qui. Lo studio è occupato da uno schedario di metallo, un voluminoso personal computer (ricoperto da un telo) e una scrivania di legno. Sul pavimento, però, c’è un cestino per la carta straccia. Il cestino sta sistemato sopra a un volume dell’enciclopedia, in modo da tenerlo un poco sollevato da terra. Paul si diverte ad accartocciare le pagine che scrive e che lo lasciano insoddisfatto e a gettarle via: in questo modo tiene sotto controllo la mira. Paul ha anche un problema alla schiena. Perché alla fine cos’è che fa uno scrittore? Sta seduto. Per un’impressionante quantità di ore della sua vita. Sulla sedia Paul ha sistemato un cuscino. Ha preso la forma del suo sedere, oramai, e non produce più alcun effetto benefico. Non fa niente. Paul lo usa lo stesso. Nello studio, sulla parete davanti alla sua scrivania, ci stanno dei fogli di carta. Servono a Paul per appuntare le cose che deve tenere a mente mentre scrive. Ma cosa sta scrivendo in questo periodo, Paul? Non era in crisi? L’ultimo suo romanzo si intitolava “The Mysterious Barricades”. E’ stato quattro anni fa. Poi più niente. Il silenzio. Il vuoto. Sulla parete ci stanno anche tre fotografie in bianco e nero. Una ritrae un campo di baseball. Non è un caso. Paul è un grande tifoso dei Mets. Accanto all’ingresso dell’appartamento, abbandonate per terra, ci stanno le copie di un quotidiano. Molto probabilmente si tratta delle copie del New York Times con le recensioni dei libri di Paul. Ma chi può dirlo. A sinistra dell’ingresso c’è una cassettiera (il primo cassetto non si chiude bene e c’è un asciugamano di spugna azzurra agganciato al pomello). Nello studio c’è il letto dove Paul dorme e un tavolino rotondo con tre sedie con lo schienale di vimini. Contro il muro, vicino alla finestra a bovindo, sta poggiata un’altra sedia. Questa sedia è di legno. Le pareti sono occupate da una libreria. Accendini e posacenere stanno disseminati un po’ ovunque. Paul fuma Schimmelpennicks. Sono dei sigari. Li compra nella Tabaccheria di Auggie. A dividere lo studio dal salotto — come a separare due momenti ben precisi di un’esistenza — ci sta un mobiletto. Ha una struttura di ferro lucido e sopra ci sta una foto. E’ un ritratto di Ellen. Ellen adesso non c’è più. Qualche anno fa c’è stata una sparatoria. E’ successo davanti alla banca. Sono morte quattro persone. Una di queste era Ellen. Ellen era la moglie di Paul. Ellen adesso è morta. Con lei è morto anche il bambino che portava in grembo. E’ da allora che la fortuna di Paul è volata via. Ellen era l’amore suo adorato.

