esordio

L’inverno se la prende comoda. La temperatura cala un poco alla volta. La pioggia viene giù senza eccedere. Il vero assente è il vento. Ma non ho fretta. So che quando arriverà, e sarà forte e tagliente e freddo, reclamerà tutta quanta la mia attenzione. Ma l’attenzione è una cosa che mi serve. Sono le dieci e mezza del mattino. Mi trovo da Exki. Exki è un restaurant-cafè dove è possibile ordinare frullati, sandwiches, insalate, torte e yogurt alla frutta. Io di solito ordino un caffè. Questa volta ordino un cappuccino. Il nome Exki deriva dal francese “exquis” e vuol dire “squisito”. È un franchising. Da Exki occupo un posto lungo la fila dei tavolini che stanno sistemati a ridosso dell’ampia vetrata che affaccia direttamente sulla strada. Ho bisogno di luce. E la luce che proviene da fuori è grigia e lucida a causa dell’umidità accumulata durante la notte. È una buona luce. Sopra al tavolino tengo sistemati un’agenda e un libro. L’agenda è la Moleskine sulla quale ho inaugurato questo diario. Il libro si intitola “Good Luck & Goodbye”. L’ha scritto Francis Scott Fitzgerald e si tratta di una raccolta di articoli autobiografici che l’autore de “Il grande Gatsby” ha scritto nell’arco della sua vita. Il primo articolo, intitolato “Chi è chi – e perché”, è uscito nel 1920. Fitzgerald aveva appena pubblicato il suo romanzo d’esordio, “Di qua dal Paradiso”. L’ultimo articolo, “La mia generazione”, è uscito un anno prima della sua morte, avvenuta il 21 dicembre del 1940 a seguito di un attacco di cuore. L’antologia contiene anche i tre articoli-confessione che Fitzgerald pubblicò nel 1936 su “Esquire”. Fitzgerald era solito riferirsi a questi articoli come la “Trilogia del fallimento”. Quando uscirono destarono molto scalpore tra i suoi lettori. Fecero anche infuriare Hemingway. L’autore de “Il vecchio e il mare” avrebbe preferito che l’amico avesse sublimato all’interno della finzione letteraria certe questioni che avrebbe fatto meglio a tenere per sé. Non so se mi va di leggerli questi articoli. Non adesso, comunque. L’articolo che sto cercando di leggere in questo momento parla di tutt’altre cose. Si tratta del nono articolo, “Cento false partenze”. All’improvviso sento un rumore. C’è un ragazzo che sta sistemando dei barattoli di marmellata tra i ripiani degli espositori. Quando torna dietro al bancone per prenderne degli altri, evito di incrociare il suo sguardo. Getto un’occhiata di là dalla vetrata. In strada c’è una donna che porta a passeggio un cane. Seguo il suo percorso fino al momento in cui svolta l’angolo. “«Sento di avere qualcosa da dimostrare e che potrebbe svilupparsi nel corso della storia», oppure dico «Questa è pura ostinazione; meglio buttar via tutto e ricominciare da capo». Quest’ultima è una delle decisioni più difficili che possa capitare a un autore – prendere la cosa con filosofia, prima di sforzarsi per ore e ore nel tentativo di resuscitare un cadavere o di sbrogliare una matassa ancora fresca di mugugni è una prova per capire se è un vero professionista oppure no. Vi sono spesso occasioni in cui una decisione del genere è doppiamente difficile; nelle ultime fasi di un romanzo per esempio, quando buttare via tutto è fuori discussione, ma c’è da decidere se un personaggio tanto amato vada trascinato fuori di peso, mentre stridendo si tira appresso una mezza dozzina di scene buone. È qui che tali confessioni si collegano a un problema generale oltre a quelli specifici di uno scrittore. La decisione su quando smettere, se si sta semplicemente annaspando e causando problemi agli altri, andrebbe presa più spesso nel corso di una vita. Da giovani ci insegnano la semplice regola di non mollare mai perché si presume che seguiamo programmi stilati da persone più sagge di noi. La mia conclusione è che, se abbiamo imboccato una via che si fa sempre più incerta e sentiamo le forze vitali giungere allo stremo, è meglio chiedere consiglio, sempre che ci siano buoni consigli a portata di mano.” «Posso portare via?» Accanto al tavolino c’è il ragazzo dei barattoli. Allunga una mano verso la tazza del mio cappuccino. «Puoi portare via tutto» dico. Il ragazzo recupera la tazza, ma non va via. Io ho già pagato. Da Exki si paga appena si ordina. Cosa vuole, allora? «Vuoi vedere lo scontrino» domando. Inizio a chiedermi dov’è che l’ho messo, se nel portafogli oppure nella tasca dei pantaloni. Nella fila dei tavolini adesso c’è una donna. In fondo al locale sono arrivati tre uomini che chiacchierano. «Non voglio cacciarla via. Ma qui tra un po’ arriveranno gli operai. Devono rinfrescare le pareti. Questa zona del locale la chiudiamo. È meglio chiuderla. Se vuole può spostarsi al piano superiore. Ma se non le dà fastidio l’odore della vernice.» «Non ci sono problemi» dico. «Comunque contavo di andarmene, tra un po’.» Ma questa è una cosa vera soltanto in parte. Vorrei soltanto avere il tempo di… di cosa? Di finire di scrivere? Adesso dovrei riuscire a zittire il chiacchiericcio prodotto dalle persone che mi stanno attorno. Gli uomini, per esempio. Io li definisco “uomini” ma non so quanti anni abbiano, in realtà. Magari sono più giovani di me. Indossano completi e consultano ripetutamente i cellulari. È per questo che sono “uomini”. Dai discorsi che fanno mi pare di capire che il tempo per loro non sia un problema. Registro parole come “stamina”, “corruzione” e “tassare” e mi risulta difficile immaginare un discorso che possa contenere tutte queste parole e che possa garantire a ciascuna parola il suo peso specifico. Questi “uomini” passano da un discorso all’altro ed evitano di approfondire un argomento che sia uno. Forse rinunciano anche a capire. Abbandonano la ricerca di un punto di vista differente e di una visione più ampia sulle cose. Io non mi definisco mai “uomo”. Resto sempre un ragazzo.

(continua…)