distante

Una sessione di scrittura può essere stancante. Non soltanto mentalmente. Costringe a tenere le gambe immobili, la schiena rigida, la testa bloccata. Inoltre, quando la prima stesura di un testo è scritta a mano, obbliga a tenere anche le dita contratte, strette attorno alla penna; in certi casi fino al sopraggiungere dei crampi. Smettere di scrivere fa sì che un’onda di piacere si propaghi in tutto il mio corpo, stretto come un nodo. Per sciogliere questo nodo, fino a qualche tempo fa credevo che bastasse distrarmi. Accantonare la stesura di un racconto o di un articolo e iniziare a guardare un film. Un poco alla volta, però, ho scoperto che guardare un film era un’attività che aveva diversi punti di contatto con la scrittura. Seguire la trama mi induceva a leggerne e a studiarne la struttura mettendola automaticamente a confronto con quella che avevo provato a elaborare poco prima. Non staccavo mai. Poi un giorno ho scoperto quello che mi faceva stare bene: camminare. Venti minuti, mezz’ora al massimo, erano un tempo più che sufficiente. Coprire una grossa distanza era inutile. Quello che era importante era uscire. Anche se il tempo meteorologico non era dalla mia parte. Certe volte non lo è neppure adesso. Alla fine l’inverno è arrivato. Le temperature sono scese di una decina di gradi. Adesso sono stabili sotto lo zero. Il freddo mi ha costretto a indossare la sciarpa e i guanti e la pioggia ha iniziato a cadere. Come se non bastasse la neve, sottraendo spazio alle zone urbane, ha trasformato i percorsi più accessibili in ardimentose traversate. Non appena le condizioni climatiche me lo permettono, però, metto il naso fuori di casa. Un attimo: voglio cercare di spiegare bene questa cosa. Quando mi ritrovo in mezzo alla strada, da un lato mi gratifica il corpo, dall’altro mi costringe ad abbandonare ogni tentativo di interpretare la realtà mediante strutture narrative. In questo momento, per esempio, in strada ci sono due signori anziani che stanno osservando la vetrina di un negozio, ancora allestita con gli addobbi natalizi. Cos’è che stanno guardando veramente questi signori? Oppure ecco che mi imbatto in una ragazzina che sta parlando al cellulare, a un certo punto urla e decide di attraversare la strada costringendo così un automobilista a una brusca frenata. Quale effetto produrrà questa serie di eventi? Infine c’è un signore che mi viene incontro lungo il marciapiedi, pare tornargli in mente qualcosa d’importante quando i nostri occhi si incontrano, si volta e inizia a camminare rapidamente nella direzione opposta. Capite cosa intendo? È accaduto a causa mia? C’è pure il vento. Non è stata una vera ritirata, la sua. Mi soffia sulla faccia e mi gela le guance. Meglio cercare un riparo. Lo trovo in una piccola libreria. Evito la grande distribuzione: l’invadenza dei cartonati pubblicitari, l’aria dei condizionatori che sa di bruciaticcio, l’educazione affettata dei commessi. Preferisco le luci smorzate e l’odore pungente della colla. E il tepore umido che sprigiona direttamente dai libri. Senza il cellophan che li avvolge, sono liberi di rilasciare il calore accumulato per anni. Ma perché starmene in mezzo a loro, tra le pagine fitte di parole, quando l’idea era quella di allontanarmene? Qualcuno potrebbe trovare incoerente questa scelta. Invece no. Ho semplicemente compiuto un percorso: da un luogo dove le parole faticavano a uscire (la testa), passando per un luogo che mostrava la loro inutilità (il mondo), per raggiungere un luogo in cui sono offerte con discernimento (la libreria). Mi è servito a trovare la giusta distanza. Ciondolo tra gli scaffali. Ricerco quegli autori che meglio di altri (secondo me) hanno saputo adoperare le parole. Racconti e romanzi che ho già letto e ho già amato. E’ come ritrovare il volto di una persona cara in mezzo a una folla di sconosciuti. I titoli presenti seguono un ordine alfabetico. Ciononostante, non mi sorprende trovare la lettera H in mezzo alla lettera F. Come se la G non esistesse (William Gaddis, Barry Gifford, William Goldman…). Eppure “I racconti di Nick Adams” di Hemingway stanno accanto a “I racconti dell’età del jazz” di Fitzgerald. Sorprendo qualcuno se mi metto a sfogliare proprio Fitzgerald? Scott, come preferisco chiamarlo. Scott è l’autore che sto leggendo di più in questo periodo, lo sapete? Dopo un romanzo, Scott era solito pubblicare una raccolta di racconti. A “Di qua dal Paradiso” seguì “Maschiette e Filosofi”; a “Belli e dannati”, “I racconti dell’età del jazz”; a “Il grande Gatsby”, “Tutti i giovani tristi”. Si trattava di una regola che non infranse mai. Neppure una volta. Nemmeno quando, dopo l’uscita di “Tenera la notte”, pensò di dare alle stampe una raccolta di scritti autobiografici. L’idea non piacque a Max Perkins, il suo editor alla Scribner, e così l’anno dopo vide la luce una quarta raccolta di racconti, “Taps at Reveille”. Scott, tuttavia, non abbandonò mai il suo progetto. Come non abbandonò mai l’intenzione di illuminare certi aspetti dell’esistenza. Così nel 1936, sulle pagine di Esquire, pubblicò la “Trilogia del fallimento”. Un resoconto spietato delle proprie debolezze e dei propri errori. Un