AUGGIE

Le facciate dei palazzi di Brooklyn si riflettono sui vetri della Tabaccheria di Auggie. Si vedono anche i segnali stradali, le insegne dei negozi, le luminarie dei semafori, e, sopra i tetti delle case, le cisterne che raccolgono l’acqua piovana. È l’estate del 1990. Fa caldo. Quando si apre la porta della Tabaccheria, c’è una campanella che squilla. All’interno, l’odore del tabacco ci penetra nelle narici, impregna l’aria: è fortissimo. All’ingresso ci sta un distributore di dolciumi. E’ piano di caramelle colorate. Se uno vuole una caramella basta inserire una moneta nella fessura e girare la manopola. Le caramelle escono fuori da una sfera di vetro trasparente. A fare da guardia a questo distributore qualcuno ha messo la statua di un indiano. E’ un capo tribù. Ha un copricapo di piume e stringe al petto una manciata di sigari. Questo capo tribù è fatto di legno scuro. Ostenta un’espressione serafica. (Si tratta della solita espressione serafica che si vede nei film western. I peggiori, di solito.) La tabaccheria vende anche libri e riviste. E’ piena di scritte. Dietro la porta c’è un cartello che dice “CLOSED”, e sotto “CLOSED” si legge “PLEASE CALL AGAIN”. Sulla fiancata di un frigo (lo stesso modello di frigo che uno di noi potrebbe avere a casa) c’è scritto: “SODAS”, poi “COLD SODA 75 ¢” e “WE APPRECIATE YOUR BUSINESS”. La Coca Cola ha un frigo a parte, invece: “HERE’S THE REAL THING”. C’è anche un cartello che assicura: “ASSORTED PIPE TOBACCO” e un poster pubblicitario che recita: “ENJOY A CIGAR!”. L’acqua in vendita è la “POLAND SPRING”. Un registratore di cassa e un barattolo di accendini si contendono lo spazio del bancone. Sotto al bancone è pieno di sigari. I sigari che fuma Paul sono gli Schimmelpennicks. Stanno qui sotto. Dietro al bancone gli scaffali con le sigarette rivestono un’intera parete. C’è una marca per ogni scaffale: WINSTON, CAMEL, MARLBORO, SALEM, MURIEL MAGNUM, AIR TIPS. In giro ci sono dei ritratti di personaggi famosi: Churcill, Regan. In realtà non sono loro, gli assomigliano soltanto. In alto, a contatto con il soffitto, stanno ammassate delle altre scatole. Auggie guarda ogni cosa da dietro il bancone. Lui è il gestore della tabaccheria. In questo momento sta spiegando la propria filosofia di vita a Vinnie. “Mai prendere niente troppo sul serio. E’ meglio per la salute. Tu, Vincent, sei quello che ha moglie e tre figli. La casa a Long Island. Hai la scarpe bianche e la Cadillac. Ma hai già avuto due infarti. Io sto ancora aspettando il mio primo.” Auggie è così che la pensa. Quando invita Vinnie a fare un giro, sistema la rastrelliera con i paperback davanti al bancone. Lo fa per nascondersi. Per ostruire la visuale a quei ficcanaso che passano sul marciapiedi. In questo modo Auggie si sente libero di parlare dell’affare Montecristo. Ha un uomo sicuro a Miami. E’ pronto con la roba tra qualche settimana. Il suo è un investimento di 5.000 dollari con un guadagno sicuro di 10.000. “Eh? Che ne dici, Vinnie?” E Vinnie: “Per quanto mi riguarda, io so solo che è ancora illegale fumare sigari cubani in America. Voglio che tu tenga quella roba il meno possibile, qua dentro. E spero che tu non ti faccia beccare.” Vinnie se ne va. Dice che tornerà a settembre.

RUBY

Una sera Auggie scopre di aver dimenticato la macchia fotografica. Non avremmo mai detto che ne possedesse una. Abbiamo fatto l’abitudine a immaginarcelo come uno che, semplicemente, se ne sta seduto tutto il giorno dietro al registratore di cassa a fare il suo mestiere. E invece. Non è un granché, come cosa, questa faccenda della macchina fotografica. Ma per Auggie è importante. E’ il suo hobby. Auggie dice che è la sua ossessione. Lo fa per cinque minuti al giorno. Prende la macchina fotografica, attraversa la strada, inquadra l’angolo tra la Settima e la Terza: scatta. Si mette sul lato opposto rispetto alla Tabaccheria. Lo fa da anni. Ogni mattina. Alle otto in punto. Ha più di 4000 foto, Auggie. 4000 foto che ritraggono tutte lo stesso posto. Per questo Auggie non può prendersi una vacanza. Deve restare fermo là dove sta e scattare le sue foto. Poi, un giorno, in Tabaccheria arriva Ruby. Ruby è una bella donna. Da giovane dev’essere stata davvero uno schianto. Ha più o meno l’età di Auggie. Indossa un vestito nero, scollato. Ruby è bionda. Porta i capelli come li porta Marylin in certe vecchie foto. L’acconciatura vaporosa cerca di nascondere la benda sull’occhio sinistro. (Auggie non sa cosa è accaduto all’occhio di Ruby. E non lo saprà mai.) Ruby è arrivata da Pittsburgh poco fa. Auggie pensa che voglia chiedergli dei soldi. Per questo è venuta a cercarlo. “Sì, vero,” ammette Ruby. “Ma non sono per me. Sono per nostra figlia.” “Nostra… figlia?” domanda Auggie. Si sporge sul bancone, si porta una mano vicino all’orecchio. Sorride, Auggie, ma è stupito. “Si chiama Felicity,” dice Ruby. “E’ appena maggiorenne. Vive a Brooklyn. Con un tale… uno che si chiama Chico. Si fa di crack. E’ messa male. Auggie. E’ incinta di quattro mesi.” Auggie storna gli occhi e sbuffa. Ruby l’ha già fregato una volta. E’ questo il punto. Auggie s’è fatto arrestare per Ruby. A causa di una collana. Tanto l’amava. Ruby la desiderava, ma al solito non aveva i soldi per comprarsela. Allora Auggie l’ha rubata. Per questo è finito davanti al giudice, che gli ha domandato: scegli la prigione o l’esercito? Auggie ha scelto l’esercito. Si è arruolato. Invece di andare al College è andato in guerra. E’ stato in Marina per quattro anni. Ha visto i suoi compagni perdere le braccia e le gambe. Li ha visti morire. Nel frattempo Ruby ha sposato Bill. E’ anche vero, però, che per più di un anno Auggie non ha scritto neppure una lettera, a Ruby. E prima di tornare a casa, tra Ruby e Bill era tutto finito. Ma non c’è niente da fare, adesso. Auggie non può più aiutare Ruby. Non può darglieli i soldi. Li ha investiti tutti nell’affare Montecristo.