ritratto di sé disincantato, al limite del cinismo, che nulla aveva a che fare con l’immagine dello scrittore talentuoso e gaudente, sempre intento a organizzare feste interminabili e viaggi esotici. Lo Scott tratteggiato nella “Trilogia del fallimento” credeva che la condizione dell’uomo fosse simile a una dignitosa infelicità. La felicità, quella che aveva provato da piccolo, era stata soltanto una vocazione all’illusione. Ad arrabbiarsi per il contenuto della “Trilogia” ci fu Hemingway, che Fitzgerald, proprio in uno dei suoi articoli, aveva definito la sua “coscienza artistica”. In che modo andò smarrita la felicità di Scott? Nel primo degli articoli, “Il crollo”, Scott illustrò una distinzione tra due tipologie di cedimento. Quello che avviene subito, e che viene percepito immediatamente in tutte le sue conseguenze, e quello che si percepisce in un secondo momento, all’improvviso e tutto in una volta. Alla prima tipologia appartengono due grandi rimpianti giovanili di Scott: (1) essersi dimostrato di costituzione troppo gracile per emergere nel gioco del rugby; (2) non aver combattuto in Europa durante la Prima Guerra Mondiale. Alla seconda tipologia appartiene il trauma che marchiò per sempre la sua vita: “un amore tragico segnato dalla mancanza di denaro”. Nel 1918 Scott si era innamorato di una ragazza; era bellissima d’aspetto, molto sicura di sé e, soprattutto, ricca: Zelda Sayre. Carico di entusiasmo, Scott si trasferì a New York, dove trovò lavoro in un’agenzia pubblicitaria. Zelda, però, che per nulla al mondo avrebbe accettato di vivere al fianco di un uomo che guadagnava appena 90 dollari al mese, quando seppe che la Scribner aveva rifiutato la prima stesura del romanzo d’esordio di Scott, “Di qua dal Paradiso”, ruppe il fidanzamento. Sconvolto, Scott trascorse tre settimane tormentato dai suoi peggiori incubi: la povertà e l’alcolismo. Dopo un anno di revisioni, Scott presentò una nuova versione de “L’egotista romantico” (il titolo originario per “Di qua dal Paradiso”), che questa volta la Scribner, grazie alla segnalazione di Max Perkins, accettò di pubblicare. Il libro fu un best-seller. Zelda ritornò sulla propria decisione e sposò Scott. Nacque così la coppia più rappresentativa degli anni Venti, la cosiddetta età del jazz, il decennio “dei miracoli, dell’arte, degli eccessi e della satira”, vissuto da un duo formidabile e affiatato. Nacque però anche, nell’animo di Scott, un’inveterata sfiducia nei confronti delle persone benestanti, di fronte alle quali Scott si sarebbe sentito sempre in soggezione. Terminati gli anni Venti con la crisi di Wall Street, gli anni Trenta si inaugurarono nel peggiore dei modi: il 23 aprile Zelda diede i primi segni di malattia mentale: schizofrenia, si chiarì in seguito. Nel 1932 venne ricoverata, lasciando la piccola Frances – nata all’inizio dei gioiosi Twenties e affettuosamente chiamata Scottie – con il padre. Nel 1934, “Tenera è la notte” si rivelò un insuccesso. Nel 1935 Scott subì un grave tracollo fisico a causa di un attacco di tubercolosi. Nel 1936 il New York Post gli carpì un’intervista facendogli fare la figura dell’ubriacone. Lui si ammalò di depressione. Tentò il suicidio. L’isolamento, tuttavia, lo fece entrare in uno stato di quiete che lo indusse a ragionare. Molti amici cercarono di individuare la falla da cui la sua vitalità e il suo entusiasmo erano sgocciolati via. Nessuno ci riuscì. Aveva sviluppato un atteggiamento triste nei confronti della tristezza, malinconico nei confronti della malinconia e tragico nei confronti della tragedia. Un’identificazione simile sapeva bene cosa significasse: la morte del componimento letterario. Allora Scott si rese conto di non poter più ottemperare agli obblighi che la vita gli imponeva. Avrebbe continuato a fare lo scrittore ma avrebbe smesso di essere una persona. Una persona gentile, giusta, generosa. Avrebbe rinunciato a concedersi. Ogni concessione l’avrebbe considerata uno spreco. Ogni richiesta d’aiuto, avrebbe ottenuto la stessa risposta: “Spiacente, ma gli affari sono affari”, “Avresti dovuto pensarci prima di cacciarti nei guai”, “Non sono io la persona a cui devi rivolgerti”. Nell’ultimo periodo della sua vita, Scott diventò uno scrittore e basta. Fu questa limitazione a infastidire Hemingway? Oppure a dargli sui nervi fu l’ammissione, da parte di Scott, di tutte queste debolezze? Per un breve periodo, intorno ai vent’anni, quando per la prima volta gli era stata diagnosticata la tubercolosi, Scott era andato via da Princeton. Quando vi tornò, si accorse di non essere più quello di prima: “la mia carriera di leader degli uomini era finita.” E da allora non è stato più in grado “[…] di licenziare una domestica incapace, e rimango stupito e ammirato da chi ci riesce.” Un’intelligenza di prim’ordine, secondo Scott, avrebbe dovuto essere in grado di fare una cosa: “capire che la situazione è disperata ma essere comunque determinata a cambiarla”. Ma “un antico desiderio di predominio sugli altri si era infranto e inabissato per sempre.” Quanto di più distante rispetto alla visione della vita di Hemingway. Che avrebbe poi conosciuto, e affrontato a suo modo, i demoni delle parole.