THOMAS

E’ Thomas che salva la vita di Paul. (Paul stava per finire sotto a un camion.) Paul, allora, vuole subito fare una cosa: riportare l’equilibrio nell’universo. “E’ una regola,” dice. E’ molto felice, Paul. Si presenta. Anche Thomas si presenta. Dice di chiamarsi Rashid, però. Un attimo: facciamo attenzione altrimenti qui le cose si complicano. Rashid non si chiama Rashid. Rashid si chiama Thomas: Thomas Jefferson Cole. Solo che Thomas in questo periodo dice un sacco di bugie. Dice di chiamarsi Rashid e di vivere assieme ai genitori. Dice anche di essere uno studente della Trinity School. In realtà Thomas vive assieme alla zia Emily e allo zio Henry. E non a Manhattan, come pure ha detto, ma a Boerum Hill, “in the projects”. Che è un po’ come dire che vive nelle case popolari. Non ha studiato nemmeno alla Trinity School. Ha frequentato la John Jay School. Perché tutte queste bugie? Forse perché Thomas non vede suo padre da dodici anni. Due settimane fa, però, una conoscente di sua zia Emily l’ha incontrato. Ha detto che lavorava in un’officina dalle parti di Peekskill. (Per andare a Peekskill, se uno parte da Brooklyn, serve un’ora e venti con l’auto; con la Metro, invece, di ore ne servono due.) Quando Emily lo ha detto a Thomas, perché credeva che il ragazzo dovesse sapere, lui ha risposto: “Io non ho un padre. Per quanto mi riguarda quel figlio di puttana è morto.” E invece. Un giorno Thomas si reca fino a Peekskill per trovare il posto dove lavora suo padre. Lo trova: COLE GARAGE si chiama. Davanti all’officina c’è uno spiazzo d’erba dove stanno le auto che devono essere smantellare. Tutt’al più, possono servire per qualche pezzo di ricambio. E’ là che si mette Thomas. E a furia di starsene ore e ore appoggiato al paraurti arrugginito di una Buick si scotta il sedere. Dopo un po’ apre lo zaino, prende una matita e un album e comincia a disegnare. Disegna il garage. E’ una struttura vecchia, sta andando in pezzi: Thomas la trova interessante. Mentre disegna, Thomas osserva suo padre: se ne sta piegato dentro ai cofani delle auto, sostituisce i vetri dei fari rotti, controlla la pressione delle ruote, lava e asciuga i parabrezza. Le macchie di grasso sulla sua tuta da lavoro stanno tutte sul lato destro. Perché da quel lato ha ancora il braccio. Al gomito sinistro tiene attaccato un uncino meccanico. Il padre di Thoms lo usa per afferrare gli oggetti. Non sempre ci riesce, però. Quando è nervoso, specialmente. Come adesso. Perché sareste nervosi anche voi se dall’altro lato della strada un tizio non facesse altro che fissarvi tutto il giorno. Pensereste che sia un ladro, nella migliore delle ipotesi. Oppure un matto. Certo non pensereste mai che sia vostro foglio. “Stammi bene a sentire,” dice a Thomas. “In cassa c’è appena qualche dollaro. Che vuoi fare, derubarmi? Ho comprato questo pezzo di terra tre settimane fa. Se gli affari non iniziano a ingranare, qui devo chiudere. Hai capito bene? Chiudere. E se chiudo vado con il culo per terra.” Thomas non demorde, però. Non se ne va. Anzi. Chiede a suo padre se intende comprare il suo disegno. “Ma sei matto? Non hai sentito quello che ti ho appena detto?” “Potrebbe assumermi, allora.” “Assumerti?” “E’ solo un’idea.” L’ostinazione di Thomas piace a suo padre. Per questo accetta. Gli dice: “Nel garage sopra l’ufficio c’è una stanza. E’ un casino. Come se per vent’anni qualcuno l’avesse riempita di spazzatura. Bisogna dare una ripulita. Voglio che tu la metta a posto. Cinque dollari l’ora.” “Va bene,” dice Thomas. “Ma voglio anche un’assicurazione dentistica. E ferie pagate. Altrimenti deve assumermi come freelance.” “Facciamo che ti assumo come freelance, allora. Affare fatto?” “Affare fatto.” “Io mi chiamo Cyrus.” “Piacere,” risponde Thomas. “Io mi chiamo Benjamin, Paul Benjamin.” Durante una pausa di lavoro, Cyrus offre a Thomas una lattina di Budweiser. L’afferra con i ganci di ferro dell’uncino e gliela porge. Thomas lo ringrazia e gli dà una pacca sulla spalla. Stanno entrando in sintonia. Poi: “Senti… Posso chiederti cosa ti sei fatto?” Cyrus guarda Thomas negli occhi. “Dodici anni fa Dio mi ha punito. Mi ha detto: Cyrus, sei stato un uomo cattivo, stupido, egoista. Hai ucciso la donna che amavi. Per questo ti metterò un uncino al posto della mano. E tutte le volte che guardo il mio braccio, mi ricordo di essere stato un uomo cattivo, stupido, egoista.” Nella stanza dove deve mettere a posto, Thomas trova ogni genere di cose: grucce di legno, gabbie per uccelli, ruote di biciclette, rastrelli per il giardino. Trova anche un vecchio televisore. Decide di regalarlo a Paul.

PAUL (II)

Quando lo incontra per la seconda volta, Paul scopre che Thomas è davvero nei guai. Nei guai fino al collo. In pratica, Thomas è in fuga. Non da se stesso o da suo padre. E’ proprio in fuga. Non esiste un altro modo per dirlo. Qualche giorno fa, davanti a uno di quei posti dove incassano gli assegni, Thomas ha visto scappare due rapinatori. Indossavano delle maschere e impugnavano delle pistole. Quando li ha visti Thomas ha avuto paura. Ciò nonostante, ha guardato uno dei due rapinatori dritto negli occhi e l’ha riconosciuto. Era Charles Clemm. Charles “The Creeper” Clemm. Uno con cui è meglio non avere a che fare. Peccato che anche Charles “The Creeper” Clemm abbia riconosciuto Thomas. Nella corsa i due rapinatori hanno anche perso i soldi della rapina. Che Thomas ha recuperato e tenuto per sé. Dentro c’erano 6.000 dollari. “5.814, per la precisione,” dice Thomas a Paul. “E adesso cosa intendi fare?” gli chiede Paul. Dalla finestra sente provenire il rumore del traffico. “Di andare dalla polizia non se ne parla.” “E allora?” “Aspetterò che si calmino le acque.” Così Paul e Thomas guardano assieme un po’ di partite di baseball, con il televisore che Thomas gli ha regalato. Thomas dice di averlo acquistato da “Goldbaum’s TV and Radio” per 29 dollari e 95. Era scontato. Dice a Paul un’altra bugia. Mettono un posacenere sul bordo del letto e fumano. Fuma anche Thomas. Paul indossa il suo berretto preferito. E’ blu con la visiera rossa. Peccato che il televisore sia difettoso. Ogni tanto le immagini sfarfallano. Una notte che Thomas non c’è, bussano all’appartamento di Paul. Paul si alza dal letto, va ad aprire. Peccato non faccia in tempo a richiudere la porta che due energumeni gli entrano in casa. C’è “The Creeper”, proprio lui, e un altro. “The Creeper” indossa una tuta di velcro. La cerniera della giacca è abbassata. La pelle è lucida e tirata sopra ai muscoli. Lo sterno è convesso e i pettorali sono gonfi. Paul, man mano che “The Creeper” si avvicina, sente l’odore della polvere da sparo. Magari è soltanto un’impressione. “Lo sai chi sono io, eh? Lo sai?” dice “The Creeper”. Si muove in continuazione, come un pugile al centro del ring che studia il momento migliore per sferrare l’attacco. “Credo… Credo di sì,” sussurra Paul. “Ah, sì?” domanda “The Creeper”. “Lo sai?” “Sei “The Creeper, no?” Errore. Mai chiamare “The Creeper” “The Creeper”. A questo punto interviene l’altro. Più basso, meno muscoloso, ma è lui che tira fuori la pistola. Preme la canna contro la guancia di Paul. Gli fa male. Gli chiede di Thomas. Gli chiede se sa dov’è Thomas. Paul dice che non sa niente. Lo riempiono di botte. Lo mandano all’ospedale. Quando esce dall’ospedale, Paul ha due grossi lividi sulla faccia. Il braccio destro è stretto intorno al collo. Qualche giorno dopo, Paul si reca in Tabaccheria. Fuori, sul marciapiede invaso dalla luce del sole, c’è Auggie che parla con Jimmy. Jimmy è il suo garzone. Jimmy ha qualche difetto. Gli manca qualche rotella. Auggie sta dicendo a Jimmy: “Se accade, accade. Se non accade, non accade. Questo lo capisci? Non puoi sapere quello che accadrà. Nell’attimo in cui pensi di saperlo, quello è proprio quando non sai niente. Un accidenti di niente. E’ quello che chiamiamo un paradosso. Mi stai seguendo?” E Jimmy: “Sì, ti sto seguendo, Auggie. Quando non sai niente di niente, è come il Paradiso. Io so cosa significa il Paradiso. E’ dopo che sei morto. Sali in Paradiso e te ne stai seduto assieme agli angeli.” Poi Jimmy abbraccia Auggie, come se fosse sua madre. Quando Auggie vede arrivare Paul, gli dice: “Ehi, amico! Che accidenti ti è successo?”

AUGGIE (II)

La tabaccheria di Auggie è dotata di un’uscita sul retro. E’ da questa porticina che un giorno esce Auggie. Tiene un giornale delle corse tra le mani. Sta andando a scommettere. Un’auto svolta l’angolo facendo stridere i freni e accosta. “Fai presto, Auggie. Sali.” E’ Ruby. “Dove mi vuoi portare?” “Non fare domande.” Nell’auto, agganciato allo specchietto retrovisore, ci sta un deodorante. Ha la sagoma di una foglia d’acero. Ruby porta Auggie nel quartiere dove abita Felicity. In strada c’è un senza tetto che rovista in un bidone della spazzatura. Lo trova vuoto. Il senza tetto solleva il bidone e lo scaglia lontano. “Proprio un bel posticino,” dice Auggie. Le facciate dei palazzi sono ricoperte di scritte oscene. Il portone di Felicity ha il vetro in frantumi. Quando varca l’ingresso, Auggie sente odore di rancido. Nell’appartamento di Felicity manca la carta da parati. La vernice è scrostata. Su una delle pareti c’è un poster di Jim Morrison. Il letto è un materasso sistemato su una tavola di legno appoggiata a dei blocchi di cemento. Davanti alla finestra, come a schermare la luce del sole, c’è una tovaglia con il disegnato di un mandala. Il televisore senz’audio trasmette una pubblicità con una famiglia di papere. Sul tavolo c’è una scatola di cereali FRUIT RINGS. “E’ lui, Felicity. Ecco tuo padre.” Sul davanzale della finestra Felicity tiene le sigarette. Ne accende una. Succhia una boccata. “Io non ho un padre,” dice. “Sono nata quando un cane ti ha scopata nel culo.” Felicity è pallida. Indossa delle infradito di gomma celesti e un accappatoio di spugna bianca. La pelle attorno agli occhi, così come agli angoli della bocca, è irritata. Somiglia moltissimo a sua madre, Felicity. “Questa ci voleva proprio. Eccome se ci voleva,” dice Auggie. Incrocia le braccia. Sbuffa. Nota un altro materasso appoggiato contro una parete. “Felicity,” dice Ruby. “Noi non siamo preoccupati per te. Questa è la tua vita. La vita che hai scelto. Ci sta bene. Noi siamo preoccupati per il bambino che sta per nascere. E’ nostro nipote, Felicity.” Felicity inspira voluttuosamente dalla sigaretta e butta fuori il fumo. Si nasconde dentro una nube. “Non c’è nessun bambino,” risponde Felicity. “Non più.” Regge la sigaretta accanto alla bocca. Le unghie sono ben curate. Lo smalto è rosso. “Chico pensa per me. Lui è un vero uomo. Tu, invece? Chi è questo qui? Ce l’ha la grana, almeno?” Ruby ha gli occhi sgranati. E’ spaventata. “Come no, signorina,” risponde Auggie. “Sono un milionario. Vesto così perché mi vergogno dei miei soldi.” Fuori si sentono delle sirene. Un’ambulanza. Forse la polizia. Ruby china la testa. Comincia a singhiozzare. Piange. “Andiamo, Ruby. Ti prego, andiamo via,” dice Auggie. “Sì, andate via. Andate via prima che arrivi Chico. Perché lui è un vero uomo. Se vi incontra vi ha a pezzetti. Avete capito? A pezzetti.”

PAUL, THOMAS, AUGGIE

Incontriamo Auggie qualche giorno dopo, durante il compleanno di Thomas. Nel pomeriggio Thomas e Paul si sono recati in una libreria. Paul ha regalato a Thomas dei libri. La cassiera l’ha riconosciuto. “Lei è Paul Benjamin, vero? Lo scrittore” ha detto. Era molto giovane, la cassiera. E molto carina. Thomas ha invitato anche lei alla festa. Paul e la cassiera, April Lee, stanno ballando. Quando il gruppo si imbatte in Auggie, il juke box sta diffondendo le note di Downtown Train assieme alla voce di Tom Waits. Auggie è leggermente ubriaco. Anche lui non è da solo. Sta con una donna. Non si tratta di Ruby, però. Auggie la presenta ai suoi amici: “Signori, ecco a voi: Miss Violet Sanchez de Jalapeno.” “Piacere,” rispondono gli altri. Nessuno sa niente di quello che è successo a Auggie. Di Ruby, di Felicity. Probabilmente neppure Miss Violet Sanchez de Jalapeno sa niente. “Quanti anni compi, ragazzo?” chiede Auggie. “Diciassette, signore.” “Diciassette, mio dio…” La festa prosegue. A un certo punto Paul prende in disparte Auggie. Gli mormora qualcosa in un orecchio. Auggie gli fa segno di aver capito e chiama Thomas. “Ragazzo,” gli dice. “Che ne diresti di un lavoro. Il tuo agente, qui, mi ha detto che te ne servirebbe uno.” “Un lavoro non si nega mai, signore.” “Presentati domani mattina alle dieci alla mia Tabaccheria. Alle dieci, capito?” “Va bene.” Thomas inizia a lavorare nella Tabaccheria di Auggie. Niente di troppo complicato, all’inizio. Pulisce davanti all’ingresso e toglie la polvere dagli scaffali. Per un po’ va tutto bene. Fin quando Thomas non commette un errore. Un brutto errore. In fondo, Thomas ha solo diciassette anni. E’ un ragazzino. Un giorno dimentica di chiudere il rubinetto nel ripostiglio. Ha preso un numero di Penthouse, ha iniziato a guardare le foto, e non si è accorto del tempo che passava. Il lavandino si è colmato. L’acqua ha iniziato a scorrere. Sotto al lavandino Auggie ci teneva le scatole dei sigari cubani. Sopra c’era scritto “POR SENOR WREN 211 PROSPECTO PARK NUOVA YORK”. (L’uomo sicuro a Miami. L’affare Montecristo: 5.000 dollari di investimento e i 10.000 di guadagno.) Il giorno dopo, Paul chiede a Auggie di accettare le scuse di Thomas. E di riprenderlo a lavorare. “Ho impiegato tre anni per mettere da parte quei cinquemila dollari, ragazzo. Adesso ho perso tutto. Sono al verde. Quel che è peggio è che la mia credibilità è azzerata.” Allora Thomas decide di dare a Auggie i soldi della rapina di “The Creeper”. Auggie, a sua volta, darà quei soldi a Ruby. Glieli darà un pomeriggio mentre passeggiano al Brooklyn Bridge Park. Ruby ne sarà felice. Si metterà a piangere.

AUGIE (III)

Paul acquista sempre due scatolette di Schimmelpennicks. Di solito. Questa volta, invece, no. Ne prende una sola. “Come mai?” gli chiede Auggie. “Diciamo che c’è qualcuno che si preoccupa per la mia salute” risponde Paul. “Oh, senti senti. Sta andando bene, allora. E come va, ultimamente, maestro? Scritto qualcosa di buono?” “Mi hanno telefonato del New York Times. Vogliono pubblicare un mio racconto per il giorno di Natale.” “Fantastico.” “Peccato che io non abbia nessuna storia, sotto mano. E Natale è tra quattro giorni.” “Dov’è il problema, scusa? Di storie di Natale io ne conosco a bizzeffe.” “Sul serio?” “Facciamo così. Tu offrimi il pranzo, e io ti regalo la più bella storia di Natale che tu abbia mai sentito” Così accade. Il giorno dopo Paul e Auggie vanno a pranzo in un Deli, il “BARNEY GREENGRAB”. Prima di cominciare il suo racconto, però, Auggie legge un po’ il New York Post. In prima pagina c’è una notizia. Due ladri hanno rapinato una gioielleria, l’altro giorno. La polizia ha sparato e i due ragazzi sono morti. Sul giornale ci sono i loro volti. Si chiamavano Charles Clemm e Roger Goodwin. Auggie legge i due nomi con attenzione. Poi piega il giornale, lo poggia sul tavolo accanto alla forchetta e al coltello, e comincia a raccontare: “E’ il 1976. Ho appena iniziato a lavorare per Vinnie. Sua madre si ammala e così lui è costretto ad andare a Miami. Resto solo. In tabaccheria un giorno entra un ragazzo. Crede di non essere visto e si nasconde una rivista porno sotto la giacca. Scappa. Io lo inseguo. Correndo lungo la strada il ragazzo perde il portafoglio. Io mi fermo. Raccolgo il portafogli. Lo apro. Tiro fuori i documenti e leggo: Roger Goodwin.”